Bill Evans - Everybody Digs Bill Evans

Scritto da Giorgio Chiara, il 14 Marzo 2013

coverLa musica è colore. La musica è passione ed emozione. Quando si ascolta Bill Evans non si può fare a meno di essere d’accordo. Un personaggio sensibile che non ha mai studiato o preso lezioni di pianoforte ma che con gli 88 tasti bianchi e neri di questo strumento riusciva a creare arazzi e percorsi musicali di rarissima bellezza e dolcezza.

Everybody Digs Bill Evans, uno dei suoi primissimi dischi, racchiude pienamente la vena lirica e introversa del pianista che Brian Morton e Richard Cook nella loro guida al jazz definirono il jazzista più influente dopo la seconda guerra mondiale. L’armonia di Debussy e il ritmo di Ravel reinterpretati in chiave jazz sono una costante del lavoro di Evans , ma in questo album sono particolarmente accentuati.

I due fuoriclasse Sam Jones al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria completano il terzetto comandato da Evans, ritmando con cura e risultando estremamente funzionali alla piena riuscita dell’album. Ne sia esempio Tenderly, dove il contrabbasso quanto mai cool non può lasciare indifferente l’ascoltatore.

Pur trovandoci assolutamente nel campo del jazz modale, non sono rare le escursioni nel cool jazz come in Peace Piece, dove il ritmo intessuto dal pianoforte verrà da lì a poco riutilizzato in Flamenco Sketches nell’indimenticabile Kind Of Blue di Miles Davis (album a cui Bill Evans diede la sua profondissima impronta). La calma del ritmo viene spezzata da note acute che richiamano ad una pace riflessiva e meditativa. Come in una meditazione zen. Ecco: se dovessi trovare l’atmosfera più adatta a questo pezzo sarebbe proprio quello di un giardino zen; meditando mentre, con calma e senza fretta, si rastrella il terreno sassoso. Ma Bill Evans non sapeva solo meditare ma anche ballare. Minority, posto in apertura di album, è un inizio di puro fuoco dove batteria, contrabbasso e pianoforte creano un vortice di emozione e movimento a cui è difficile resistere senza battere il piede e annuire con la testa a ritmo. L’alternarsi di queste due anime diverse ma vicinissime è un leitmotiv di Everybody Digs Bill Evans.

Tutto l’album è una continua ricerca di armonia e pace interiore. Cosa che mancava ad Evans stesso, vittima come tanti altri jazzer della folle corsa al suicidio attraverso l’eroina, ma che la sua musica aiuta senz’altro ad essere avvicinata. Come nella dolcissima Epilogue o nella malinconica Young And Foolish.

Con Bill Evans si ha la sensazione che il jazz diventi la colonna sonora della vita, non più un semplice sottofondo ad un cocktail o ad un ballo in un locale americano del dopoguerra. Le immagini e le emozioni rese vive da What Is There To Say? e dagli altri brani di Everybody Digs Bill Evans lasceranno un segno indelebile nel vostro ricordo.

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