System of a Down - Toxicity

Scritto da Biagio Miele, il 03 Luglio 2010

Prima ci definivano nu metal, adesso siamo prog rock. Penso che ci metteranno in qualunque genere sia di moda.

Come non dare ragione a Daron. Proprio loro, i System Of A Down che possono essere tutto ma non un gruppo modaiolo.
E lo dimostra la scelta di mischiare tante componenti nella loro musica quante sono le cellule del corpo umano.
Musica tradizionale armena, thrash e heavy metal, hard rock tra i generi maggiormente riscontrabili nella loro musica.

E ora voglio andare a recensire un album che in quest'ultimo periodo ho rivalutato parecchio: Toxicity, secondo album della band americana/armena, e probabilmente il prodotto più alto della loro discografia. Uscito pochissimi giorni prima della tragedia dell'11 settembre che sconvolse il mondo intero, il gruppo losangelino saliva alla ribalta dopo il comunque ottimo primo album omonimo.
Perle del calibro di Toxicity, Chop Suey!, Science e Shimmy sono uniche del loro genere. Grande attenzione merita anche l'impegno sociale e l'atteggiamento critico della band, che è riscontrabile in canzoni come la a lungo discussa Prison Song.
Passiamo ora all'aspetto meramente musicale.

L'album si apre con appunto "Prison Song", che presenta sin da subito un sound molto duro; la particolarità di questa canzone è il cantato di Serj, che in certi tratti si trasforma in una sorta di cronaca di dati, a volte urlata a volte sapientemente "raccontata" con una voce "giornalistica", quasi "Robotica"; fanno da contorno le continue urla di Daron e Shavo. Il testo è una sapiente ed ironica polemica nei confronti delle prigioni statunitensi, luogo di corruzione e tossicodipendeza stando al testo della canzone.
La successiva "Needles" è forse la canzone più anonima dell'album (per quanto possa esserlo una canzone dei System) che passa comunque piacevolmente per le orecchie abituate al sound dei System. "Deer Dance" presenta sin dall'apertura un ritmo martellante adeguatamente prodotto sia dalla chitarra di Malakian, sia dalla batteria di John Dolmayan, sia dal basso di Odadijan.
Il vocalist, da parte sua aggiunge quel pizzico di originalità che distingue qualsiasi canzone dei System dagli altri gruppi del panorama Metal, riuscendo ad esprimere appieno la rabbia del cantante, che continua la via intrapresa con "Prison Song" mostrando il volto brutto, scomodo, e celato fino ad allora dell'America. "Jet Pilot" è forse una delle canzoni dove sono più visibili le influenze della musica armena, soprattutto nella voce -soave a tratti- del cantante Serj. Non ci sono però nel sound complessivo della canzone grossi cambiamenti rispetto alle precedenti. Sucessivamente arriva la canzone "X" che si rivela se non altro un'altra protesta, un'altra ribellione, un'altra sfogata, stavolta con tema il genocidio armeno.
Ed eccoci arivati alla grande "Chop Suey!" a mio avviso la canzone più bella dell'album. Stavolta i System non partono con la quarta ingranata, anzi, la canzone presenta un ritmo crescente: dapprima si sente solo la chitarra, successivamente si aggiungono basso e batteria fino a esplodere alle parole "Wake Up!" di Serj. In pieno stile System, la canzone si addolcisce per poi ri-esplodere all'urlo di "When Angels Deserve To DIE", per poi mantenere questo stile fino alla fine della canzone. Il testo della canzona è pienamente all'altezza anzi forse è uno dei più discussi, possiamo dire "circondato da un alone di mistero". Comprende infatti citazioni dalla bibbia (Father, into your hands/ I commend my spirit/ Father, into your hands/ Why have you forsaken me/ In your eyes/Forsaken me/ In your thoughts/ Forsaken me/ In your heart/ Forsaken, me, oh!) e riferimenti più o meno espliciti (a detta di alcuni) a Kurt Cobain e alla sua morte (il testo parla appunto di suicidio.) A proposito, Malakian ha detto:

La canzone parla di come, quando le persone muoiono, sono trattate differentemente a seconda del tipo di morte. Ad esempio, se io dovessi morire di overdose, tutti direbbero che me lo sono meritato perché ho abusato di droga, da qui la frase "Gli angeli meritano di morire".

In "Bounce" dopo un' introduzione con la quarta e il continuo incitamento al "pogo", Serj si lancia nel cantare in modo pressocchè ridicolo e divertente (Si sa che Serj è un tipo originale!).
Subito dopo abbiamo l'armoniosa (a tratti) "Forest", che trova tutta il suo splendore nel ritornello cantato con un mix tra rabbia e malinconia da Tankian. Si passa alla canzone col titolo più discusso, "ATWA", con chiaro riferimento all'organizzazione fondata dal serial killer Charles Manson. La canzone indubbiamente dall'introduzione più dolce, con un mix tra chitarra e basso accarezzati poi dalla voce di Tankian che esplodono poi nel ritornello. "Science" poi è una delle canzoni che osa di più nell'album, affiancando ad un ritmo puramente hard caratteristico dei SOAD, strumenti di tradizione araba, evidenti soprattutto dalla metà della canzone in poi.
Una grande perla è la canzone "Shimmy" che riesce ad entrarti in testa con il suo ritmo martellante e la parte vocale di Serj si fa rispettare aggiungendo a sua volta ritmi tradizionali armeni come fatto in precedenza. Presente qui ancora la denuncia contro l'america e e il suo sistema di indottrinazione della popolazione americana.
Si arriva poi alla title track, "Toxicity", che si apre con un giro di chitarra per poi lasciare spazio al talento del batterista John Dolmayan che trova forse maggior risalto in questa canzone. Il tutto è accompagnato dalla voce melodica di Tankian, che riesce comunque a dare un tocco di incisità al cantato.
La successiva "Psycho" che dona un atmosfera più cupa all'album, con un ritmo spesso ossessivo, martellante, che lascia comunque spazio ad un addolcimento. Infine, arriva il terzo singolo estratto, "Aerials", che inizia con un arpeggio seguito da continui riff di Malakian, il quale accompagna Tankian in quella che forse può essere la dimostrazione che non è solo il cantante "pazzo" che conosciamo, ma che è capace di emozionare, e non poco. L'apertura vocale sulle parole di "Life Is A Waterfall" è semplicemente sublime. La canzone è caratterizzata da continue evoluzioni strumentali prima a carattere puramente hard, successivamente con un ritmo più dolce, simile ad una ballata.
Merita attenzione la ghost track "Arto" suonata con strumenti tipici della musica tradizionale africana.

E' troppo difficile scrivere un commento su un disco così. Un disco coraggioso, a tratti dolce, ma che mantiene continuamente il suo filone rabbioso, sarcastico, critico. Inutile dire che rimarrà indimenticato nella storia se non altro perchè non rispetta i soliti schemi della musica.

Voto: 9/10

Commenti

Torna in cima alla pagina

Cerca nel sito...