Incubus - S.C.I.E.N.C.E.

Scritto da Giulio Bernardini, il 27 Agosto 2010

ImmagineCapita spesso, nel corso dell’umana esistenza, di incontrare, spesso per puro caso, segnali, richiami, immagini evocative di un passato spesso tutt’altro che recente: quando accade, si rimane come colpiti da una sorta di deja-vu spazio-temporale, il mondo improvvisamente si ferma intorno a noi, e attoniti per qualche istante ci domandiamo il perché una bicicletta con le rotelle in garage, un giocattolo sommerso dalla polvere in mansarda, un vecchio libro di favole, e perché no, magari anche un disco, sono riusciti a cogliere la nostra distratta attenzione. Del resto, al mondo non esiste nulla di più evocativo di una forma di arte. Cos’altro riesce a richiamare immagini, emozioni e ricordi del passato meglio di un dipinto, di due righe scritte in nero nelle ingiallite pagine di un’agenda... O di una canzone? Poco altro si direbbe, anche se ovviamente tutto dipende dalle esperienze personali di ciascuno. Il punto sta in che cosa la nostra contorta mente avida di ordine decide di associare a quello che stiamo osservando, leggendo o ascoltando.

Ad esempio, rispolverare un disco come S.C.I.E.N.C.E. degli Incubus (1997) potrebbe, per alcuni, significare un richiamare alla memoria individuale le uscite disperate con certi amici ormai persi di vista, con i quali si è condiviso di tutto e di più. Potrebbe farci ricordare l’ambiente della scuola, i primi “fugaci” amori, le fughe, lo skate, gli ormai obsoleti lettori CD portatili, le migliori serie dei Simpson, le primissime brave nottate fuori mura domestiche, quando ancora per uscire di casa bisognava quasi sfuggire dagli artigli innamorati delle rispettive madri. Altri anni ed altri tempi, che anche solo ascoltando il disco, musicalmente parlando e rimembranze a parte, si potrebbe dire di rivivere tornando indietro ad almeno una ventina d’anni fa.
Sono molti meno fortunatamente, ma il salto è comunque considerevole. E’ proprio vero che ad oggi certi azzardi è diventato più che difficile trovarli in campo discografico. Oggi del termine “cross-over” non si sentirebbe mai parlare, salvo andandolo a pescare in qualche libro di genetica o biologia. Nemmeno nelle frange più all’avanguardia musicale di oggi, si riesce a trovare un lavoro spiccatamente meltin-pot, spigoloso nel suo essere variegato, una sintesi di più elementi che si fondono ed al contempo rimangono perfettamente distinguibili.

Niente di tutto ciò che è comparso nei mitici anni ’90 è contestualizzabile nel 2010 con quella verve e quella creatività. Nemmeno gli Incubus stessi, dei quali si sta parlando, che per i primi tre dischi hanno abbondantemente insegnato a tutti gli altri cosa significasse fondere il funk con l’alternative rock, oggi riescono a ripetere simili tocchi di classe, come se davvero qualcosa nell’aria fosse cambiato. Ebbene, S.C.I.E.N.C.E. è il manifesto di buona parte della musica di fine anni ’90, gettando basi solide d’ispirazione per decine di produzioni di successo a venire, anche per le meno sospette.

Il disco non perde tempo sin dall’inizio a delineare i lineamenti spigolosi del progetto: l’opener Redefine è una carica pro-sommossa di adrenalina, dove il funzionamento del complesso meccanismo Incubus è interamente fondato sul preciso alternarsi di strofa-chorus-bridge, una struttura sostenuta per altro da una sezione ritmica perfetta che vede un percosso giro di basso slappato come assoluto protagonista. Il cantato di Boyd è versatile e furioso quanto basta ad andare a fondersi e in certi casi sovrapporsi alle peripezie al turntable di Dj Lyfe (sostituito in seguito dal più conosciuto Chris Kilmore, che ricopre dall’album successivo ad oggi questo ruolo nella band).
Un’acuta dose di schizofrenia si va ad aggiungere alla successiva Vitamin, potente allo stesso livello dell’azzeccata apertura, in cui il delirio funk fusion dilaga, non è più condimento ma ingrediente principale del concept.
Nella successiva New Skin compaiono in maniera più definita le influenze del gruppo, orientate verso i primissimi Red Hot Chilli Peppers, specialmente nel cantato di Boyd, che alterna le convulse frasi nelle strofe alle parti decisamente più ispirate e sofferte del chorus, mentre tutto attorno si tinge di colori a tinte forti, e il ritmo si mantiene elevatissimo senza pause.
Nella successiva Idiot Box si ritorna decisamente con i piedi per terra, in un ambito decisamente più friendly rispetto ai virtuosismi delle prime tre schegge impazzite del disco. Un sensuale Boyd, quasi ad imitare un certo Mike Patton a più riprese, ci introduce in un brano di matrice chiaramente alternative, in chiave mid-tempo sulla ritmica, in cui non tutto però è scontato: sul finale una sferzata di aggressività scuote l’ascoltatore dopo un breve ma piacevole intermezzo strumentale di percussioni e piatti, anche qui componente di importanza rilevante.
Nella successiva Glass si ritorna decisamente sulle tonalità psichedeliche e decisamente aggressive di apertura disco. Il ritmo è volutamente convulso sporcato da continui cambi di tempo, e stessa apparente follia si riscontra nelle scelte dei suoni veri e propri, che quasi sfiorano una certa tendenza al vero e proprio rumore, seguendo spaziature decisamente folli nelle strofe e negli intermezzi. Tutti concetti che non si ripetono nell’inaspettato chorus, decisamente più lineare e proprio per questo ad effetto. La successiva Magic Medicine è una traccia str]umentale non molto significativa: più che altro una sorta di trip delirante da assunzione di stupefacenti.
La successiva A Certain Shade Of Green è forse una delle perle del disco, nonché uno dei brani più conosciuti di questa fase del gruppo. Si fa di nuovo incessante il ritmo, davvero incalzante qui, e notevolmente semplificata risulta la struttura del brano, cosa che non è assolutamente una nota di demerito: piuttosto, mette in netto risalto la grandissima prova di Boyd che dimostra tutta la sua classe dietro al microfono, specialmente nel motivo centrale.
La successiva Favorite Things fa eco alle prime tracce del disco senza aggiungere nulla di nuovo. Si giunge così al capolavoro assoluto del disco: Summer Romance. Un mosaico di colori e sensazioni travolgono l’ascoltatore con l’ascolto di questo brano, tale è l’assuefazione che può questo causare nei suoi sognanti 4 minuti e mezzo. Il ritmo rilassato delle percussioni, il cantato quasi intimo di Boyd, magistrale qui, accompagnato dal fraseggio catchy della chitarra: atmosfere decisamente estive, come suggerisce il titolo del brano. In effetti un episodio decisamente adatto ad una moltitudine di situazioni. Originalità e genialità espresse anche nel finale, a colpi di sax e tribalismi decisamente azzeccati. Dopo una traccia così il disco potrebbe chiudersi pure qui, ma le danze sono tutt’altro che finite.
La successiva Nebula è un’ennesima netta inversione di tendenza: violenza e rabbia repressa esplodono tutte in una volta, in un altro ruvido orgasmo di funk-metal dal sapore quasi hardcore.
Nella successiva Deep Inside, ruvida e abrasiva come l’asfalto in certi passaggi, una certa qual vena Faith-No-More-iana spunta fra il trascinante giro di basso dub e lo spensierato cantato di Boyd. Altro brano decisamente degno di nota, una vera chicca dal punto di vista strumentale in tutta la sua durata: un tocco di classe cristallina il finale, abbandonato ad atmosfere solari tipiche di un certo Carlos Santana.
Il disco si chiude senza lasciare un attimo di respiro con Calgone, un brano che si accosta decisamente sul tiro di apertura disco per motivazioni precedentemente espresse.

Dopo questa lunga disamina, non c’è davvero altro da aggiungere. Il miglior disco di una delle band più significative di fine anni ’90 e che ancora oggi, dopo quasi vent’anni di attività, continua a produrre lavori degni di nota. Nulla però raggiunge il picco di qualità ed originalità di questo capolavoro.

Voto: 10

 

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