Dredg - El Cielo

Scritto da Eru Illuvatar, il 29 Giugno 2010

coverCi sono canzoni che hanno segnato epoche e correnti di pensiero, Blowin’ In The Wind o Get Up, Stand Up solo per citarne alcune; intere generazioni si sono ritrovate e identificate in cantautori e gruppi. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui la musica è diventata, in special modo negli ultimi cinquant’anni, molto più che mero intrattenimento. Per molti la musica è diventata uno stile di vita, modo di comportarsi, di vestirsi, di pensare; quasi una squadra di calcio per cui si tifa pronti a spalare letame su qualche “rivale”. Anche una moda da seguire, facendosi piacere a forza ciò che ascoltano gli altri per sentirsi parte di un gruppo.

Ecco, prendete tutto questo e buttatelo nel rusco. I Dredg sono lontani da tutto ciò. Misconosciuti, ignoti alle masse, senza pretese sociali o di attualità e di certo senza influenza sulla moda. Ma non per questo poco validi. Anzi, tutt’altro. C’è chi dice che fra i tanti tipi di arte esistenti, l’arte della musica sia la più perfetta di tutte, quella più vicina all’essere umano, irrazionale ma, al tempo stesso, terrena. Sin dai tempi antichi, dalla preistoria, gli antenati dell’essere umano contemporaneo hanno in tutti i modi creato suoni da ciò che avevano sotto mano per dilettarsi. Nel corso dei secoli dei battiti su un tronco cavo si sono sviluppati, affinati, perfezionati; diventando una vera e propria arte fatta di sfumature e di sottotrame, in grado di regalare all’ascoltatore le emozioni più disparate con un linguaggio che si può capire unicamente ascoltando a propria volta un’opera. E’ questo più che altro lo spirito a cui vogliono avvicinarsi i quattro californiani riuniti sotto quello strano nome. La loro musica è fatta di sperimentazione sonora, progressione verso nuovi lidi musicali; ma è chiaro a tutti che la sperimentazione fine a se stessa non serve a niente; la musica deve risvegliare emozioni in chi ascolta, e anche questo è svolto in maniera superba.

Per fare tutto ciò non è necessario una grande fama internazionale e barche di soldi; solo olio di gomito, talento e passione. Infatti quando, nel 1998, uscì il loro primo full length, Leitmotif, passò pressoché inosservato, ma chiunque ne fosse entrato in possesso non ha di certo potuto fare a meno di notare una marcia in più rispetto a molti altri. Il loro successivo album El Cielo, uscito nel 2002, si rivelò invece un discreto successo (sempre proporzionato ad un gruppo di ambito underground) e mostrò al mondo quanto valessero davvero i Dredg. Le sonorità ruvide del Hardcore Punk degli inizi furono completamente abbandonate per lasciar spazio a influenze Pink Floydiane e tardo-Radioheadiane. Ma non renderebbe giustizia ai Dredg, oltre che essere sbagliato, affermare che El Cielo non sia fatto d’altro che citazioni e richiami ad alcuni grandi gruppi del passato; durante tutta la durata del plotto si è esposti ad un bombardamento benevolo di idee originali e fresche, grande raffinatezza e ricercatezza dei suoni, atmosfera e grande trasporto emotivo. Proprio quello che colpisce del disco è la grandissima classe con cui questi elementi vengono uniti rendendone difficile una vera catalogazione. Anche il formato concettuale dell’album unendo i vari brani con un unico filo conduttore è roba da alta, altissima scuola; al primo ascolto è tutt’altro che facile capire esattamente dove una canzone finisca e dove inizi la prossima, sembra tutto parte di un grandissimo affresco, anzi, lo è!

Durante tutta la durata dell’opera si viene trascinati tra sensazioni diverse e opposte. In alcuni episodi si ha la sensazione di volteggiare liberi per il cielo da cui prende il nome l’album; mi riferisco alle eccelse tracce strumentali (Walk In The Park, New Heart Shadow, An Elephant In The Delta Waves, Reprise), forse i picchi massimi di El Cielo. Ma anche la voce di Gavin Hayes, calda ed emozionante, è tra i protagonisti dell’opera; le suggestive note cantate sono perfettamente incorporate con i vari elementi che caratterizzano le varie canzoni. Qui vanno anche citati gli ottimi testi assenti nel booklet, dove per ogni canzone viene presentata una lettera (probabilmente immaginaria) in cui si fa sempre riferimento alla oscura “sleep paralysis” a cui sono affetti i fantomatici scrittori. Poco male, esistono sempre le proprie orecchie per capire le parole o internet. Anche se il titolo dell’album potrebbe far credere a divagazioni surreali ed esoteriche, siamo dalle parti del melodramma à là Muse.

Tematiche quasi inquietanti anticipate dalle già citate missive nel booklet caratterizzano i testi. Si passa da una sorta di rassegnazione sulla vita attuale di Same Ol’Road, alle drammatiche visioni di Triangle, fino a giungere a una vena claustrofobica in Eighteen People Living In Harmony. Ma non aspettatevi esplosioni di rabbia cruda e ruvida come in molti gruppi alternative o crossover, i Dredg fanno agonizzare El Cielo con calma, quasi a voler raggiungere una serena sopportazione del proprio destino; come un eroe ferito che, malinconico e composto, accetta ciò che gli è accaduto e vuole vivere i suoi ultimi attimi in pace con se stesso e il mondo. Notevole è anche che, durante tutte le sedici tracce, non vi sia neanche un minimo abbassamento dell’altissimo livello compositivo che permea durante tutta la sua durata; la qualità dei brani è sempre sublime, mai una ripetizione o un senso di dejavù; anche quando vi sono espliciti richiami a momenti precedenti del disco. Implicita, quindi, la totale assenza di una qualsiasi forma-canzone di strofe e ritornelli facilmente udibili e assimilabili.

L’album abbisogna di svariati ascolti per farsi catturare da ogni nota del circolo sonoro per arrivare alla totale assuefazione musicale, cogliendo sempre nuovi elementi che non fanno altro che avvolgere sempre più l’ascoltatore. Estremamente interessante, oltre che divertente, è anche la ricerca dalle varie fonti d’ispirazione dei Dredg. Dal jazz di Whoa Is Me alle contaminazione dei Pink Floyd nella traccia strumentale Reprise, il cantato ispirato da Steven Morrissey, le atmosfere solite di Debussy in Walk In The Park, i Radiohead in Of The Room e richiami a Jeff Buckley in Scissor Lock. Ovviamente una tale meraviglia non può che avere un finale degno, compito assegnato alla superlativa The Canyon Behind Her dove i cori quasi ecclesiastici posti nel finale danno la sensazione di perfezione e trapasso verso una dimensione paradisiaca.

Davvero difficile, se non impossibile, non farsi catturare da un opera così completa, mastodontica e poetica. Ma le parole non sono sufficienti a descrivere nella sua completezza l’album, servono ascolti su ascolti. Un disco da avere assolutamente; semplicemente sublime.

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