Dream Theater - Dream Theater

Scritto da Dennis Radaelli, il 09 Ottobre 2013

coverCon ben 28 anni di carriera alle spalle, per un gruppo come i Dream Theater è difficile ripetersi nuovamente. E così, a distanza di due anni da A Dramatic Turn of Events, i Dream Theater pubblicano il loro primo self-titled album.

A differenza del predecessore, il batterista Mike Mangini (subentrato al ben noto Mike Portnoy agli inizi del 2011) è stato coinvolto interamente nel processo di creazione (in quanto per A Dramatic Turn of Events le partiture di batteria erano state create dal chitarrista John Petrucci mediante una drum machine). E quando ho avuto la possibilità di essere stato estratto insieme ad altri nove fortunati per il listening party di quest'album avvenuto il 10 settembre (l'album è uscito il 24, ndr) la mia gioia era ovviamente alle stelle.

Già dal singolo di lancio The Enemy Inside avevo compreso che Dream Theater sarebbe stato un album molto più cattivo di A Dramatic Turn of Events e, dopo averlo ascoltato nella sua interezza, questa tesi si è rivelata fondata.

Bene, dopo questa breve introduzione, vi racconto le nove tracce che compongono l'album:

  • False Awakening Suite: si tratta di un'introduzione strumentale dai toni molto epici e cinematografici (persino l'orchestra è presente), adattissima come apertura dei loro concerti. Quando fu rivelata la tracklist, la prima cosa che notai è che era suddivisa in tre parti distinte ed intitolate Sleep ParalysisNight TerrorsLucid Dream. Ho subito pensato "WOW, aprono con una suite!", ma quando fu rivelato che essa di trattava una strumentale di soli 2:42 minuti non seppi che canzone aspettarmi. Tuttavia, dopo averla ascoltata, mi sono ricreduto!
  • The Enemy Inside: il primo singolo del gruppo. Una canzone molto aggressiva, caratterizzata da riff veloci e da una batteria possente che persistono per tutta la durata della canzone (salvo un minimo rilassamento nel bridge e nel ritornello finale). La voce cupa di James LaBrie nelle strofe si intona perfettamente con la struttura della canzone e altrettanto nel ritornello.
  • The Looking Glass: brano mediocre e orecchiabile che richiama lontanamente il secondo album Images and Words. Anche qui la voce di James LaBrie è eccelsa e mi ha colpito più della musica. Un'altra nota degna di essere menzionata è il basso di John Myung, molto ruggente.
  • Enigma Machine: la prima vera strumentale del gruppo dopo Stream of Consciousness. La canzone inizia con la tastiera di Jordan Rudess, passando in brevi virtuosismi di chitarra e batteria per poi arrivare alla struttura generale. Ben visti i momenti solistici dei vari componenti, John Myung prima di tutto, che con il suo basso cattura l'ascoltatore fino alla fine. E non dimentichiamoci della batteria di Mike Mangini: una vera potenza!
  • The Bigger Picture: una meravigliosa power ballad, forse la migliore di tutto l'album. Prima strofa tranquilla, caratterizzata da pianoforte, chitarra acustica (che sopraggiunge in un secondo momento) e voce pulita di James. Si passa a un ritornello movimentato ma che non concede alcun virtuosismo, anzi. Anche l'assolo centrale di chitarra regala atmosfera alla canzone. L'ascolto è d'obbligo
  • Behind the Veil: dopo una lieve introduzione di effetti sonori alla tastiera, la chitarra di John Petrucci e la batteria di Mike Mangini entrano di prepotenza, seguiti dal basso e dalla tastiera, richiamabile lontanamente ad alcuni movimenti di The Count of Tuscany (traccia di Black Clouds & Silver Linings, ndr). Dopodiché, un altro riff di chitarra ci lancia nella prima strofa dalle atmosfere dark, seguita da piacevoli pre-chorus e ritornello. Anche questa merita davvero l'ascolto (personalmente, questa è la mia preferita dopo Illumination Theory).
  • Surrounded to Reason: l'unica canzone composta da John Myung e personalmente quella che mi piace di meno. Brano aggressivo e soft allo stesso tempo, caratterizzato prima da una piacevole strofa acustica e dopo dall'entrata di tutti gli altri strumenti. L'assolo centrale a tratti sembra strizzare l'occhiolino al finale della famosa Please, Please, Please Let Me Get What I Want.
  • Along for the Ride: altra power ballad magnifica, dall'inizio alla fine. L'intonazione vocale di James in questo pezzo è per me la migliore di tutto l'album (dopo ovviamente The Bigger Picture) e il ritornello è davvero emozionante, come se ti volesse trasportare su un altro pianeta. Unica nota dolente, l'assolo di tastiera: fuori tema con la struttura generale della canzone nonché identico a quello di Beneath the Surface (da A Dramatic Turn of Events).
  • Illumination Theory: non poteva mancare all'appello una suite conclusiva della durata poco più di 22 minuti (19 a dire il vero, vi spiegherò il perché dopo). La prima parte, intitolata Paradoxe de la Lumière Noire, è totalmente strumentale ed è caratterizzata da un'introduzione soft con l'aggiunta di un'orchestra e la parte restante da una maggiore impronta aggressiva segnata da leggeri virtuosismi (il basso in questa sezione è qualcosa di pazzesco). Il sintetizzatore fa da apertura alla seconda parte, intitolata Live, Die, Kill, molto cupa e aggressiva allo stesso tempo; LaBrie e Myung svolgono un ruolo davvero notevole nelle strofe, che entrano subito in testa. Dopo alcuni assoli di Rudess e di Petrucci si arriva forse alla parte più rilassante e magnifica della suite, ovvero The Embracing Circle : la formazione si dissolve a mano a mano, lasciando intero spazio a una sezione totalmente sinfonica. Tutto questo viene poi soffocato da alcuni effetti di Rudess per fare spazio a linee di basso aggressive e batteria molto tecnica: eccoci così a The Pursuit of Truth, dove James LaBrie raggiunge acuti davvero pazzeschi. La parte conclusiva è Surrender, Trust & Passion, un "gran finale" degna delle precedenti suite Octavarium Six Degrees of Inner Turbulence, con tanto di gong finale. Passati alcuni secondi dal 19° minuto ecco arrivare un easter egg: un motivo eseguito al pianoforte accompagnato dall'orchestra che via via si dissolve in modo graduale, creando così un fade out.

Che dire? Quest'album mi è molto piaciuto, più del precedessore. La creatività di Mangini è notevole e molto tecnica, nonostante si conceda qualche virtuosismo di troppo nel corso delle canzoni (ma Mangini è Mangini), il basso di Myung è costante ed aggressivo e LaBrie sembra essere in ottima forma. Purtroppo, ciò che avrei voluto sentire di più è la tastiera, letteralmente soffocata da chitarra e basso e atta a svolgere principalmente ruoli ritmici, anziché solisti (a momenti, ho avuto l'impressione di ascoltare un successore di Train of Thought, album dove la tastiera - salvo alcune eccezioni - era poco presente). Ma nel complesso, è un album da ascoltare dall'inizio alla fine. E di sicuro i fan legati fortemente a Portnoy, dopo aver ascoltato questo disco, si ricrederanno totalmente.

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