Jovanotti - Ora

Scritto da Davide Dama, il 25 Febbraio 2011

ImmagineVita strana, quella di Jovanotti. Se in principio il personaggio che si era cucito addosso era fin troppo facile da prendere in giro (quello del giovane idealista che sogna l'America e canta La mia moto), col tempo, grazie ad una maturazione che non tutti sono propensi a riconoscergli, il barbuto di Cortona si è evoluto in un artista molto più ecumenico, universalista, spirituale e profondo. Nulla però è cambiato: è ancora troppo facile prenderlo in giro. I testi, le musicalità world (e la fama) di Jovanotti sono sufficientemente fini ed elaborati da farne oggetto di invidia da parte di tanta, tanta gente, invidia che si traduce fin troppo spesso in accuse infondate a carico della profondità della sua musica.
Avevamo lasciato il buon Jovanotti nel 2008, anno che lo vede pubblicare Safari, sicuramente uno degli album italiani più belli e completi degli ultimi decenni: il disco stupisce (più del solito) perchè fonde con una naturalezza disarmante ritmi world e testi da Montale, con una buona spruzzata di ear candy. L'unico pericolo in cui l'ormai trionfale carriera di Jovanotti potesse incorrere al momento di incidere un seguito a Safari era non saper fare di meglio: e la legge di Murphy dice chiaramente che se una cosa può andare storta, lo fa. Ah, se lo fa.
Anno 2011, il mese è gennaio. Annunciato da quasi due mesi, Ora è uno degli album più attesi degli ultimi anni, soprattutto data la pubblicizzazione massiva dell'edizione speciale a due dischi (che ripropone la già vincente formula adottata in Buon sangue). Tutti si aspettano (con una dose fin troppo eccessiva di ottimismo) un seguito di Safari, e di certo nulla nega che Lorenzo sia ancora capace di fare un altro album del genere: semplicemente, non lo fa, ed opta per un disco che, al solito, fonde molte sonorità diverse, ma con un elemento quasi sempre presente: un'elettronica obesa. Tronfia. Fuori luogo.

Andiamo con calma, piccolo flashback. Il singolo che anticipa l'album è Tutto l'amore che ho, una ballata in pieno stile Jovanotti, assolutamente ben riuscita in musica e testo, eppure, alle orecchie di chi ascolta il primo rapper italiano da una vita, qualcosa è cambiato nettamente. Ripetitiva, piatta, di certo non sciocca, ma fin troppo prevedibile. No, qualcosa non quadra: A te e Fango avevano una struttura semplice ma rimanevano nel cuore per giorni, Safari giocava su ritmi da marce di battaglia, qualcosa sembra proprio mancare nel pezzo che dovrebbe rappresentare l'album. Un qualcosa che diventa chiarissimo il day one di Ora.
Adesso, non che Jovanotti non ci abbia abituato negli anni alla musica elettronica, anzi ha più volte, anche nei suoi album capolavoro, saputo scrivere pezzi tutto sommato elettronici ma di enorme effetto. Semplicemente, a questo giro ha calcato la mano con troppa foga, e nonostante il talento purissimo per la poesia dei testi rimanga intatto, davvero non si riesce a capire quale altro scopo valido permetta ad un artista di tale influenza di prendersi il lusso di lasciare nella tracklist di un disco di questo spessore pezzi come Megamix (Techno? Dubstep?), Io danzo (Minimal? Trance?) Amami e La porta è aperta (Dance, dance, dance).

Non che tutto sia perduto, attenzione: la presenza di pezzi da discoteca impegnata non deve tradire circa il fatto che Jovanotti abbia scritto quest'album durante la scomparsa della madre, e va riconosciuto ad Ora il possesso di alcuni dei più struggenti pezzi mai sentiti in un album di Lorenzo, come Le tasche piene di sassi (appunto dedicata alla mamma), Ora (ai limiti estremi del trip hop, un pezzo di scuola Massive Attack), L'elemento umano e Un'illusione. Il tutto contornato da pezzi di buona fattura, sempre, purtroppo, contaminati quel poco di troppo da un'elettronica invadente: parliamo dei ritmi calypso di La bella vita, delle movimentate e godibili Battiti di ali di farfalla e Rosso d'emozione, le spaghetti rock Il più grande spettacolo dopo il big bang e La notte dei desideri. Vogliamo definirlo un disco a metà? Diciamolo pure.

Che dico, ancora c'è tutto il disco extra, quello dell'edizione lusso, da ascoltare! Sì, se solo non fosse un rosario di B side di D class. Ancora una volta, non tutto è da buttare: se buona parte del secondo disco è una serie di esperimenti col sintetizzatore, va anche detto che Pesci grossi (che vede la collaborazione di Cesare Cremonini) è un pezzo che profuma di underground rap sin dai primi beat, un ben riuscito tentativo di autoincoronazione del capostipite del rap italiano: Jovanotti, appunto. Per non parlare della versione acustica di L'elemento umano...davvero da brivido. Peccato, davvero peccato, non ci sia altro di veramente valido da ascoltare.

Le domande giuste da porsi, alla fine dell'ascolto di Ora, semplicemente non esistono. Un fenomeno sociale dell'influenza di Jovanotti va ormai preso per come è, senza fare troppi calcoli, ma, se c'è una cosa chiara anche a chi di musica non ne capisce una mazza, è che Safari potrebbe a questo punto essere un disco di un altro cantante. O semplicemente di un altro uomo...un Jovanotti che, in tutta sincerità, nonostante lo sforzo e la passione profusi in questo lavoro, preferivamo.

Voto 7,5

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