John Frusciante - The Empyrean

Scritto da Evilkittie, il 12 Settembre 2009

John Frusciante. Un uomo che combatte da solo una battaglia, quella contro se stesso, la più difficile. La sua sofferenza convulsa, le sue paure, la crisi dell’anima che lo abbatte, lo spinge in basso, sempre più in basso, la droga, tanta droga, la sofferenza, lo smarrimento, l’overdose, il ricovero, la degenza, la luce fioca, tremolante, di una rinascita possibile. E la sopravvivenza dell’individuo legata alle corde di una chitarra, che si sostituiscono alla sua voce e parlano per lui del suo stato d’animo, della distruzione interiore, della follia e del genio, del genio della follia, del fascino perverso del declino.

La psichedelia, il delirio, l’innovazione, la ricerca dell’espressione migliore, dell’aggettivo, del termine corretto per esprimere se stesso attraverso una forma di arte. E’ il compito più difficile che l’artista vero, quello più nobile, si prefigge di raggiungere. E quando l’arte, la musica, è l’ultima cosa che ti tiene in vita, l’unica ragione per la quale merita ancora aggiungere un respiro al precedente, tutto questo diventa una questione di rilevanza vitale, che va oltre ogni altra cosa. Dalla musica, alla pittura, alla letteratura, si ricordano personaggi illustri che hanno dato la luce ai loro migliori capolavori nelle fasi più buie e tempestose della loro vita.

Nella musica si è spesso trattato di solisti: da Neil Young, a Johnny Cash, la storia è costellata di personaggi dall’animo distrutto, la cui personalità si è dissolta come la tempera nell’acqua nell’abuso di alcol, di acidi. Persone che nella vita hanno avuto allo stesso tempo il successo e l’ammirazione a cui tutti ambiscono, e le più grandi delusioni interiori, quelle che fanno più male e che ti inseguiranno per sempre. John Frusciante è uno di questi grandi artisti.

The Empyrean è il suo ultimo disco. Disco che nasce dalle cicatrici, dagli incubi e dai fantasmi del difficile passato dell’artista. Lontano anni luce dagli schemi del mainstream, l’opera si apre con Before The Beginning, e già si raggiungono vette inesplorate di emozionalità: il brano è un lento, lentissimo canto di dolore controllato, una marcia funebre in una grigia e umida giornata d’autunno, riscaldata solo in parte dallo strazio della chitarra, qui grande protagonista. John lascia cullare chi ascolta sul sottile filo dell’equilibrio precario della sua condizione psicologica, mentre le urla delle chitarra tengono il fiato sospeso fino alla fine.
La successiva Song To The Siren isola definitivamente dal mondo esterno, grazie al muro sonoro di organo Hammond, piano e chitarre pizzicate in sottofondo, e la voce di Frusciante che finalmente si libera dal silenzio, come una liberazione. Una lenta progressione, una melodia complessa e minimale allo stesso tempo data l’assenza quasi totale di percussioni.
L’album prosegue con Unreachable, un brano che spezza il ritmo lento accelerandolo d’improvviso: emergono le muse ispiratrici dell’artista, il suo stile cantautoriale, la sua voce dolce che sembra quasi stonare solo perché risalta, si eleva ed esplode in tutta la sua profondità, senza risparmiarci ancora una volta di amplessi sonori di rara raffinatezza, psichedelia e funk s’incontrano e s’innamorano sulla fine del pezzo. Un po Syd Barrett, un po’ Neil Young, ed i Red Hot Chili Peppers sono, per fortuna, lontani un oceano, anche se qualcosa di loro affiora, appena un refrain, sul finale della successiva God, che riprende, in termini di ritmo, la precedente e riuscitissima traccia, amplificandone però la forma canzone.
In Dark Light, lunga suite di pianoforte, John ritorna a sperimentare nuove soluzioni, aiutato dall’infinita personalità della sua interpretazione. L’atmosfera soul è dilaniata dallo stacco electro-funk centrale, fatta di cori e giro di basso in evidenza, dimostrando così ancora una volta una fantastica vena creativa e compositiva.
Nella splendida ballata Heaven ritornano a farla da padroni l’elemento progressive, l’organo Hammond ed il dolce cantato in falsetto, che ricorda il miglior Phil Collins.
La successiva Enough Of Me, ci introduce alla definitiva perla dell’album: Central. E’ IL brano rock per eccellenza di tutto l’album, una cavalcata solida ed inarrestabile, dove di nuovo la voce di Frusciante ritorna a farsi sentire in tutta la sua potenza, così come la sua chitarra che esplode nel finale. E’ forse il brano che, a più riprese al suo interno, si avvicina di più ai Red Hot Chili Peppers degli esordi, anche se l’originalità della composizione, e ora pure l’aggressività in certi tratti di Frusciante, nel volersi liberare dei ricordi sofferti del suo passato, conferiscono al pezzo uno stile unico, inavvicinabile dalla band californiana. La successiva One More Of Me ci porta alla chiusura del disco, affidata ad After The Ending, dove Frusciante, con la sua dolce voce in delay e un po’ vocoderizzata, mette la parola fine a questo capolavoro, come a voler chiudere un cerchio, o forse un ciclo, per la vita e l’opera dell’artista.

Le parole non descriveranno mai abbastanza il significato di ciò che si può ascoltare in questo sogno ad occhi aperti.

Voto 9.5

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