Porcupine Tree - Deadwing

Scritto da Marco Montani, il 21 Febbraio 2013

coverCorre l'anno 2005 quando i Porcupine Tree rilasciano Deadwing, il secondo disco inciso dalla band dall'avvento di Gavin Harrison alla batteria. Tre anni prima, veniva alla luce lo splendido In Absentia, punto di svolta per la band inglese: è infatti in tale lavoro che inizia ad emergere la vena metal del quartetto, nonché la ricerca di sonorità più moderne.
Prima di addentrarci nell'analisi del loro Deadwing, però, è necessaria una presentazione della band.
I Porcupine Tree sono una band progressive rock britannica, attiva sin dal 1991. Nati praticamente per scherzo, sono in breve tempo divenuti una realtà molto, molto seria. La formazione che ha inciso il disco in questione, oltre al fondatore, cantante, chitarrista, produttore e genio assoluto Steven Wilson, vede Richard Barbieri alle tastiere e al sintetizzatore, Colin Edwin al basso e Gavin Harrison alla batteria. Il tocco jazz di Edwin e l'immensa classe di Harrison compongono una sezione ritmica di assoluta eccellenza, così come il lavoro di Barbieri, in grado di accompagnare l'estro di Wilson o di farsi da parte, facendo capolino tra i riff ed i fraseggi del chitarrista, in maniera, comunque, sempre estremamente efficace. Impossibile non notare una forte influenza dei Pink Floyd, sebbene la band adotti, non di rado, un approccio ben più aggressivo. Immancabile il frequente utilizzo di tempi dispari, come da tradizione prog, senza però mai cadere della ridondanza o nel virtuosismo fine a sé stesso. Ogni singola nota, ogni singola pausa, sono sempre funzionali alla massima resa del pezzo.

Non era facile superarsi dopo In Absentia. Ad avviso del recensore, i quattro ne hanno, come minimo, eguagliato il livello. La produzione è impeccabile, prova del talento di Wilson anche in questo ambito. I violenti riff del chitarrista (richiamanti i Tool) sono spesso ritmati e presentanti varie pause, piuttosto che incessanti e serrati come avviene in altri ambienti metal. Le distorsioni potenti, ma perfettamente definite. Il vero punto di forza del gruppo è però rappresentato dall'estrema facilità di passaggio da parti heavy ad altre melodiche e tipicamente prog, caratteristica apprezzabile lungo tutto l'album. 

Il disco si apre con irruente schitarrate di Wilson, che interrompono prepotentemente una sottile melodia elettronica. Siamo subito dentro la title-track, Deadwing, un brano costituito da quasi dieci minuti di potenti riff e voci paranoiche ed inquietanti. Notevolissimo il lavoro al basso di Edwin nel lungo stacco strumentale.
Si prosegue con Shallow, uno dei brani più semplici (per quanto possa esserlo un pezzo dei Porcupine Tree) e diretti del disco. La chitarra di Wilson vomita riff a ripetizione, sostenuta dalla martellante sezione ritmica. Il pre-chorus melodico spezza l'incedere della canzone che riprende, furiosa, nel ritornello.
La successiva Lazarus è, a livello di sonorità, l'antitesi di Shallow, sebbene abbia in comunque con essa una struttura molto semplice. Si tratta di un brano molto melodico, fortemente ammiccante al pop, ma di immensa classe, accompagnato da uno splendido arpeggio di pianoforte. Halo riprende le atmosfere cupe ed oppressive della title-track, mostrandosi però un brano più schizofrenico, con una brusca accelerata nel ritornello.
Il tappeto di suoni elettronici che introduce Arriving Somewhere But Not Here da all'ascoltatore giusto il tempo per riprendere fiato, prima di tuffarsi dei suoi 12 minuti. La chitarra di Wilson si fa attendere, ma l'arpeggio, una volta entrato in gioco, innesca una progressione che sfocia in violenti riff addirittura associabili, seppur con la dovuta cautela, al nu metal. 

La successiva Mellotron Scratch è forse uno dei pochi punti deboli del disco, se non l'unico. Eterea, scorre piacevolmente, ma non riesce a catturare l'attenzione come le altre, nonostante il finale molto interessante. Buon pezzo, in ogni caso.
I riff di Wilson tornano in scena nella bellissima Open Car, alternandosi a parti melodiche ed intrecci vocali estremamente interessanti. L'ultimo ritornello, stavolta acustico ed impreziosito da variazioni alla chitarra, chiude il pezzo dolcemente, lasciando poi spazio al capolavoro del disco: The Start Of Something Beautiful. Oltre sette minuti di arte pura, in grado di trascinare l'ascoltatore in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo. La linea di basso di Colin Edwin costituisce l'asse portante del pezzo, accompagnata perfettamente dalle tastiere e da una batteria più che mai ispirata. Nel ritornello, la voce effettata di Wilson (marchio di fabbrica dell'ispirato musicista) emerge dal muro sonoro costituito dalle sue potenti chitarre, irrompe nell'atmosfera soffusa e sognate del brano, rimanendo però coerente allo stesso. 
Sarebbe un epilogo perfetto, ma il quartetto britannico ha in serbo per noi un'ultima perla. Si tratta di Glass Arm Shattering, che scivola via dolcemente chiudendo il cerchio. In realtà, è presente anche una ghost track, Shesmovedon, che non aggiunge niente al disco ma risulta perfettamente in linea con il mood generale.

Deadwing è sicuramente uno dei migliori dischi degli ultimi anni, in grado di rapire, inquietare, esaltare o commuovere l'ascoltatore, sempre con estrema efficacia. Il livello compositivo è altissimo, così come il valore, sia tecnico che inventivo, dei musicisti; è un'opera che riesce a risultare omogenea nonostante presenti al suo interno una grande varietà di suoni ed atmosfere. E, sebbene si tratti di un disco musicalmente molto complesso ed elaborato, le melodie sono per la maggior parte ben riconoscibili e di facile presa. Sempre, ovviamente, che si sia disposti ad ascoltare. 

 

VOTO: 9

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