Deftones - Gore

Scritto da Mattia Schiavone, il 03 Maggio 2016

coverDiciamo la verità, i Deftones sono sempre stati un passo avanti rispetto alle band “coetanee”. Il combo di Sacramento, infatti, dopo un disco di esordio legato al sound dei Korn, si è sempre innovato, album dopo album, costellando 25 anni di carriera con capolavori del calibro di Around The Fur, White Pony e Diamond Eyes. Neanche la morte dello sfortunato bassista Chi Cheng (avvenuta due anni fa dopo un lungo periodo di coma) e i presunti dissidi interni tra Stephen Carpenter e Chino Moreno sono riusciti ad affossare questa splendida realtà, che ad ogni uscita è in grado di regalare nuove calde emozioni, accompagnate da sensazioni ormai note ai fan della band.

Il nuovissimo Gore non cambia la tradizione: Moreno e soci hanno deciso di proseguire il percorso intrapreso con il precedente Koi No Yokan, donandoci un lavoro composto da un sound coeso, con nuovi elementi uniti a deja vù. Come si diceva prima, sta proprio qui la forza dei Deftones: il riuscire a presentare continuamente album diversi, ma con vari elementi noti con cui riescono sempre a fare centro. Si può dire che Carpenter abbia nuovamente affilato la sua otto corde, donando alla celestiale voce di Moreno il solito sottofondo fatto di riff devastanti e passaggi gelidi e taglienti, mentre Abe Cunningham si è ritrovato a pestare come un indemoniato, offrendo, con la collaborazione di Sergio Vega, una solida sezione ritmica.

Ma come detto non mancano le novità, date soprattutto da una rinnovata intimità dei brani. Far partire Gore equivale ad immergersi per 48 minuti in una realtà parallela, in cui sono più i momenti evocativi e riflessivi sottolineati dai synth di Delgado e dai celestiali vocalizzi di Moreno che quelli in cui si viene investiti da una chitarra graffiante e abrasiva come l’asfalto. Il primo singolo Prayers/Triangles è forse il brano che esemplifica meglio il sound generale dell’album: le strofe sono cupe, scandite dal martellante basso di Vega, su cui si appoggia il delicato arpeggio di Carpenter e l’eterea voce di Moreno, che, qui come non mai, sembra quasi provenire da un altro pianeta. I toni vengono alzati solo nel bridge, in cui le chitarre iniziano a ruggire e Moreno ci regala i suoi famosi scream. Il pattern dell’opener può essere applicato tranquillamente al resto del disco: l’atmosfera cupa e claustrofobica è presente in quasi tutti i pezzi, il più delle volte accompagnata da strati sonori delicati ed evocativi, mentre gli sfoghi di pura rabbia e cattiveria ai quali eravamo abituati si limitano ad un paio di episodi. Doomed User sembra quasi un incrocio tra Elite e Royal, un’enorme ondata di violenza che travolge l’ascoltatore senza alcuna pietà, mentre la title-track contrappone una strofa in cui si accumula la tensione ad un ritornello semplicemente devastante.

Dall’altra parte abbiamo invece perle del calibro di Hearts/Wires e Phantom Bride. La prima, sebbene possa essere tranquillamente catalogata come una delle migliori ballate dei Deftones, si distacca dalla dolcezza di Sextape, mantenendo le atmosfere oscure del resto del disco, ma riuscendo comunque a smuovere l’ascoltatore, soprattutto nel memorabile ritornello. Phantom Bride, che è forse la migliore traccia del lotto, cresce invece di intensità filo all’assolo di Jerry Cantrell (Alice In Chains), prima dell’emozionante finale. Il resto del disco si pone a metà di questi due estremi, con brani in cui malinconia, claustrofobia e violenza vengono dosate ed equilibrate alla perfezione, anche se sono presenti un paio di brani sottotono (L(MIRL) e Pittura Infamante).

In questo modo i Deftones sono riusciti a dare vita ad un altro album di alto livello. Gore non è certo al livello dei capolavori della band, ma è senza dubbio un ottimo disco, che verrà amato da chi ha apprezzato anche Koi No Yokan. Trovare un gruppo così oliato e ben funzionante da tutto questo tempo è quasi impossibile, ma, ripeto, i Deftones sono sempre stato un passo avanti alle band simili a loro. Infinite lode a Chino Moreno e soci, che dopo 25 anni sono ancora in grado di innovarsi senza snaturarsi, emozionando esattamente come il primo giorno.

 

VOTO: 8

 

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