Nightwish - Endless Forms Most Beautiful

Scritto da Mattia Schiavone, il 11 Aprile 2015

coverEvoluzione: ogni processo di trasformazione, graduale e continuo, per cui una data realtà passa da uno stato all’altro (quest’ultimo inteso generalmente come più perfezionato) attraverso cambiamenti successivi (Treccani)

La parola “evoluzione” e il suo significato sono l’esemplificazione perfetta di ciò che sono diventati i Nightwish nel 2015. Sono passati venti anni dalla fondazione della band di Kitee e in tutto questo tempo i cambiamenti sono stati diversi e in molti casi repentini, non solo dal punto di vista prettamente musicale. Partendo dai vari cambi di formazione fino alle (conseguenti) variazioni di sound, si può dire che la band finlandese si sia appunto evoluta continuamente nei due decenni di carriera, passando per influenze power, thrash fino a sezioni orchestrali sempre più preponderanti negli ultimi anni, ma rimanendo comunque la band symphonic metal per eccellenza. Certo, il primo periodo post Turunen non deve essere stato una passeggiata (testimonianza di ciò è il non troppo ispirato Dark Passion Play), ma, dopo gli scossoni conseguenti al licenziamento della cantante storica, Tuomas Holopainen e soci sono riusciti a riprendersi con la pubblicazione di quell’inno alla Fantasia che porta il nome di Imaginaerum e che possiamo annoverare tra i migliori lavori dei Nightwish.

Come si diceva precedentemente, la parola “cambiamento” è quasi all’ordine del giorno quando si parla dei finlandesi e infatti, nonostante tutto sembrasse ormai sulla buona strada, il 2013 ha visto il licenziamento della “nuova” cantante Anette Olzon e il conseguente ingresso nella band di Floor Jansen e Troy Donockley, che già aveva collaborato negli ultimi album. Dopo aver visto l’affiatamento tra i membri della “terza era” della band sul palco, la scelta è sembrata subito azzeccata: le pipes di Donockley hanno sempre dato quel qualcosa in più alla musica dei Nightwish e la versatilità della Jansen ha permesso alla band di conservare la propria identità, senza essere impossibilitati a riproporre brani anche datati in sede live. L’unico dubbio che ha attraversato la mente degli scettici si relazionava alla capacità di Holopainen di adattare il sound del nuovo album alla nuova voce, evitando un altro disco di passaggio come fu Dark Passion Play. Ma come si dice “sbagliando si impara”, e possiamo subito dire che fortunatamente Endless Forms Most Beautiful non risente dei cambiamenti di formazione.

Inizialmente si parlava di evoluzione e, oltre a rappresentare il percorso musicale della band, l’evoluzione è il concept, il cuore pulsante di Endless Forms Most Beautiful, che si ispira agli studi di Charles Darwin e usa come narratore in alcune tracce il biologo evoluzionista Richard Dawkins. L’argomento trattato quindi si contrappone a quello del precedente Imaginaerum, e questo discorso può essere anche allargato alla componente puramente musicale del lavoro. Si può dire che in questo nuovo album Holopainen abbia modellato il sound attingendo a tutti i lavori precedenti della band, dando quindi un senso all’evoluzione musicale operata in tutti questi anni. Da questo punto di vista c’è un distaccamento dalla “egemonia” del tastierista vista negli ultimi due lavori: il disco è molto band-oriented, sempre con un uso massiccio di orchestrazioni e cori, ma anche con molti elementi del passato della band, come influenze power e pezzi meno cinematografici. Il bassista Marco Hietala, che ultimamente trovava sempre più spazio al microfono, si nota solamente in un paio di punti dal punto di vista vocale, e questo è un peccato (la sua voce graffiante ha sempre saputo arricchire le canzoni della band), ma anche un bene, in quanto l’ascoltatore può concentrarsi al meglio sulla voce della nuova front-woman. La Jansen non è certo una novellina: tutti i fan del symphonic metal la conoscono già bene per la sua militanza nei ReVamp e negli After Forever, band in cui ha sempre fatto scintille. Ascoltando Endless Forms Most Beautiful diventa chiaro come la sua scelta sia la migliore possibile: la nuova cantante, oltre ad una indiscutibile bravura tecnica, è in grado di interpretare diverse sfumature sonore, incarnando comunque lo spirito della band. Si passa dunque da cantati aggressivi (Yours Is An Empty Hope) o dolci (Our Decades In The Sun), fino a performance che si rifanno al passato della band (Shudder Before The Beatiful), il tutto senza però perdere la propria identità di cantante e rimanendo sempre funzionale al pezzo in questione. Anche Troy Donockley si dimostra essere una valida aggiunta: gli anni precedenti al fianco della band hanno contribuito a migliorare l’intesa tra le parti, e le sue pipes riescono sempre a dare freschezza al sound senza risultare troppo invadenti e rendendosi protagoniste assolute in alcuni pezzi (My Walden su tutti). Se Emppu Vuorinen fa il solito ottimo lavoro, per lo più di sottofondo, si può dire che Kai Hahto (sostituto temporaneo di Jukka Nevalainen) è forse meno incisivo del predecessore dietro alle pelli, mentre il regista Holopainen dirige gli altri musicisti, che vengono “soffocati” dall'ego del tastierista solo in alcune occasioni.

Il disco si apre con una citazione di Dawkins, prima che una tempesta di tastiere e chitarre si abbattano sull’ascoltatore. Holopainen sa bene che non esiste una seconda prima impressione, e con Shudder Before The Beautiful mette subito in chiaro le cose: il pezzo sembra quasi un riassunto dell’intera carriera dei Nightwish, con sfuriate power, sezioni orchestrali, duelli tra chitarra e tastiera e un ritornello epico nel vero senso del termine. La Jansen dimostra di essere in forma già del primo brano, senza spiccare, ma adattandosi perfettamente al sound di un’opener molto convincente. La cantante si muove bene anche nella successiva Weak Fantasy, con cui la band inizia a premere sull'acceleratore: Hietala e Vuorinen si fanno notare con riff martellanti, fino all'arrivo di un bridge acustico dal sapore celtico, che spezza bene il ritmo. Se Elàn è il classico singolo dei finlandesi (con l’aggiunta di un tocco folk), i Nightwish ci sorprendono con Yours Is An Empty Hope, un brano che unisce la follia di Scaretale e la violenza di Master Passion Greed. Probabilmente questo pezzo ha bisogno di numerosi ascolti per essere apprezzato al meglio, ma una volta metabolizzato può essere classificato come una delle perle dell’album. 

Nella ballata Our Decades In The Sun la Jansen può finalmente mostrare al meglio le sue doti canore e il risultato è più che positivo. A margine della performance della cantante degni di nota sono anche i momenti di pausa centrali e il finale orchestrale del pezzo. A rendersi protagonista in My Walden è invece Donockley (a cui viene anche affidata una piccola parte vocale): le sue pipes danno colore e sapore ad un pezzo che può essere definito come il proseguo di I Want My Tears Back, soprattutto nello splendido e movimentato finale. I successivi tre pezzi (Endless Forms Most Beautiful, Edema Ruh e Alpenglow) si presentano come canzoni prototipo dei Nightwish, ma sono sicuramente prive del mordente dei pezzi migliori della band. 

Gli ultimi due brani rappresentano il cuore del disco ed è proprio in questi ultimi 30 minuti (avete letto bene) che l’ego compositivo di Holopainen prende il sopravvento, dirigendo gli altri musicisti quasi come marionette. The Eyes Of Sharbat Gula (ispirata alla famosissima foto della ragazza afghana) è un bellissimo pezzo strumentale, con diversi richiami tribali, che scorre bene per tutta la sua durata tra orchestrazioni e momenti di pausa e ha il compito di introdurre The Greatest Show On Earth. La mastodontica suite (divisa in cinque parti) si presenta con una lunghissima introduzione di piano a cui si aggiungono successivamente i cori di voci bianche e le pipes. Dopo una citazione di Dawkins ha inizio la parte centrale del brano, una montagna russa di suoni ed emozioni in cui (come si diceva prima) i musicisti si lasciano dirigere alla perfezione. Una descrizione dettagliata non renderebbe giustizia ad un brano del genere, in cui Holopainen ostenta tutte le sue capacità compositive. Diciamolo chiaro e tondo, nonostante qualcuno potrebbe non gradire lo smisurato ego musicale del tastierista, pochi musicisti sarebbero in grado di scrivere un brano così complesso e articolato. Il pezzo, che racconta la storia della Terra dalla sua creazione fino all'era degli umani, termina con una sezione orchestrale su cui Dawkins recita un estratto de L’Origine Della Specie di Darwin, dando così il titolo all'album. L’ultima parte che contiene solo suoni di animali poteva francamente essere tagliata, ma dopo oltre venti minuti del genere, invece di cercare inutili critiche, l’unica cosa da fare è alzarsi in piedi ed applaudire.

Endless Forms Most Beautiful è sicuramente un buonissimo disco, ma a fronte di tutti i pregi elencati finora, non è esente da difetti. Sarebbe ingiusto parlare di un’effettiva mancanza di idee (poco importa se alcuni riff richiamano altri brani), ma si può dire che in alcune canzoni le idee siano acerbe e poco sviluppate. Ci troviamo quindi di fronte ad una tracklist in cui a ottimi brani, ne vengono affiancati altri quasi vuoti, privi di mordente, in cui il “genio” di Holopainen non sempre riesce a trovare la giusta strada e si appoggia a soluzioni fin troppo collaudate. Rimane comunque importante il distacco in termini di qualità (e non solo) tra i finlandesi e le altre band symphonic metal, che non possono certo vantare una così ampia varietà di suoni o una produzione che rasenta la perfezione. I Nightwish continuano il loro percorso musicale senza fare passi avanti, ma racchiudendo in questi 78 minuti venti anni di onorata carriera. Endless Forms Most Beautiful è un disco che accontenterà i fan più accaniti della band, ma essendo una via di mezzo tra le due “ere”, rischia anche di scontentarne qualcuno da entrambe le parti. 

VOTO: 7.5

 

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