Breaking Benjamin - Dear Agony

Scritto da Renji, il 04 Giugno 2010

Recensione di Dear Agony - Breaking Benjamin

Tracklist

  1. Fade Away
  2. I Will Not Bow
  3. Crawl
  4. Give Me A Sign
  5. Hopeless
  6. What Lies Beneath
  7. Anthem Of The Angels
  8. Lights Out
  9. Dear Agony
  10. Into The Nothing
  11. Without You

 

La prova materiale (o, meglio, musicale) che una band può continuare per la propria strada, intrapresa anni prima, senza dar conto alle esigenze del mainstream che continua a richiedere musica per tutte le orecchie.
Si parla del quarto album dei Breaking Benjamin, Dear Agony. Stando alle parole del frontman, Ben Burnley, questo è il primo album scritto da sobrio, avendo avuto vari problemi negli anni precedenti con alcol e fumo (Nel 2005 contrasse un infezione ai polmoni), avvenimenti che riversano tutto il loro contenuto nella maggior parte di quest'album che, anche se mantenendo qua e là il monotono anonimato e la solita vaghezza dei testi, è davvero più che riuscito.

Le danze si aprono con "Fade Away": Soliti riff iniziali gestiti da Aaron Fink, che ancora una volta fa lavorare la fantasia e la tecnica, partorendo degli ottimi intro alla chitarra, e non solo: dopo l'intrigante lavoretto da parte della chitarra principale, inizia il ritmo martellante del brano, aggiungendo i soliti accordi duri da parte di Ben, per poi concludere la sequenza musicale in fretta e furia ed attaccare con l'inizio delle strofe, che si sposano perfettamente con i ritmi quasi "meccanici" di sottofondo, narrate da una voce che non risparmia la potenza, ma che non si spinge nemmeno tanto oltre i soliti canoni. Dopo il secondo ritornello, la traccia continua con un bridge semplice e breve, per poi attaccare con un impaziente assolo esaltante e potente che fa tornare tutto alla calma e accompagnando, dopo il ritornello finale che raggiunge, come da rito, dei picchi vocali più alti, il brano alla fine.
Subito dopo incontriamo "I Will Not Bow", fortunato singolo che ha anticipato l'album, anche per essere stato inserito nella colonna sonora del film "Surrogates": Inizia con un effetto "formicolante", figlio di un semplice tapping alla chitarra, rotto da uno dei soliti growl potenti di Ben, che si ripeteranno alla fine e al bridge, questa volta, però, molto più prolungato, seguito da un assolo di velocità media-alta: ecco che si ritorna al loro stile d'origine, anche se in certi tratti, come nel pre-chorus, si nota una strana calma vocale.
Terza traccia, "Crawl": solito ritmo martellante come intro, per poi veder apparire un canto pulito e crescente di Ben, fino a sfociare in un una sorta di piacevole ping-pong di growl-canto al ritornello, che si ripete anche nel riuscitissimo bridge, dove possiamo anche assorbire altri growl molto più prolungati come back vocals: nel complesso, forse il periodo migliore della canzone.
Arriviamo alla quarta traccia, "Give Me A Sign": Stupenda, meravigliosa, eccezionale. Ritmi mediamente duri tra intro e ritornello che portano a strofe che incontrano un Ben emozionato e malinconico, che raggiunge gradi di dolcezza malinconica (già visti nei lavori precedenti anche in un modo molto più accentuato) ma senza mai smentirsi o eccedere. Uno dei testi più singolari e significativi dell'album e una base sapientemente studiata fanno di Give Me A Sign, molto probabilmente e insieme solo ad un altro paio di brani, il miglior pezzo dell'album.
Ma si sa, che dopo il momento di debolezza, c'è il momento di rabbia e di sfogo: "Hopeless", quinta ed enigmatica traccia: sicuramente la più dura dell'album, ritroviamo il piacevole ping-pong di growl-canto anche qui, accompagnato dai visti e rivisti riff "Benjaminiani" che ancora una volta la fanno da padrone. Unica pecca è il testo: Il primo esempio per quest'album della monotonia e della ripetenza di alcune frasi fatte.
"What Lies Beneath" inizia con un debole canto e un semplice arpeggio di chitarra che sfoceranno in rivelazioni di strazianti accuse e una sorta di significato che gira intorno ad un riassunto del tipo "lascerò scivolare via che tutto quello che mi fai solo per il tuo bene", contornato da alcuni growl alla fine dei ritornelli e nel bridge, forse nettamente inutili.
"Anthem Of The Angels": aria di rassegnazione e una sorta di "conoscenza dei fatti" nel testo, molto belle parole. Lavoro di batteria molto curato da Chad Szeliga e anche qui troviamo parti vocali calme e piacevoli che per fortuna non cercano di inserire growl inutili diversamente da quanto già visto. Niente di nuovo nel bridge. Può strappare una lacrima.
Si ritorna ai ritmi pesanti con "Lights Out": ritmo deciso e pungente che fa da cornice ad un mosaico di accuse, metafore e vendette molto cattive; Mediamente melodico il canto nel ritornello e profondo il growl di rito alla fine dei chorus e della canzone. Una specie di assolo nel bridge molto semplice e rapido che viene aiutato molto dall'impegnato lavoro di basso di Mark Klepaski che notiamo soprattutto in questo genere di canzoni. Continua il percorso della "Cara Agonia" con la title track, appunto.
"Dear Agony" si dimostra matura e riuscita in praticamente tutti i punti della stessa, grazie anche ad uno dei migliori testi che possiamo incontrare durante quest'analisi. Una chitarra decisa ma per niente pesante accompagna tutta la canzone; Godibile al 100%, strofa dopo strofa si arriva ai ritornelli che, una volta appreso il significato, sono capaci di mostrarti e spiegarti le "istruzioni" per arrivare al bridge che è qualcosa di estremamente soddisfacente ed espressivo, che infine sfocia in un flebile "I Feel Nothing Anymore", per poi concludere.
Ci avviamo verso la fine con "Into The Nothing": traccia stranamente godibile, essendo praticamente una specie di fusione tra "Crawl" e "Lights Out". Non sempre la stremante e continua offerta di qualcosa è fastidiosa, anche se "Into The Nothing", come già detto, anche a primo ascolto sembra una traccia ascoltata e riascoltata. Tecnicamente, l'intro è più che godibile, vengono per fortuna abbandonati del tutto i growl, ma il testo lascia fin troppo a desiderare. Il bridge innovativo tappa molti buchi e "salva" la canzone da un inevitabile collasso.
Salutiamo questo lavoro con "Without You", forse la miglior traccia di chiusura mai creata dal gruppo: un intro che ricorda molto "Breath" dell'album precedente, nato da una sapiente alternanza di piccole note alla chitarra, un mini-assolo che introduce al cantato delle strofe, accompagnato interamente dalla batteria e dal basso. Durante queste è appena accennata, invece, la chitarra, che presenta solo deboli arpeggi. Il ritornello presenta un cantato fisso su note mediamente alte di Ben, che riesce ad arrivare a picchi alti senza strillare, ma quasi "bruciando" i contorni della voce, rendendola più che piacevole. Il secondo pre-chorus presenta un prolungamento inaspettato subito prima del ritornello, che porta quest'ultimo a subentrare con molta più forza, per poi sfociare in un bridge liberatorio e sapiente, che muore, infine, con una nobile sequenza d'archi.

Insomma, un lavoro che rasenta il meglio del genere sulla parte musicale, ma che presenta non poche lacune sulla parte scritta dei testi. Il gruppo ha cercato un pò troppo di ostentare il proprio "non cambiare strada per guadagnare successo", inserendo growl e soliti ritmi per una sorta di "riconoscimento", laddove si sono rivelati inutili e anche fastidiosi, in certi casi. I Breaking Benjamin, ormai si è capito, non amano sbandierare ai quattro venti le proprie emozioni (o, meglio, debolezze) e preferiscono propinare la propria rabbia in tutte le salse, invece di dare più importanza al lato che quasi si riaccosta all' Emo dei primi lavori, con i quali riuscirebbero a dare alla luce dei pezzi meravigliosi, come già successo (Forget It, Forever, Rain, Next To Nothing, Sooner Or Later, You, Here We Are), o magari dare semplicemente ai sentimenti la giusta dose di aggressività (The Diary Of Jane, No Games, Phase) senza esagerare.

Voto: 7 e 1/2

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