Deftones - Diamond Eyes

Scritto da Evilkittie, il 03 Maggio 2010

Recensione di Diamond Eyes - Deftones

Tracklist:

  1. Diamond Eyes
  2. Royal
  3. CMND/CTRL
  4. You’ve Seen the Butcher
  5. Beauty School
  6. Prince
  7. Rocket Skates
  8. Sextape
  9. Risk
  10. 976-EVIL
  11. This Place Is Death

 

Questo non è un mestiere facile. Non è un mestiere facile quando i tuoi lavori iniziano a essere definiti dai più intellettuali come mediocri, privi di iniziativa e di innovazione, e vieni considerato oramai bollito dal mainstream, destinato a finire in quella nicchia dei bei gruppi che furono e poi non furono più siccome finirono. Non è un mestiere facile nemmeno quando chi ti segue, chi scalda le platee ai tuoi concerti, si spacca sul giudizio del tuo lavoro, dove la stra-grande maggioranza chiede a gran voce un cambio di direzione, guarda caso orientato proprio su ciò che tu avevi scelto di abbandonare, siccome i tempi cambiano e la musica ci va dietro.
Il rischio di essere considerati superati, fuori dal tempo, è sempre dietro l’angolo, e questo crea una certa dose di angoscia. Se a questo si aggiunge la disgrazia di perdere uno dei pilastri fondamentali del tuo gruppo, che non ha mai cambiato line-up sin dagli esordi non proprio di un paio di anni fa, vittima di un incidente d’auto ed in coma da due anni, ok le cose si fanno serie, potresti pensare di aver già fatto abbastanza, e che forse dopo dieci anni e rotti giunge anche l’ora di smettere, di diventare grandi, e dedicare il proprio tempo a fare altro. Evidentemente però, ai Deftones (e non sono i soli, vedesi Korn, vittime anche di più radicali spaccature) tutto questo non è nemmeno lontanamente passato per la testa, e proprio in un momento nero che più nero di questo non si potrebbe immaginare, arrivano a sfornare il disco che non ti aspetti, che forse avresti desiderato fosse uscito già un paio di anni fa al posto di Saturday Night Wrist, uno dei più inspiegabili capitoli della pur brillante carriera della band californiana.

Proprio adesso i ‘Tones, con uno splendido colpo di teatro, ritrovano una serie di cose che erano andate perdute poco dopo l’uscita del capolavoro del gruppo, White Pony: la fredda lucidità, la naturalezza, la limpidezza nelle atmosfere, nelle melodie, in perfetto equilibrio con la rabbia e il dolore per tutto ciò che realmente sta accadendo. Sentimenti motivati che molto probabilmente sono serviti moltissimo al gruppo per poter tornare a scrivere qualcosa con nuove energie.

Venendo al disco, ad un primo rapido ascolto, Diamond Eyes appare letteralmente stracolmo di citazioni ai primissimi lavori del gruppo, vale a dire i più aggressivi e diretti, dove meglio si distinguono le basi musicali della band, ovvero Adrenaline, Around The Fur e White Pony, che neanche a dirlo sono i lavori verso i quali chi supporta il gruppo da tempo (come il sottoscritto) ripone grande affetto. Magari, per alcuni, questo fatto può anche essere una pecca, ma l’elenco dei difetti finisce molto presto. Perché è proprio grazie a questa scelta, di emulare in buona parte i primi lavori, ammodernandone e rivisitandone i contenuti, che i Deftones vanno a segno. Forse anche presi dalla concreta necessità di riprodurre qualcosa che potesse essere apprezzato anche da chi ha sempre sposato la prima epoca della band, producono un album che si potrebbe dire storicamente retrò, riuscendo però nell’intento che non era riuscito nei due dischi precedenti: quello di somigliare sì al glorioso passato, senza cadere nella scontatezza o prevedibilità, ed evitando di percorrere strade di innovazione ad ogni costo, fatto che nella storia recente aveva portato ad ampiamente evitabili forzature compositive.
Stranamente quindi, anche se il disco non rappresenta nessuna rivoluzione, suona proprio come non ci si aspettava: giovane.


Ad aprire le danze è la title-track: martellante, incisiva, cruda e abrasiva come l’asfalto nelle strofe, e pura dolce poesia trascinante nel chorus, dove Chino Moreno si dimostra decisamente più in forma di quanto mostrato in tempi non troppo lontani. A seguire, Royal, dove si avvertono lampanti i primi veri brividi White-Ponyani, con quel freddo scalpitare delle percussioni sullo sfondo e la filtrata/smorzata voce di Chino pronta ad esplodere nella parte centrale. E’ davvero come se i Deftones abbiano fatto un immenso salto indietro nel tempo, riportando alla mente suoni e nostalgie che avevano fatto esplodere agli albori degli anni 2000 un intero genere musicale. E a questo proposito, il gruppo torna ancora più indietro nel tempo con CMND/CTRL: l’onda NU minimalizzata e “Adrenalinizzata”, inizia a farsi sentire con rinnovata forza, riducendo al minimo la componente melodica e riversando un quantitativo non precisato di acido corrosivo su una struttura del pezzo semplice, lineare e volutamente ridondante.
Si cambia decisamente registro con la successiva You’ve Seen The Butcher. Si cambia anche perché questa piccola gemma deftoniana rappresenta il vero step evolutivo del disco: i synth elettronici giocano un ruolo di prim'ordine in questa cupa traccia notturna, dove Chino ricorre al tipico ed abusato filtro vocale a “fondo di bicchiere” per completare il quadro angosciante che questa traccia può suscitare all'ascoltatore. A contrasto, nella seguente Beauty School, si ritorna decisamente a vedere la luce: mentre mr. Cunningham dietro le drum machine contribuisce a tenere alto il ritmo del pezzo, la band ci introduce poco per volta in un’atmosfera onirica, sognante ed allo stesso tempo sinistra, specie nella splendida parte centrale, fra alternate pause e ripartenze. La successiva Prince è forse la traccia più ‘Tones di tutto il disco, dove l’inizio ricorda a tratti RX-Queen, traccia presente in White Pony, specie per il glaciale battito delle percussioni a contrasto con l’altrettanto fredda voce graffiante di Chino, che si strugge nel sofferto chorus.
La successiva Rocket Skates è il singolo di lancio del disco, e per certi versi non poteva esserci scelta più azzeccata. Si toccano qui territori già visitati dalla band californiana, ma su una veste più aggressiva, quasi tendente alle attuali mode “core” d’oltre oceano, senza però mai tradire quel mood e quello stile unico che contraddistingue la vera linfa dei Deftones.
Si giunge così a Sextape, la miglior traccia del lotto: a metà strada fra Cure ed influenze post-grunge, il brano rappresenta la definizione di ballata: lento ritmo scandito da un’altra magistrale prova di accompagnamento di Abe dietro le percussioni, che come prendendoci per mano, accompagna gentilmente all’abbandono psico-fisico totale all’altezza del motivo centrale, dove la sensuale voce di Chino raggiunge picchi di dolcezza raramente esplorati fino a questo momento, sospinto dalle sonorità sempre più multi-cromatiche di un rinato artisticamente Stef Carpenter. Con la successiva Risk si ritorna decisamente con i piedi per terra, o meglio, alle ruvidità e rugosità impervie della prima parte del disco. Nulla però è lasciato al caso, dimostrando una certa coesione di idee che era andata scomparendo negli ultimi anni. Nemmeno sulla fine del disco i Deftones concedono tregua alla loro rinnovata vena ispiratrice: 976-Evil è un altro episodio degno di nota, come del resto la struggente traccia di chiusura, This Place Is Death.

Giungendo alle conclusioni, i Deftones con questo disco ritornano decisamente sul loro migliore “seminato”, facendolo però senza ricalcare gli stessi binari, ma semmai reinterpretando e ammodernando quelli che furono i veri capolavori della carriera di questa band. Un disco che concede i giusti e dovuti spazi a cali drastici di ritmo in favore di momenti più riflessivi, senza però cadere nella noia grazie a composizioni sì furbe (è ciò che sanno fare meglio) ma comunque di gran classe ritrovata. Pertanto, una tacca sotto White Pony, forse una tacca sopra Around The Fur.

Voto: 9.5

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