Chet Baker - The art of the Ballad

Scritto da Giorgio Chiara, il 27 Agosto 2010

ImmagineA vent'anni, dalle patinate copertine dei primi 78 giri incisi a Los Angeles, la patria del cool jazz "bianco", sembrava un angelo: bellissimo, il volto liscio e paffuto, lo sguardo dolcemente assorto, abiti eleganti. Quindici anni dopo quell'angelo, salutato dal successo di critica e pubblico dell'America dei magici anni cinquanta, era diventato un mostro: gli occhi lucidi e spenti, le guance scavate, magrissimo, le rughe precocemente scolpite attorno agli occhi e sulla fronte. Come un Gollum il cui anello era l’eroina. La droga, che affliggeva decine e decine di jazzisti in una folle corsa collettiva all'autodistruzione, lo aveva ridotto ad una larva tenuta in vita soltanto dal filo sottile della musica.

Sto parlando di Chet Baker, il grandissimo trombettista bianco di Yale, nato proprio nel ’29, all’inizio della grande depressione che ha cambiato il ventesimo secolo di tutto il mondo. Forse l’emblema del jazzista maledetto, un gigantesco consumo di droga che lo ha portato lontano da tutti i suoi cari, a sperperare tutti i suoi soldi e, alla fine, a lanciarsi nel 1988 dalla finestra di un albergo di Amsterdam in preda a chissà quali visioni; eppure capace di strappare via il cuore con la sua tromba. Lontano da qualsiasi virtuosismo tecnico e con l’assenza di un incisivo (dente importantissimo per gli strumenti a fiato) dava vita a brani struggenti come My Funny Valentine; fusi a quella vena lirica che ha influenzato tutto il cool jazz di là da venire. Un musicista senza alcuna cultura musicale, incapace di leggere un pentagramma ma capace di regalare perle di rara bellezza e intensità.

La tromba maledetta del jazz, come fu chiamato, amava brani lenti e armoniosi, non raramente in compagnia di un orchestra, come testimonia l’indimenticabile concerto alla scala di Milano. A provarlo è The Art Of The Ballad, lavoro a metà tra album postumo e raccolta, che presenta alcune delle migliori ballate in perfetto stile americano di Chet Baker.
Polka Dots And Moonbeams trasporta immediatamente nel suo mondo e nelle sue atmosfere: pare di essere su un treno che viaggia attraverso un paesaggio verdeggiante in un piovoso pomeriggio autunnale, con tutto l’inverno ancora davanti, ricordando le calde giornate estive. Notevolissimo Al Haig al pianoforte che intesse un meraviglioso duetto con Baker senza vincitori, né vinti.
La successiva Autumn in New York trasporta l’ascoltatore tra le strade di una metropoli statunitense nel bel mezzo della crisi economica degli anni ’30, con gente senza lavoro nei bar ad annegare il proprio stato di disoccupati nell’alcool e operai al lavoro su impalcature di giganteschi grattacieli. La coppia iniziale presenta alla perfezione il suo stile. Viene fuori subito l’amore folle che il trombettista prova per la musica; ogni nota è permeata di passione, trabocca totale coinvolgimento emotivo ogni volta che Chet Baker soffia nella sua Martin Committee. Calmi e rilassati, i suoi brani esprimono tutta la vena malinconica di chi suona. Mostrando, però, sempre una dolcezza quasi romantica, come a memoria di tempi migliori.
Questa dolcezza è fortemente accentuata in My Old Flame, brano dedicato alla sua “vecchia fiamma” Catherine Olson dove la tromba sembra quasi descrivere la faccia della sua amata mentre il pianoforte, il contrabbasso e la batteria perfettamente accompagnano lo strumento solista.
Si aggiunge anche il sassofono in Alone Together regalando con le sue note profonde un ottima contrapposizione ai suoni acuti della tromba. I due strumenti dapprima si alternano l’uno all’altro, poi si abbracciano e si ristaccano come due amanti fino a quando, infine, si uniscono in un abbraccio commovente.
Torna in scena l’orchestra in I Should Care, in una traccia dal forte mood Gershwiniano e, come spesso faceva il celebre compositore morto a trentotto anni, descrive quella parte di America lavoratrice ma non soddisfatta, infelice della propria condizione che cambierebbe subito vita ma non ha le forze per farlo.
Si alzano un po’ i ritmi in When Lights Are Low e ci si allontana dalle atmosfere fortemente melanconiche. Il contrabbasso si muove su scale tipiche del jazz modale in compagnia di un pianoforte che ricorda molto da vicino Bill Evans.
Chet Baker torna a deliziare l’udito con una prova maiuscola in Stairway To The Stars; gli altri strumenti sono solo accennati mentre la tromba si mostra in tutta la sua triste intensità.
Il terzetto che segue (Indian Summer, Almost Like Beign In Love, I’ve Grown Accustumed To Her Face) fa parte di una jam session con la big band di Zoot Sims e Herbie Mann, pionieri della world music, a Chicago, durante il “Congress Of White Jazzmen And Black Jazzers” del 1959. Tre brani dal sapore vagamente folkloristico nelle armonie e nelle melodie, la sezione ritmica però ricorda sempre che si tratta di jazz ciò che si ascolta. L’ esperimento di “contaminare” il jazz con scuole musicali differenti da quella afroamericana fece scalpore; del resto è comprensibile, negli anni ’50 il genere stava ancora cercando la sua forma definitiva e non c’era ancora l’idea odierna di sperimentazione.
Segue Lament For The Living, uno struggente lamento per chi è condannato a restare in questa valle di lacrime, in balia dell’alienamento e dell’apatia a cui è costretto per riuscire a soddisfare il proprio istinto di sopravvivenza. Baker mette da parte la tromba e imbraccia un flicorno; abbassando così le note delle sue melodie accentuando la forte drammaticità di ciò che vuole descrivere.
Nel duetto finale (I’m Old Fashioned, My Heart Stood Still) il trombettista incanta con le sue stucchevoli capacità canore in accompagnamento al suo strumento principale. La sua voce tenore riporta alla mente Billie Holiday mentre il resto della canzone si muove sempre più in progressioni quasi blues a là Ray Charles.

Un’artista dai forti contrasti: completamente distrutto, fisicamente e umanamente, dall’eroina; ma in grado di regalare perle di grande intensità pur avendo capacità tecniche molto limitate. La sua opera ha pesantemente influenzato tutto il cool futuro continuando ad essere fonte d’ispirazione per molti musicisti. Un’ autentica leggenda del jazz, uno dei suoi principali innovatori e il suo grande angelo caduto che descriveva quell' America che stava perdendo la propria innocenza. The Art Of The Ballad, per concludere, è la perfetta sintesi di ciò che Chet Baker ha prodotto e interpretato nella sua carriera di quasi quarant’anni; in quella che potrebbe essere la colonna sonora di una graphic novel di Will Eisner.

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