Caparezza - Verità supposte

Scritto da Hackuity, il 07 Luglio 2010

Narra l'antico testamento di un personaggio, tale Sansone, che fece un tempo un voto a Dio. Per dimostrare la propria ubbidienza, Sansone non si sarebbe mai più tagliato i capelli, ed in cambio avrebbe ricevuto da Dio una forza fisica straordinaria, da usare, sottinteso, per combattere i nemici dell'antica nazione d'Israele.
Qualche millennio dopo la morte del buon Sansone (mai fidarsi di una ballerina che vuol fare la parrucchiera), le cronache musicali italiane parlano di un rapper emergente, tale Michele Salvemini, che, dopo la cocente quanto meritata eliminazione alla prima serata di Sanremo, decide di non tagliarsi più i capelli, in segno della volontà di denunciare un sistema che mai gli è andato molto a genio.
E' dall'unione di un vocabolario ficcante ed una misteriosa forza psicotricofilica, quindi, che nasce l'artista che i vecchietti di Molfetta non tardano a soprannominare Caparezza.

In quattro anni di acqua ne passa molta sotto i ponti, e, dopo aver rilasciato tre demo in un anno solo ed un primo album a tratti insipido (arricchito, va detto, dalla collaborazione con Angelo Branduardi in La fitta sassaiola dell'ingiuria), Caparezza decide finalmente di sfondare. L'anno è il 2003, l'album, irriverente sin dal titolo, Verità supposte: meglio dire le cose come stanno, oppure mettersele su dove il sole non batte.

Il secondo secondo me, prima traccia dell'album, sostanzialmente ironizza sulla difficoltà di un artista, ben nota anche ai nostri LP, di confermarsi nel secondo album: sfido la stessa Virgin a ricordarsi di aver già pubblicato, tre anni prima, un disco al riccioluto pugliese. Di certo l'etichetta non avrà da pentirsi, perchè i contenuti di Verità supposte saranno tra i migliori del rap italiano di sempre, e faranno definivamente conoscere Michele al mainstream.
Nessuna razza è la prima traccia davvero impegnata del disco: immigrazione, discriminazione e lavoro sommerso sono tra le tematiche accennate dal testo, sostenute da un beat sommesso ma molto ben studiato, quasi ambient, a riprova del grande interesse di Michele per diversi generi musicali, tra cui, forse, quello di Aphex Twin.
Che nessuno dimentichi, però, anche la vena scanzonata, paesana e comunista critica che contraddistingue tutta la produzione del giovane rapper, che fa la sua prima comparsa in La legge dell'ortica, una canzone volutamente scollacciata, che trotterella su un beat molto allegro a ritmo di doppi sensi finissimi.
Dovrebbero bastare queste tre tracce a far decidere all'ascoltatore se proseguire o meno l'allucinato viaggio nella testa di Caparezza: chi così decide, si ritrova davanti ad un beat da far rivoltare nella tomba il buon Casadei. Ah, non è morto? Dicevo, neanche i Van Halen avevano mai azzardato l'uso della fisarmonica da balera distorta come la chitarra di Daron. La canzone, ironicamente intitolata Stango e sbronzo, a primo ascolto allegra e spensierata, narra in verità la triste realtà di quella folta schiera di alcolisti che si rifugiano in un mondo proprio per sfuggire al dolore, in questo caso quello di una delusione amorosa.
Chi conosce Michele abbastanza bene sa anche della sua perenne nostalgia per gli anni '80, che nella sua produzione fa per la prima volta capolino in Limiti, piena di citazioni dei miti di quel periodo, ed ironica sul tenore delle trasmissioni dell'omonimo conduttore televisivo. Sì, proprio lui.
La prima vera e propria perla del disco è però la traccia seguente, Vengo dalla luna, entrata ormai nella storia del rap italiano, che torna a parlare di immigrazione e lavoro nero. La traccia, arricchita da un'ottima fusione di chitarre ed elettronica, consacra anche la collaborazione tra Michele ed i torinesi Medusa, il cui vocalist, Diegone, è tuttora la seconda voce di Caparezza nei live. Questa traccia in particolare è una pietra miliare nell'evoluzione del sound di Michele, in quanto negli anni si avvicinerà sempre più all'uso di strumenti canonici nella creazione dei beat e si affiderà di meno ai vari sintetizzatori.
La canzone forse più sottovalutata dell'intero disco è Dagli all'untore. Rivivendo la tragica esperienza di quelle figure che, in tempi di epidemie bubboniche, le leggende volevano infettassero le case altrui per poterne godere la morte, Michele scrive un testo molto lugubre che fa non troppo velato riferimento alle sette massoniche che da dietro le quinte manovrano i destini della gente: da ascoltare con calma ed un vocabolario aperto, a coscienza pulita.
E' un vero e proprio caso mediatico, al contrario, la traccia seguente, Fuori dal tunnel. Nata come denuncia del divertimentificio mediatico, finisce per diventarne l'inno, miracolo che si sarebbe poi ripetuto negli anni con altre canzoni. La vietata riproduzione della canzone in discoteche ed affini non basta per evitare la nascita di versioni tekno, elektro e drum&base. A proposito di questo caso, e dell'affine misunderstanding di Vieni a ballare in Puglia, Michele dichiarerà ironicamente di non volersi, un giorno, ritrovare a fare una canzone del tipo Che bella la diossina, che bella, che bella, per far capire alla gente il contrario di quello che dice: come dire, talmente avanti da stare per doppiarli.
Si ritorna alla vena spensierata in Giuda me, che tratta una delle tematiche preferite dal giovane riccioluto: la vita al sud. Stavolta in chiave critica, Michele parla della scomparsa del mito del mezzogiorno lavoratore, a favore della comparsa di machi da spiaggia: da notare il campionamento della voce di Toto' (quanti avrebbero potuto pensare ad una cosa del genere?) ed il simpaticissimo beat.
Altra canzone dal tono scherzoso ma dal messaggio segreto, al pari di Stango e sbronzo, è Nel paese dei balordi, in cui Caparezza, novello Pinocchio, viaggia nella terra di Collodi per incontrare i moderni e perversi equivalenti del grillo parlante, della fatina, di Mangiafuoco, di Lucignolo (non il giornalista).
Altra traccia dal beat pesante quanto la precedente è L'età dei figuranti, la prima di una lunga serie di canzoni che Michele dedicherà, nel corso degli anni, al declino della TV italiana. Anch'essa, al pari di La legge dell'ortica, volutamente e moderatemente volgare, è uno dei primi esperimenti di variazione del beat in corso d'opera della carriera di Caparezza: esperimento che, nell'album successivo, avrebbe avuto la sua massima realizzazione in Epocalisse.
Le ultime tre tracce del disco, che già dovrebbe aver regalato molto all'ascoltatore, sono di una complessità spesso ignorata. Follie prefenziali, la prima canzone di Caparezza sfacciatemente antigovernativa, critica l'appoggio italiano alle spedizioni di pace nei paesi balcanici. Pochi sanno che il video originale della canzone, tra l'altro veramente e volutamente scarno perchè prodotto in fretta e furia, viene ben presto censurato dal governo del periodo, e rappresenta probabilmente l'unica lost track della carriera di Michele.
Dualismi abbandona la critica e si tuffa nella psiche: molti, speculando su alcune affermazioni ambigue al riguardo da parte dello stesso Caparezza, si chiedono se sia il frutto di una seduta di Michele dallo psichiatra o semplicemente un gioco sulla possibile esistenza di una sua seconda identità, presente in tutti coloro che lo ascoltano. Ne esce, ad ogni modo, un beat abbastanza angosciante, alla Prokof'ev, sostenuto da una fantastica interpretazione del testo, molto vissuta, a tratti da attore comico.
Altra punta di diamante dell'album è la traccia finale, Jodellavitanonhocapitouncazzo, probabilmente la più divertente rivisitazione dei canti alpini mai composta. Riassunto di tutta la potenza musicale del CD, la traccia racconta in sostanza la morte di Caparezza, che, genialmente, aprirà il secondo album, Habemus Capa, proprio parlando del proprio funerale, per poi continuare con la discesa nei gironi dell'inferno italiano: un vero e proprio continuum. Anche in questo caso il video della traccia subisce un destino particolare: praticamente sconosciuto in Italia, spopolerà in Germania.
Il capolavoro di progettazione dell'album si chiude con la bonus track, ottenibile soltanto concludendo uno dei minigiochi disponibili inserendo il CD originale in un PC. La canzone, intitolata La sindrome di Lorena, ironizza sul tragicomico caso della signora Bobbitt per mettere in guardia tutte le ragazze dai partner troppo...consumisti.

Staccate le cuffie alla fine dell'album, la sensazione che rimane è quella di essersi immersi in un mondo assolutamente poliedrico, del tutto diverso da qualunque tipo di rap mai sentito in Italia. Divertente, irriverente, allegro e finissimo nei testi, mai nessuno aveva provato a fare qualcosa del genere: persino l'altro mostro sacro del rap italiano, Frankie HI-NRG MC, riserverà parole di stima per il giovane artista pugliese, e non si tratterrà da una lunga serie di collaborazioni, la maggioranza delle quali live sul palco del premio Tenco. Sarà anche per questo che Verità supposte diventa da subito un album cult della cultura underground, proprio come faranno gli altri due successivi di Caparezza, che ama non smentirsi mai.
Insomma, un disco refrattario alle definizioni, fossero anche quelle del suo stesso creatore: se avete voglia di qualcosa di davvero nuovo, e perchè no, di un pò di sana protesta, Michele è l'uomo per voi.
Unica precauzione: occhio ai riccioli, pungono.

Voto: 9

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