Deftones - Koi No Yokan

Scritto da Mattia Schiavone, il 19 Novembre 2012

coverI Deftones sono una di quelle band che non deve dimostrare più nulla a nessuno: in quasi  vent’anni di onorata carriera hanno rilasciato album superlativi (come White Pony o il recente Diamond Eyes) e compiuto un solo (mezzo) passo falso. Dopo due decenni di trionfi a cui si è aggiunto un trauma mica male sia dal punto di vista psicologico, che da quello pratico (il coma del bassista Chi Cheng), l’idea di smetterla di prendersi rischi, affossarsi in un territorio musicale ben preciso e campare di rendita avrebbe sfiorato la testa di chiunque. Ma non quella di Chini Moreno e soci.
Siamo nel 2010 quando i Deftones tirano fuori il colpo da maestri, quel Diamond Eyes che riporterà gli standard del quintetto di Sacramento al livello delle vecchie glorie: un album immediato,  pieno di rabbia, speranza e cuore; un mix perfetto tra la violenza sonora di Around The Fur e le ricercatezza di White Pony.

Passano due anni e il 13 Novembre 2012 viene pubblicato Koi No Yokan, un lavoro che, ad un primo ascolto, può essere definito “difficile”: dimenticate l’immediatezza dei migliori brani di Diamond Eyes, questa volta si viaggia su lunghezze d’onda completamente diverse. Sia chiaro, il passato della band non è stato tralasciato né dimenticato, ma il tutto è inserito in contesti musicali diversi da quelli a cui eravamo abituati. Le tracce sono lunghe e articolate, in molti casi senza veri e propri ritornelli e le influenze provengono dai generi più disparati: si passa da sbotti di rabbia in cui è riconoscibile il passato della band, a pezzi con atmosfere post-rock, a brani variegati e mai scontati. Come si diceva prima, restano comunque alcuni marchi di fabbrica dei Deftones: il riffing di Stephen Carpenter rimane sempre devastante, sia che vada a sottolineare esplosioni sonore, sia che faccia da sottofondo alla sublime voce di Chino Moreno, che ormai non fa neanche più notizia. I suoi vocalizzi dolci si alternano al cantato graffiante e anche a qualche scream, risvegliando in ogni occasione emozioni ben note agli assidui ascoltatori della band. Non dimentichiamo inoltre, il contributo di Frank Delgado, che contamina alla perfezione gli strumenti elettrici con “aggeggi” elettronici e dona maggiore solidità ad una delle migliori uscite dell’anno in ambito rock-metal.

Il disco parte con Swerve City, una delle pochissime tracce immediate, che funge da introduzione all’album ed è puro stile Deftones: il riff veloce e ripetitivo va a braccetto con la batteria di Abe Cunningham e Chino si destreggia perfettamente in un territorio a lui noto. L’ascolto è appena iniziato, ma subito ci troviamo catapultati in una delle tracce migliori del lotto: Romantic Dreams è una vera e propria cavalcata epica e romantica, appunto,  sorretta da tre riff ruvidi e da incredibili vocalizzi di Chino, che si rende immediatamente protagonista di una prova superlativa. La successiva Leathers, altro gioiello, mostra la parte più aggressiva del quintetto, con un intro piena di tensione che sfocia in scream laceranti e riff devastanti. Sebbene ad un primo impatto possa sembrare solo “un altro” dei tanti brani dei Deftones, Leathers lascia l’ascoltatore spiazzato e circondato da continue esplosioni sonore. Dopo due brani fuori dagli standard, si torna in territori ben noti con Poltergeist, sorretta da un riff adrenalinico e veloce. La bellissima ballata Entombed è invece accompagnata nelle strofe da un beat gelido che si contrappone alla calda voce del cantante, e fa le veci di Sextape, anche se non riesce a raggiungerne l’intensità e la dolcezza.

Passando per l’efficace Graphic Nature, condita da passaggi chitarristici intricati, si arriva al primo singolo estratto, Tempest: una scelta quasi folle, se pensiamo che due anni fa era toccato alla granitica Rocket Skates. Ma anche in questo frangente i Deftones ci stupiscono con un sottofondo fatto di riff cavalcanti e atmosfere oscure e sognanti. La tradizione dei riff solidi e grezzi continua con Gauze, altro brano tutt’altro che semplice, il cui finale conduce alla migliore traccia dell’album, Rosemary. Dopo un arpeggio desolante e oscuro, atmosfere post-rock vengono affiancate a riff lenti e cadenzati, su cui Chino poggia ancora una volta una prestazione da standing-ovation. La tensione, che si accumula per tutto il brano, sale ai vertici nel pesantissimo riff finale (che ricorda leggermente quello di Diamond Eyes) e si interrompe improvvisamente per lasciar spazio ad un altro arpeggio. Non c’è nemmeno un secondo di pausa perchè la nostra attenzione viene subito attratta da quella perla che è Goon Squad , in cui Carpenter si scatena con uno dei riff più violenti mai scritti. Il finale viene affidato a What Happened To You?, e se dobbiamo proprio trovare qualcosa che non va in questo disco, possiamo dire che questa semiballata, seppur godibilissima, appare più debole rispetto agli altri brani.

I Deftones del 2012 sono una band che ha ormai trovato la propria dimensione. In continua evoluzione fin dai primi lavori pubblicati, il quintetto ha costantemente affinato il proprio sound, consolidandone le basi ed esplorando poco alla volta nuovi panorami musicali. Seppur una tacca sotto il precedente Diamond Eyes,  Koi No Yokan raggiunge vette molto alte e aggiunge ancora nuove sonorità al repertorio della band. Non sappiamo quale potrà essere il prossimo passo dei californiani, ma di una cosa siamo certi: i Deftones continueranno a stupirci, come fanno ormai da molto tempo, con quel mix magico di potenza e dolcezza che a poche, pochissime altre band riesce.

 

VOTO: 8

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