Ma che genere è ?
Domanda che è spontaneamente sorta ad ognuno di noi al primo ascolto, ma come mai ? Semplice, ma neanche troppo.
Hybrid Theory è la prima fatica dei Linkin Park, uno dei gruppi più controversi della storia della musica, che vanta quasi 15 milioni di fan solo su Facebook e allo stesso tempo una schiera di migliaia di amanti del buon vecchio Heavy Metal pronti a linciarli a vista. Ha venduto 30 milioni di copie, in continuo aumento da dieci anni a questa parte.
Insomma, che diavolo avranno di speciale questi sei (ormai non più tanto) ragazzetti di Agoura Hills ? I capelli di Chester Bennington ? L’espressione di Joe Hahn ? No, niente di tutto questo.

Si tratta essenzialmente di inoltrarsi nei più profondi meandri della sperimentazione, di prendere alcune delle maggiori realtà della musica moderna e unirle in un’unica, grande ed articolata alchimia che lascerebbe a bocca aperta qualsiasi amante degli esperimenti più bizzarri.
Hanno rimaneggiato del rock, fatto di chitarroni distorti al limite della pazzia e pesanti colpi di batteria, l’hanno letteralmente fuso con dell’Hip-Hop pregno di beats e ritmi tipici del genere, ed infine ci hanno spruzzato sopra quella saporitissima dose di elettronica che s’ impone prepotentemente in quasi tutte le canzoni.
Hybrid Theory è un concentrato di fusion unito alla classica struttura di canzoni tendenti al Mainstream, dove ritornelli orecchiabili e finali alla nitroglicerina la fanno da padrona.
Uno dei più evidenti frammenti di questo diamante che mi trovo a recensire è costituito dalla scelta di utilizzare non uno, bensì due vocalist: Chester Bennington e Mike Shinoda.
L’armonia con cui i due artisti esprimono il loro potenziale tra una canzone e l’altra è a dir poco invidiabile; e se il frontman ci fa venire la pelle d’oca prima con la sublime melodia del suo timbro vocale e poi con delle sempre puntuali urla a metà tra isterismo e furia cieca, l’eclettico MC del gruppo si destreggia in un sempre curato Rap vecchia scuola infilandosi con disinvoltura nell’azzeccatissimo mix che fonda le radici di quest’album, contribuendone al meritato successo anche grazie alle proprie capacità di chitarrista/tastierista e non solo.

Soffermandoci sulla chitarra, ci è impossibile non notare il limitato (seppur apprezzabile) lavoro di Brad Delson, che nonostante il poco spessore tecnico riesce a lasciare una sensibile impronta in questo lavoro, così come Rob Bourdon, batterista in continua evoluzione che svolge a meraviglia il suo compito.
Un po’ in ombra il bassista Dave Farrell, poche le circostanze in cui apprezzare il suo lavoro al basso, anche perché ogni buco di quest’album viene riempito dal gigantesco mestolo che amalgama il tutto: Joe Hahn, DJ della band, imputato numero uno di quest’ibrido che da una parte affascina un mucchio di persone, dall’altro fa storcere il naso a quel già citato gruppo di amanti del puro Heavy Metal.
Tirando le somme, non si può che considerare il primo Full-Lenght dei Linkin Park un vero e proprio capolavoro del nuovo millennio, capace di fare innamorare milioni di persone (tra le quali il sottoscritto) grazie a un coinvolgente mix (l’ennesimo) di emozioni che siamo felicemente liberi di interpretare come meglio vogliamo, e ci auguriamo che in futuro qualcuno riesca a imitare il lavoro dei sei ragazzetti, ormai maturi musicisti con una personalità forgiata dalla miriade di insulti degli haters del gruppo, evidentemente dalla mente pesantemente recintata allo scopo di prevenire che qualsiasi esperimento riuscito varchi la soglia dei loro gusti musicali.
Voto: 10
