Yellowcard - Ocean Avenue

Scritto da Stefano Di Simone, il 16 Luglio 2010
  1. Way Away
  2. Breathing
  3. Ocean Avenue
  4. Empty Apartments
  5. Life Of A Salesman
  6. Only One
  7. Miles Apart
  8. Twentythree
  9. View From Heaven
  10. Inside Out
  11. Believe
  12. One Year, Six Months
  13. Back Home

 

Il pop-punk. Un genere tanto amato quanto odiato. C'è chi lo considera un insulto al vero punk, c'è chi lo considera un'evoluzione di quest'ultimo e c'è chi lo considera un nuovo genere e basta. Fatto sta che c'è. E quando dici pop-punk, vengono subito in mente nomi come Blink-182, The Offspring, Sum 41, Green Day (se li possiamo mettere qui) e New Found Glory, mentre altri se ne restano all'angolino, in disparte. Altri come gli Yellowcard.

Un gruppo modesto e sincero, senza troppe pretese e senza grandi aspirazioni, capace di dare un tocco di originalità a questo genere aggiungendo uno strumento alquanto insolito: il violino. Questo però non comporta il dover proporre canzoni meno travolgenti. Una metafora abbastanza adatta per descrivere il sound degli Yellowcard potrebbe essere questa: un mare mosso in una giornata di sole, le quali acque sono calme ma possono travolgerti con un'onda da un momento all'altro, con un'onda fresca, piena di energia, e tu sei quella persone che si diverte a lanciarsi contro l'onda, senza motivo, solo perchè ti piace.

Entriamo nel dettaglio e nel disco per cercare di capire di cosa sto parlando. Ocean Avenue è il secondo album che vede davanti al microfono Ryan Key accompagnato dalla sua chitarra, nel quale sono coinvolti anche Benjamin Harper come seconda chitarra, Peter Mosely come bassista, Longineu Parsons III alla batteria e Sean Mackin come violinista e seconda voce. L'album si apre subito con il suo primo singolo, Way Away, una canzone che parla dei sentimenti di chi non crede, di chi non si fida, di chi non spera. E' subito evidente il ruolo di rilievo del violino, che quasi spazza via tutti gli altri strumenti, se non fosse che la chitarra lo segue alla perfezione, creando un'atmosfera insolita ma sempre coinvolgente. Parsons dimostra di avere un certo feeling con la batteria e Mr. Key con la sua voce ci delizia per tutto il tempo portandoci fino ad un bridge dove la canzone raggiunge il suo apice, con un cantato quasi urlato alternato insieme al suo collega vocale. Si prosegue sulla stessa lunghezza d'onda con Breathing. Anche in questo caso il violino emerge su tutto, e Ryan Key dimostra di avere una grande melodicità e molta passione, cantando di come si può buttare via l'amore. Emerge finalmente il basso, che nella traccia precedente era avvolto nell'ombra. Fra continue pause e riprese, la canzone scorre liscia liscia senza intoppi. Si prosegue con la title-track e secondo singolo dell'album, Ocean Avenue, nel quale si esce un po' dallo schema delle due canzoni precedenti per proporre qualcosa di più classico per i canoni pop-punk, ma sempre con un tocco di originalità. La canzone parla di un'amicizia persa e del desiderio di far sì che essa ritorni. Il violino viene leggermente accantonato e lasciato come accompagnamento per il ritornello, per poi scatenarsi nel finale chiudendo la canzone nel migliore dei modi. Arriva la prima ballad dell'album, che è una vera perla, Empty Apartments. Ryan Key ci mette tutta la sua passione cantando di quest'amore in crisi prossimo ormai alla conclusione che cerca di diventare una semplice amicizia e si dimostra molto versatile. Riemerge di nuovo il basso, le chitarra acustica e i vari arpeggi accompagnano dolcemente la canzone che sale gradualmente per poi esplodere nella maniera più inaspettata. Un assolo di violino tanto breve quanto emozionante mette il punto esclamativo su questo gioiello. Si passa alla prima nota stonata dell'album, Life Of A Salesman. La canzone risulta a tratti un po' confusionaria, e il violino questa volta non riesce ad esprimersi al meglio. Non era un brutto tentativo, specialmente per il testo dove un figlio, probabilmente Ryan Key, ringrazia suo padre per i buoni insegnamenti che gli ha dato, peccato non sia andato a buon fine. Arriviamo alla seconda ballad e al terzo ed ultimo singolo dell'album, Only One. Un fiume di emozioni puro, con Ryan Key che apre letteralmente il suo cuore e la sua anima riversando tutta la sua passione sulle note del pentagramma, mentre il violino e la chitarra riescono a regalarci persino un assolo contemporaneo. Il testo commovente sarebbe un biglietto di addio amaro, dove l'autore dichiara il suo amore ad una ragazza prima di andarsene. Senza dubbio la traccia migliore dell'album. Si prosegue con Miles Apart, con un Longineu quasi in versione Travis Barker che introduce a quella che sembra essere una canzone pop-punk come tutte le altre, per poi smentirci con qualcosa di fresco e genuino, con un bel testo che parla dell'amore tra due persone lontane. Sembra andare tutto per il meglio, ma ecco che arriva Twentythree. La canzone è sconclusionata, e Sean Mackin tenta di proporsi come prima voce, quando invece potrebbe rimanere a ricoprire l'ottimo lavoro che sta facendo con il suo violino e come seconda voce. Non regge il confronto con l'amico che canta in poche parti della canzone, e guarda caso è proprio in quelle poche parti che la canzone tenta di risollevarsi da terra, nemmeno tanto male. Andiamo avanti con una canzone che potremmo definire country più che pop-punk, View From Heaven. Chi non sa l'inglese potrebbe scambiarla per una canzone spensierata e allegra per via del suo ritmo molto coinvolgente, invece la canzone è dedicata a Scott Shad, ex batterista degli Inspection 12 e amico di Ryan Key, che morì in un incidente stradale. E' possibile sentire anche cantare una ragazza: si tratta di Alieke Wijnveldt, sorella di Alex Lewis, che in quel periodo aveva sostituito Peter Mosley come bassista del gruppo. La band si dimostra ancora una volta molto creativa e fantasiosa con questa scelta di accantonare per un attimo i ritmi che hanno caratterizzato l'album fino ad ora. Si ritorna appunto alle precedenti melodie con la ottima Inside Out, una buona traccia che rallenta di non molto il ritmo parlando ancora una volta di un amore finito. La traccia dove il violino riesce ad esprimersi al meglio è sicuramente la successiva Believe, dedicata ai vigili del fuoco che persero la vita nell'attentato dell'11 Settembre 2001. Il violino dà molto ritmo al pezzo con Ryan Key che mantiene un "basso profilo" in questa canzone, ma regalando comunque un'ottima performance. Durante la canzone è possibile ascoltare un estratto da un discorso commemorativo del sindaco della città Michael Bloomberg, e la citazione di un comizio di Abramo Lincoln. La successiva traccia One Year, Six Months è una buona traccia acustica, fedele alle ormai inconfondibili melodie della band e ai soliti testi di amicizia e amore. L'album si chiude con Back Home, una canzone da tramonto sul mare, da Ocean Avenue, appunto sul ritorno a casa, un po' timoroso ma desideraro, che dice tutto quello che era rimasto da dire sugli Yellowcard.

Un gruppo capace di innovare, che mette passione sulle note, a volte (poche) riuscendoci meno, altre riuscendo ad entrarti dentro l'anima e altre facendoti passare dei buoni 3 minuti di spensieratezza e allegria. Se cercate qualcosa di fresco, alternativo e insolito per il genere avete trovato musica per le vostre orecchie, se il genere non lo apprezzate, sorpassate a sinistra e passate oltre.

Voto: 8

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