Funkadelic - Maggot Brain (1971)

Scritto da Evilkittie, il 14 Giugno 2010

Funkadelic - Maggot Brain CoverBlack-Power. Un’espressione usata spesso nel gergo dello spettacolo, e talvolta anche nello sport, per indicare l’espressività, la qualità e la potenza della performance di un uomo, o di un insieme di uomini, di colore. Limitandosi al campo dell’entertrainment, nel cinema si parla di Black-Power per attori come Denzel Washington, Forest Whitaker o Morgan Freeman per citarne tre a caso, i primi che mi vengono a mente fra i volti più noti del cinema americano della storia recente, senza andare a guardare nelle epoche passate. E nella musica, come nel cinema, parlare di Black-Power significa tirare in mezzo la storia della Black-Music, che racchiude in sostanza le maggiori influenze artistiche della musica odierna d’oltremare e non: trattare di soul, jazz, per passare ad hip-hop ed rnb, significa prendere in mano le radici stilistiche di una enorme fetta della storia della musica.

Molto spesso si dice, richiamando forse concetti superati ed un po’ retrò, che i “neri” hanno la musica nel sangue, come la stessa cosa si dice dei latino-americani del resto. Oltre alla musica nera per eccellenza, e cioè il già citato connubio Soul-Jazz, un’arteria d’importanza almeno femorale per questo panorama musicale, è il FUNK. Questo nasce come una sorta di estremizzazione/evoluzione dei concetti primari del Jazz e del Soul, sviluppatasi principalmente a cavallo fra anni ‘60/70, nel periodo della rage della, a quel tempo “classe nera”, contro le roccaforti non più difendibili del razzismo mascherato da conservatorismo bianco, portando una decisa nuova boccata d’aria a un genere che rischiava di rimanere nelle seppur splendide nicchie radical-chic di New Orleans. Il funk è dilagato come una pandemia specie grazie a personaggi carismatici come Jimi Hendrix, che hanno saputo esaltarne al limite la componente psichedelica, che rappresentava al tempo la vera linfa vitale innovatrice e motrice ispiratoria di moltissime realtà del periodo. Da questo panorama artistico, storico e soprattutto sociale, hanno origine i Funkadelic, e la loro pietra miliare: Maggot Brain.

Maggot Brain è un fitto mosaico policromatico di spiritualismo panteistico, follia bizzarra e acido sentimento di rivolta. Rivolta contro che cosa è piuttosto ovvio se si considera la fase storica già citata in cui il disco ha avuto la luce; dalle note convulse dei brani contenuti nell’opera, traspare chiaramente la confusione, il desiderio di emancipazione, la voglia di raccontare una cultura rimasta soffocata dalla rabbia e dall’oppressione di secoli di sottomissione razziale durata fino a buona parte della seconda metà del novecento e che ancora oggi non si può dire completamente sconfitta, nonostante la presenza di un nero, o come direbbe qualcuno, un “abbronzato” alla casa bianca.

Il disco si apre con un vero e proprio inno accorato al raccoglimento, la title track Maggot Brain, una eterea suite strumentale dove il fenomeno artistico del gruppo, Eddie Hazel, tortura la sua chitarra per 10 lunghi minuti, strappandosi il cuore dal petto, scatenando un uragano di sensazioni e colori in grado di ricoprire quasi completamente l’infinita gamma di emozioni che la nostra esperienza possa riconoscere. L’accompagnamento di sottofondo è allo stesso modo straziante: un loop di chitarra acustica pizzicata che insiste sempre sullo stesso arpeggio, sempre lo stesso accordo, quasi a richiamare una sorta di ridondante e straziante ninna-nanna funebre.
La traccia successiva è una sorta di intermezzo di circa 3 minuti, dove fanno la loro degna comparsa percussioni, chitarre acustiche e coretti femminili in falsetto, come a voler riportare all’improvviso la luce e dare davvero il fischio d’inizio al disco, che si svilupperà in questi toni in tutta la sua parte centrale. L’esplosione funk-ormonale si ha con la terza traccia, Hit it And Quit it, un mid-tempo scandito dall’efficace bassline e dall’immancabile giro di organetto Hammond, in un crescendo che sfocia nel rabbioso assolo sul finale. In “You And Your Folks, Me And My Folks”, il gruppo continua a spingere sulla componente soul-psichedelica facendo affidamento a back-vocals femminili ed a semplici intermezzi di piano sullo sfondo, tanto per preparare il terreno alla vera perla del disco, assieme alla traccia di apertura. Ascoltando Super-Stupid si ha l’impressione di ascoltare un demo dei Rage Against The Machine, data l’immensa carica emotiva racchiusa. La rabbia esplosiva qui sfocia in un cantato quasi urlato in delay, un’effetto che contribuisce a ricreare un’atmosfera da “rivolta” appunto. Il brano è arricchito da una struttura assurdamente riempita da pause e ripartenze, ad ognuna delle quali seguono parti travolgenti condite da altrettanti virtuosismi furiosi di elettrica. Una traccia per molti versi ancora del tutto attuale, forse la più attuale ed “accessibile” dell’intero disco, se si considera come in moltissimi esempi di crossover-rock più o meno odierno, specie nel ramo politically-oriented, si trovano strutture dei brani e riff del tutto simili a questa, senza ripetere l’esempio dei RATM già richiamato.
La successiva Back In Our Minds è una sorta di outro, che conduce all’ultimo brano del disco, se così si può chiamare. In effetti, la finale “Wars Of Armageddon” assomiglia più a una lunga jam-session, fatta evidentemente di moltissima improvvisazione, di cui forse l’unico elemento di continuità riconoscibile è la furiosa parte di batteria in sottofondo. Si riconoscono però distintamente due elementi: il rumore di voci campionate umane e non, provenienti da più fonti, come da altoparlanti di un aeroporto o della televisione, e il fragore delle esplosioni che occupano tutta la parte finale di quest’episodio: il significato di questo abbinamento è un po’ una provocazione al mondo di oggi, ma ognuno è libero di darne un senso specifico, a patto che questo di fatto esista (l’orribilità della guerra, la vita dell’uomo nelle città, lo strumento dell’informazione come “arma” di disinformazione eccetera, tutti concetti del tutto attuali).

Gli anni settanta sembrano lontani anni luce, ma sulla carta sono solo poco più di una quarantina di anni fa. Per apprezzare alcune parti di questo disco, non ci vuole un gran sforzo di immaginazione, mentre per altri aspetti, è un’opera non proprio accessibile che richiede un certo “calarsi nella parte” per essere compresa. Come tutti i capolavori del resto.

Voto: 9/10

Maggot Brain http://www.youtube.com/watch?v=dh3bleXWaCk
Super Stupid http://www.youtube.com/watch?v=oVHrvx-Ua68
Hit It And Quit It http://www.youtube.com/watch?v=EBXU2t4h ... re=related

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