10 Years - Division

Scritto da Evilkittie, il 22 Novembre 2009

10 Years - Division

Cover10 Years è il nome di uno dei gruppi decisamente più ignorati ed ingiustamente sottovalutati nel vecchio continente, provenienti dal turbinoso panorama musicale d’oltreoceano.

Il loro album d’esordio, The Autumn Effect, risale al 2005: una proposta musicale molto semplice, linee vocali in assonanza con le magniloquenze di Maynard Keenan, leader dei Tool e non solo, dal quale il gruppo ha saputo con originalità prendere spunto anche qualcosa dagli A Perfect Circle, side project dello stesso Keenan, in una versione decisamente più immediata e semplificata, ma non per questo mal riuscita, o peggio, banale.

Le sonorità post-grunge ed alternative, condite con la giusta dose di aggressività, si sono un po’ spente in questo loro follow-up, Division, sostituite da un qualcosa che più ricorda i primi Breaking Benjamin, piuttosto che le catartiche atmosfere di tooliana memoria: questo però pur non cadendo nella inevitabile tentazione di appoggiarsi, come forse troppi fanno in tempi recenti, alla vena emotional.
Proprio per questo, i 10 Years non cambiano proprio pelle in questo loro secondo album: semplicemente aggiustano il tiro, rinnovando il loro “look” sonoro, verso qualcosa di più personale, e tutt’altro che attuale.

Anche in questa nuova seconda fatica, il gruppo non sceglie di utilizzare tinte forti per esprimere la propria musica. Si affida bensì una vasta gamma di dolci sfumature scure: tutte le tonalità del grigio che erano presenti anche in Autumn Effect trasudano in ogni brano di questo Division di quella sensazione di malinconia, di ferita riemarginata, mantenendosi però lontanissima da quell’evidenza depressiva tipica di altre band, come nel caso degli Staind (di cui la “depressione” intesa come condizione psico-fisica è diventata autentico marchio di fabbrica).
Anche dal punto di vista delle melodia, come in Autumn Effect, i 10 Years non inventano nulla di nuovo, tirando fuori dal cilindro brani semplici ma efficacissimi, prendendo moltissimo spunto da altre realtà nel loro contesto, a tratti avvicinandosi anche ai Deftones più recenti, specie nel suono delle chitarre e nelle partiture. Il range dell’ispirazione è comunque molto vasto, e la “genuinità” delle fonti, è sicuramente un punto a favore.

L’album si apre con la potente opener Actions And Motives: percussioni in controtempo, lineare giro di basso e subito grande prova del lead-singer, per quella che è già forse una fra le migliori tracce del disco. La seconda traccia, Just Can’t Win, è sia a livello qualitativo, che puramente strutturale, analoga all’opener, con la quale condivide la linea melodica vincente e differisce per quel tocco di progressione ed emozionalità in più che la impreziosisce. L’ombra di Autumn Effect è molto lunga su questo brano, e non sarà certo l’unico del disco a condividere molto del valido album d’esordio.
Nelle due successive Beautiful e 11-Am, si evoca, musicalmente parlando, un pacchetto di soluzioni un po’ meno tipiche al gruppo in questione, che vira improvvisamente verso lidi nemmeno troppo lontani, comuni a gruppi come i Three Days Grace e Chevelle, facenti parte di quella corrente post-grunge ancora molto in voga negli Stati Uniti. Dying Youth è forse la traccia meglio riuscita del lotto, o almeno, sicuramente lo è in completezza: la componente A Perfect Circle qui torna preponderante come nel primo disco, soprattutto per le atmosfere evocate. Il brano si apre con una splendida introduzione in acustica, in cui il vocalist da il meglio di se’ in quanto a profondità, lasciando però lentamente spazio al cuore più aggressivo del brano, che inizia a pulsare trascinando via pezzo per volta la relativa calma dell’inizio, sostituita dai toni cupi del chorus. Analoga sorte tocca Russian Roulette, che si schiude lentamente per essere una delle tracce più aggressive e valide del disco. Seguono poi due “esperimenti”, ossia due brani (forse non a caso messi in successione) in cui si concentrano tentativi, in parte riusciti, in parte meno, di poter prendere davvero le distanze da quanto proposto nel primo disco e per così dire ripetuto e riveduto in questo Division. Focus e Drug Of Choice sono le due tracce in questione: la prima è una ballata ben condita da chitarre acustiche ed archi, peccando però un po’ dal punto di vista della melodia in se’; la seconda è una potente traccia hard-rock, in cui il combo-killer di basso e batteria la fa da padrone rimembrando un po’ lo stile di “maniera” dei primi Nickelback. Buoni tentativi entrambi, ma sicuramente da rivedere in futuro. Nelle due successive Picture Perfect (di cui si annovera, oltre alla buona linea vocale, il particolare outro con voce femminile) ed All Your Lies, i nostri ritornano un po’ sulle soluzioni di apertura del disco, che sono del resto quelle in cui meglio sanno misurarsi. La successiva So Long, Good Bye, è come da titolo una lenta e sofferta ballata in cui la chitarra acustica torna a fare la protagonista: proprio l’inserimento di molte parti in chiave acustica qua e là nel disco è uno degli elementi di innovazione meglio sviluppati da parte del gruppo, e brani come questo contribuiscono a rendere più “variegato” il suono di Division rispetto al suo precedente. Con le progressioni della successiva Alabama, il gruppo si concede l’ultimo valido sussulto di ruvida aggressività, prima di abbandonarsi alle dolci note della splendida e toccante traccia di chiusura, Proud Of You, quasi interamente arrangiata in pianoforte, dove ancora una volta la voce del leader mostra le sue molteplici sfaccettature.

Luci e ombre sostanzialmente in questo secondo album dei 10 Years, esattamente come avveniva per l’album d’esordio: più che di difetti, si può parlare di qualche incertezza di troppo, soprattutto nel tirare fuori qualcosa di realmente nuovo senza riparare nelle già collaudate note del primo lavoro.
Detto questo però, rimane comunque un album più che soddisfacente.

Voto: 7/8

 

 

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