Baustelle - I mistici dell'occidente

Scritto da Davide Dama, il 16 Luglio 2010

Recensione di I mistici dell'occidente - Baustelle

 

Avete mai guardato negli occhi una bella donna? Non una modella, una bellezza plastificata dai media, intendo una donna elegante, luminosa. Una sensazione complessa, fatta di tepore, imbarazzo, stupore: qualunque persona dotata di un minimo di cuore si ritrova addosso la stessa sensazione di calore alla fine de I mistici dell'occidente, recente capolavoro, niente di meno, della più talentuosa pop band italiana: i Baustelle.

Ebbene sì, parliamo di pop. In verità usiamo questa definizione tanto controversa in mancanza di alternative migliori: il trio toscano, che nel corso degli anni ha dimostrato un'enorme affinità per la musica strumentale di alta qualità, fa infatti parte di quella ristretta frangia musicale partigiana che non sente alle proprie spalle il peso di Shakira e Madonna, quanto quello di Tenco e Morricone: e si vede, eccome se si vede.

In molti, al primo ascolto del disco, hanno avvicinato le sonorità di L'indaco, traccia di apertura di quest'ottimo lavoro, alle migliori dei Pink Floyd: sarà per l'organo, sarà per i sommessi accordi di chitarra ed il canto trascinato ma potente, fatto sta che nessuna traccia può aprire in modo migliore quello che, in sole 12 battute, si rivela essere il migliore album della carriera dei Baustelle, se non della musica italiana degli ultimi anni.
Altra caratteristica carissima ai ragazzi toscani, che della cultura sopraffina di Schopenhauer, Wittgenstein, Nietzsche, Baudelaire, Zola e molti altri fanno pane quotidiano, sono i riferimenti al degrado della società moderna visto dagli occhi dell'impotente di turno, che sia il giovane, il vecchio, il presidente. E' infatti così che San Francesco, finissima allegoria del materialismo dialettico, tratta la società: disprezzo e rassegnazione, elementi che ritroviamo, grassettati e maiuscoli, anche nella traccia seguente, vera e propria perla, nonchè title track: I mistici dell'occidente. Finalmente i Baustelle mostrano al mondo, e lo rifaranno da qui a pochi minuti, quanto hanno sempre dichiarato in tempi meno recenti: l'amore smisurato per Morricone e la sua musica, qua riscontrabile nella meravigliosa intro di chitarra e nei fiati dopo il primo ritornello.
Tre tracce serie, profonde, impegnate: è così che si apre questo lavoro, che ben presto, però, si ricorda di essere prodotto da Warner. Una dietro l'altra, dunque, ecco comparire le due tracce meno studiate forse dell'intera carriera dei ragazzi, nell'ordine Le rane e Gli spietati, tracce che, guardacaso, sono i primi due singoli estratti dal lavoro. Di certo non brutte idee (difficile che un gruppo di questa caratura intellettuale ne abbia), ma di fatto sono tracce che pagano l'estrema orecchiabilità con qualche rinuncia alla sperimentazione tanto cara al Bianconi.
All'insegna del migliore Dove eravamo rimasti?, ecco fare la sua comparsa la traccia più contorta dell'intero album: Follonica. Lenta, trascinata, a tratti lugubre: tutto sembrerebbe, tranne la descrizione delle vacanze estive. Solo un'attentissimo ascolto del testo ne evidenzia il messaggio nascosto: la noia, la terribile noia protagonista dei TG che sa spingere ad azioni brutali, insensate, inutili.
Comincia con La canzone della rivoluzione, con sei tracce di anticipo sulla fine dell'album, il glorioso ending del disco. Un Bianconi solista come sempre più spesso accade sfodera (o meglio dire rispolvera) la vena comunista dei ragazzi, per lasciare subito spazio e tempo, però, ad un'altra tematica tanto cara ai toscani: la sessualità ed il modo di percepirla.
Groupies e La bambolina sono infatti tra i momenti più alti dell'intera carriera del trio: la prima finalmente si dedica al mondo della prostituzione e del lavoro sommerso, mentre la seconda, che scongiura di fatto il terrore dei fan di non sentire almeno una traccia con la meravigliosa voce di Rachele solista, urla al mondo intero la voglia di comporre alla Zimmer, alla Prokof'ev, alla Bates, alla Morricone, appunto.
Terza traccia sull'orlo del baratro in termini di ritmo è Il sottoscritto, canzone che, però, non può non strappare le lacrime a chi la ascolta a cuore aperto. Di fatto la descrizione di una lunga serie di errori e di rinunce, un Bianconi in trance agonistica la interpreta come solo lui può, con la voce rotta, accompagnato da un pianoforte meraviglioso, a tratti progressive.
Lo sgambetto però arriva, ed a mettere i bastoni tra le ruote al glorioso ascendere di potenza e finezza musicale ecco L'estate enigmistica, la cui unica caratteristica degna di nota è quella di anticipare una delle migliori prestazioni vocali dell'intera carriera di Rachele, che conclude l'opera di seduzione tantrica dei fan, che va avanti dal 2000, con L'ultima notte felice del mondo, un lungo, dolcissimo abbraccio di commiato in attesa di poterla risentire, ancora una volta.

In barba al significato del loro nome, che in tedesco sta per cantiere, i Baustelle sfoderano quindi l'album più maturo della loro intera carriera, e senza nemmeno ricorrere a quella lunga serie di espedienti elettronici che li avevano accompagnati nei quattro studio album precedenti. Come a dire: siamo qui per restare, fateci spazio.

Voto: 9

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