Alter Bridge - Fortress

Scritto da Mattia Schiavone, il 26 Settembre 2013

cover“Tutto questo è fantastico. È esattamente quello che sognavo mentre suonavo in camera mia tanti anni fa. E sta avvenendo ora. I sogni si avverano.”

Con queste parole due anni fa Myles Kennedy e soci sono usciti vincitori dal tempio del rock londinese, la Wembley Arena, dopo uno spettacolare tour che ha registrato moltissimi soldout in giro per tutta l’Europa. Diciamoci la verità, dieci anni fa pochissimi avrebbero scommesso sugli Alter Bridge, fin da subito etichettati come i Creed con un altro cantante. Ma fin dall’ottimo esordio One Day Remains, il quartetto di Orlando ha dimostrato il suo valore, in particolar modo grazie ad una delle migliori voci in circolazione e ad un chitarrista straordinario. I successivi Blackbird (finora considerato il capolavoro della band) e ABIII hanno portato gli Alter Bridge ad un meritato successo, grazie ad un mix perfetto di potenza e melodia e a fantastiche performance in sede live. 

Arriviamo dunque alla fine del 2011, quando il quartetto è stato, per così dire, battezzato con la prima esibizione alla Wembley Arena e, tra lo sconcerto di molti, ha annunciato un periodo di pausa in cui i componenti si sarebbero dedicati a progetti paralleli. Il successo di Kennedy con Slash e la calda accoglienza riservata a All I Was (primo disco solista di Tremonti) hanno contribuito ad alimentare l’idea che i componenti degli Alter Bridge avessero trovato la loro nuova dimensione, gettando un’ombra sul futuro della band. In effetti chiunque si lascerebbe ingolosire da un maggiore successo (nel caso di Kennedy) o da una maggiore libertà (nel caso di Tremonti) e forse l’idea di abbandonare la band principale e dedicarsi a qualcosa di completamente nuovo avrà almeno sfiorato le loro menti. Forse. O forse no. 

È appena iniziato il 2013 quando la band annuncia di essersi riunita per la fase di scrittura del nuovo album, mettendo in fermento i fan di tutto il mondo: in dieci anni gli Alter Bridge non hanno mai compiuto un passo falso e dopo tre album di alto livello è lecito aspettarsi il disco da ricordare, un vero passo avanti verso sound più maturi. Inutile dirlo, ma le attese vendono ampiamente ripagate. Cominciamo subito col dire che da un punto di vista prettamente musicale Fortress può essere considerato senza molti dubbi il miglior lavoro della band. Le esperienze con altri musicisti hanno contribuito alla creazione di un sound molto più maturo: buona parte delle canzoni sono infatti pezzi articolati, senza una struttura precisa e con passaggi mai sentiti finora dal quartetto di Orlando. L’atmosfera generale dell’album è decisamente cupa, come nel precedente ABIII, ma il sound nel complesso è più duro e la differenza sostanziale con i dischi precedenti sta soprattutto in una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, che permette di creare brani mai semplici e banali. Una delle piacevoli sorprese di Fortress è sicuramente la batteria di Scott Phillips che, se in precedenza si limitava ad accompagnare i brani, ora è la colonna portante di vari pezzi, come The Uninvited. Stesso discorso si può fare per Brian Marshall, che sul bridge di Cry Of Achilles si prende tutta la scena tirando fuori una linea di basso distorto a dir poco devastante. 

Proprio l’opener può essere considerata una delle migliori tracce del disco e dell’intera carriera degli Alter Bridge: dopo un arpeggio di chitarra classica dal sapore spagnolo ad opera di Kennedy, Tremonti si fa strada con riff martellanti, che donano al pezzo un’aggressività che poche volte avevamo visto nei precedenti lavori della band. Kennedy fa subito capire di che pasta è fatto (come se ce ne fosse bisogno) e fin dalla prima traccia si dimostra più in forma che mai, sia alla voce che alla chitarra. Dopo sei minuti di adrenalina pura un veloce assolo di Tremonti mette fine alla migliore opener mai realizzata dalla band. Ma siamo solo all’inizio, perché se il primo singolo Addicted To Pain è “solo” un gran bel pezzo tirato con ritmi elevati come i nostri sanno fare bene, la successiva Bleed It Dry è un’altra delle canzoni da ricordare. Il brano, che parte con un riff violentissimo accompagnato dai colpi dell’indiavolato Philips, si presenta come uno dei più heavy del lotto, ma rallenta improvvisamente sul bridge, dove un arpeggio di Kennedy introduce il miglior assolo mai scritto da Tremonti, che in questo frangente si dimostra un chitarrista veramente completo, in grado di accompagnare classe e dolcezza a potenza e tecnica. Dopo tre pugni dello stomaco la band si rende conto che è il caso di rallentare un attimo e con Lover (che ricorda molto i lavori dei Mayfield Four) Kennedy ci regala una performance da urlo: il brano, introdotto da una chitarra acustica, sale lentamente d’intensità fino all'emozionante esplosione in cui il cantante dà veramente il meglio di sé.

Dopo aver ascoltato le prime quattro tracce è ancora più chiaro quello che si diceva prima: sono evidentissime le influenze dei progetti paralleli, da cui gli Alter Bridge prendono vari elementi adattandoli al loro genere. Quello che sorprende è la naturalezza disarmante con la quale la band riesce ad amalgamare il tutto,  proponendo un sound fresco ed innovativo, diverso da quello a cui eravamo abituati. Questo aspetto viene nuovamente evidenziato nella successiva The Uninvited, altro pezzo molto interessante che ci mostra il quartetto come non l’avevamo mai visto: un riff simil-Tool sorregge tutta la canzone, ma qui il vero protagonista è Philips che si diverte con improvvisi stacchi e cambi di ritmo per tutta la durata del brano. Se Peace Is Broken può tranquillamente essere identificata come canzone tipo degli Alter Bridge (assolo compreso), Calm The Fire è un’altra piacevolissima sorpresa. Il brano viene introdotto da un arpeggio acustico su cui Kennedy utilizza tutta l’estensione vocale di cui è dotato. L’atmosfera generale ricorda un po’ i Muse, ma l’ingresso di Tremonti riporta l’episodio sugli standard della band fino ad un ritornello quasi epico, nel senso letterale del termine. Anche in questo caso ci troviamo davanti ad una canzone che nonostante la durata elevata non presenta momenti di noia né passaggi banali e questo discorso si può tranquillamente estendere a tutto il disco. Tremonti si rende poi protagonista nell'apocalittica Waters Rising sia nel ruolo di cantante nelle strofe che in quello di chitarrista, con un altro ottimo assolo nel finale. L’apice del pezzo è però rappresentato dal ritornello in cui la tempesta creata dalle chitarre fa da sottofondo alle urla disperate del chitarrista e del cantante.

La successiva Farther Than The Sun è senza dubbio la canzone più energica dell’album, merito di un riff che dal vivo distruggerà le fondamenta dei palazzetti e di un bridge altrettanto estremo in cui viene evidenziata la componente più metal degli Alter Bridge. Passando per Cry A River, con un riff intricato e degno di nota , si arriva a All Ends Well, il classicone alla Before Tomorrow Comes, con cui i nostri ci fanno capire che non hanno dimenticato come emozionare. Il pezzo è relativamente semplice, ma, dopo dieci tracce cupe e oscure, irradia positività, soprattutto nel ritornello in cui Kennedy si rende protagonista assoluto. Il gran finale viene però affidata alla title-track, che in quasi otto minuti esprime perfettamente ciò che sono diventati gli Alter Bridge nel 2013: introdotta da un assolo di Kennedy, Fortress si mantiene abbastanza lineare fino al secondo ritornello, quando Tremonti inizia a premere il piede sull'acceleratore, prima giocando con gli effetti e poi regalando riff cavalcanti e martellanti su cui i chitarristi si alternano con tre fantastici assoli. Il pezzo viene poi concluso con due minuti quasi progressive, che mettono la parola fine al disco.

Perdonate il dettagliato track-by-track, ma davanti ad un album del genere non si poteva fare altrimenti. Non sono presenti riempitivi, nessuna traccia è sotto tono e tutte riescono a dare egregiamente il proprio contributo. Il risultato è un disco senza punti deboli, maturo anche dal punto di vista dei testi, che non deluderà nessuno dei fan. Gli Alter Bridge ce l’hanno fatta: dopo tre album di ottimo livello hanno compiuto il salto di qualità, infischiandosene delle logiche di mercato e mettendo la firma sul lavoro migliore della loro carriera. L’auspicio è che continuino su questa strada, ma considerati questi dieci anni non penso che dovremmo preoccuparci troppo. 

 

VOTO: 9 

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