Anathema - Weather Systems

Scritto da Mattia Schiavone, il 09 Marzo 2013

coverDopo vent’anni di carriera questo è senza dubbio il momento d’oro degli Anathema, considerati, insieme a My Dying Bride e Paradise Lost, i padri del doom metal. La band inglese infatti, dopo i primi due dischi pubblicati nella prima metà degli anni ’90, si è resa protagonista di un’incredibile svolta, iniziata nel 1996 con Eternity e proseguita negli anni successivi fino alla pubblicazione di A Natural Disaster.  Le influenze doom appartenenti al lontano passato della band sono ancora presenti, ma il tutto è affiancato da un sognante rock d’avanguardia, in cui sono le emozioni a farla da padrone. Ma evidentemente secondo i fratelli Cavanagh (voce, chitarra e basso della band) tutto ciò non era abbastanza. 

Nel 2010, dopo sette lunghissimi anni di silenzio, viene infatti pubblicato We’re Here Because We’re Here, un album immenso, uno dei migliori lavori degli ultimi anni e, ancora una volta, una cambio di percorso per gli Anathema. Il disco affonda infatti le sue radici in un rock più leggero, condito da atmosfere eteree e dal pacato utilizzo di archi e orchestrazioni  e, ad una prima parte quasi solare, ne segue una più malinconica e oscura, ma che comunque non presenta più nessun richiamo ai primi lavori della band. E’ come se dopo sette anni di problemi interni e riflessioni tutti i componenti della band abbiano sincronizzato nuovamente le loro sensazioni, dando vita ad un lavoro stratosferico. Sembra incredibile, ma dopo due anni la band riesce a ripetersi con Weather Systems, un altro lavoro maiuscolo, che porta gli Anathema direttamente sull’Olimpo delle band attuali. 

Il termine coniato da alcuni critici per descrivere il sound del nono album della band, atmospheric rock, è perfetto per capire quante e quali emozioni siano in grado di risvegliare queste canzoni. Le sensazioni oscure ed opprimenti sono completamente svanite e ascoltando l’album tutto d’un fiato sembra di essere immersi in un bellissimo cielo azzurro che a tratti si oscura, ma che alla fine tornerà sempre luminoso. Ogni pezzo è un incredibile turbinio di suoni, luci, colori ed emozioni; merito di tutto ciò è anche il massiccio uso di archi, ormai un componente essenziale della musica degli Anathema, in grado di intrecciarsi con gli altri strumenti in una tela, su cui Vincent Cavanagh e Lee Douglas pennellano, con le loro bellissime voci, opere più che mai intense. La maggior parte delle canzoni sono più dirette e meno articolate, fatte apposta per lasciarsi cullare dalla semplicità della musica e solo in alcuni casi ci troviamo di fronte a pezzi strutturati o di difficile ascolto. La semplicità, unita all’ispirazione e alla passione, donano a questo album un tocco magico, sognante ed emozionante. 

Con la doppietta iniziale la band mette subito le cose in chiaro: le Untouchable  sono, infatti, due delle composizioni più belle e intense mai scritte da Daniel Cavanagh. E’ un veloce arpeggio ad aprire la prima parte e subito ci troviamo immersi in un mondo luminoso e solare, prima di essere travolti da un’incredibile turbinio di sensazioni positive, che culminano nell’accelerazione finale. Non ci siamo ancora ripresi, quando le nostre orecchie vengono inondate dalla soave voce di Lee Douglas, che in coppia con Vincent Cavanagh regala tante, tantissime emozioni nel duetto della seconda parte. Dopo due pezzi del genere anche l’ascoltatore più esigente potrebbe alzarsi, applaudire e andarsene più che soddisfatto, ma a quanto pare ai sei di Liverpool tutto questo non basta. Dopo The Gathering of the Clouds,in cui viene ribadito il sound verso cui continuerà il disco, troviamo infatti Lightning Song, in cui tutta la speranza, la positività e lo splendore della musica degli Anathema si accumulano per tre minuti, prima di esplodere, come le chitarre e gli archi, nel bellissimo finale. La fantastica performance di Lee Douglas, insieme al testo splendido, è sicuramente l’arma in più di questo pezzo, che regge benissimo il confronto con i primi due brani. La successiva Sunlight può essere considerata la versione maschile di Lightning Song: in questo caso è, infatti, Vincent Canavagh a prendere per mano l’ascoltatore e a rassicurarlo: la luce del Sole può sparire a volte, ma anche nella semioscurità, sotto la Luna, c’è sempre qualcuno pronto a prendersi cura di noi. 

The Storm Before the Calm, altro brano di altissimo livello,è divisa in due parti: le nuvole, prima assenti, si avvicinano e danno il via ad una vera e propria tempesta elettronica condita da influenze post rock e ritmi cavalcanti e sinuosi. Ma dopo l’infuriare della pioggia e dei venti tutto torna come prima: il Sole si apre un varco tra le nuvole e il canto liberatorio di Vincet Canavagh riempie nuovamente il cielo di azzurro. Le liriche evocative, le orchestrazioni intense e la performance del cantante fanno di questo pezzo uno dei più riusciti dell’intero album.
Non c’è davvero un attimo di pausa, perché con The Beginning and the End la band mette a segno un altro colpo da maestri: il brano è una ballata in crescendo, con un’altra esplosione finale che rimarrà sicuramente nelle orecchie dell’ascoltatore per moltissimo tempo. La successiva The Lost Child è forse la canzone più malinconica dell’album e nonostante i suoi 7 minuti di durata si lascia ascoltare con una facilità disarmante.
Ma il gran finale è affidato a Internal Landscapes, in cui una voce registrata racconta l’esperienza mistica vissuta in punto di morte e descrive l’aldilà come un luogo sicuro, pieno di pace, luce e amore. E ancora una volta è incredibile il modo in cui la musica riesce ad amplificare le sensazioni trasmesse dalle parole; nella seconda parte del pezzo la band riesce a ricreare, con gli strumenti, un luogo che corrisponde perfettamente alla descrizione precedente e a questo punto l’unica cosa che possiamo fare è lasciarci cullare da questi ultimi epici 5 minuti, che mettono la parola fine a Weather Systems. 

Le band attuali in grado di mettere la firma su due album del livello We’re Here Because We’re Here e Weather Systems si possono contare sulle dita di una mano. Con questo ultimo disco gli Anathema ci consegnano 56 minuti pieni di classe, semplicità, speranza e positività. La facilità con cui queste nove canzoni si lasciano ascoltare è disarmante, ma questo non può e non deve gettare ombra sul lavoro della band inglese.  Non importa che i brani non siano strutturati o articolati, perché con questo Weather Systems gli Anathema sono riusciti a trovare una formula in grado di soddisfare qualsiasi palato musicale. Davanti ad un’opera così emozionante e intensa non si può far altro che rimanere stregati ed ammaliati.

 

VOTO: 9

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