Mario Biondi - If

Scritto da Giorgio Chiara, il 13 Gennaio 2014

cover"Povera musica italiana..."

Così spesso si parla della contemporanea musica commerciale italiana, composta da Ligabue e Mengoni vari. Frase scontata nonchè scorretta visto che nell'ambito mainstream fanno capolino anche musicisti dall'indubbio valore quali Zucchero e Jovanotti. Ma c'è anche un altro italiano ad aver ricevuti plausi di critica e pubblico in anni recenti: Mario Biondi. Proprio lui. Quel catanese dal vocione caldo che ricorda Barry White che aveva cominciato a cantare ai matrimoni e alla fine degli anni '80 aveva fatto da spalla a niente popò di meno che Ray Charles e per cui si accesero le luci della ribalta nel 2004 con il celebre singolo This Is What You Are ("shalala shallailaaa").

Ormai musicista di fama internazionale, con collaborazioni con band quali Incognito, grazie soprattutto alla sua voce potente, profonda e intensa, ma anche grazie alla schiera di musicisti praparatissimi che gli stanno attorno e danno vita ad un soul jazz con accenni di funk e R'nB dal sapore retrò e moderno allo stesso tempo. Sicuramente si tratta di una musica molto poco italiana e anche assai poco europea ma riprende a piene mani dalla musica black americana degli anni sessanta e settanta. È tutt'altro che raro ascoltando la sua musica di sentirsi trasportati nel tempo e nello spazio ad un concerto di Isaac Hayes o di Lou Rawls, ma anche di Klaus Doldinger.

Il suo secondo album If, non fa eccezione.  Si passa senza problemi e con estrema coerenza fra ritmi dolci ad altri più ballanti e accesi e da canzoni dalla strumentazione minimale ad altre con un' intera big band e l'orchestra. Il soul jazz è presentato e musicato in tutte le sue sfacettature. Dalla malinconia di Ecstasy, all'atmosfera cool di Winter in America fino ai ritmi scanzonati di I Know It's Over. L'album è completo e lascia alla fine con la pancia piena e una piacevolissima sensazione di sazietà anche se interrotto a metà, tanto bene si amalgama ogni canzone con il resto del plotto. Il tutto, ovviamente, al servizio della grandiosa voce di Mario Biondi che conosce veramente pochi eguali.

Per esempio Be Lonely è una canzone trascinante con un'indubitabile vena danzerina e in cui l'orchestra ottimamente sottolinea e accompagna il resto dei strumentisti mentre il ritmo incalzante di tamburi e due batterie intesse tele di dolce magia. D'altra parte I Wanna Make It è una canzone lenta e sensuale dove voce e piano si accompagnano a vicenda in un percorso caldo e accogliente come le braccia di una bella donna. È invece una cover del grande Gil Scott Heron Winter In America dal sapore dolce-amaro di una notte di inizio inverno in una metropoli americana degli anni '50. Il ritornello è da pelle d'oca grazie al sapiente uso degli ottoni e al testo originale di Heron. Winter In America è il brano più lungo di If e ha effettivamente un sapore del tutto particolare, quasi epico. Più maliconicamente introspettiva è invece Ecstasy dove la voce di Biondi si mostra in tutta la sua estensione vocale e profondità lasciando a bocca aperta l'ascoltatore durante il ritornello.  In chiusura troviamo Bom De Doer, eccezionalmente cantata in francese anzichè in inglese, che degnamente chiude le danze grazie ai suoi arpeggi di chitarra e la sua atmosfera conclusionale.

If è un album unico nel suo genere per un musicista italiano. La voce black di Biondi è la protagonista assoluta dell'intero lavoro ma non l'unico elemento a rendere If memorabile sotto tanti punti di vista. Forse è anche il primo musicista jazz italiano che finalmente si mostra ad alti livelli internazionali. L'Italia, ricordiamolo, aveva negli anni '70 uno dei terreni più floridi d'Europa per quel che concerne il jazz. Ma poco importa. Solo la voce di Biondi e la schiera di musicisti che lo accompagna è ciò che importa. E che possano incantarci ancora per anni a venire.

 

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