Black Stone Cherry - Black Stone Cherry

Scritto da Mattia Schiavone, il 08 Ottobre 2012

cover

Avete presente il classico locale in cui quattro ragazzi sconosciuti suonano per provare a movimentare la serata di un altro centinaio di ragazzi, che per un paio d’ore vogliono mettere da parte qualsiasi problema della loro adolescenza e iniettarsi per endovena un po’ di sano rock n’ roll? Direi di sì, chiunque ci capita prima o poi. Spari qualche cazzata con gli amici, mandi giù un paio di birre e vai sotto il palco ad aspettare la band sconosciuta; loro sono quattro pazzi scatenati che non hanno nulla se non i loro strumenti, gli amplificatori e la voglia immensa di ribaltare il club e tutta la gente che c’è dentro. In poco tempo ti trovi in un macello indecente, con addosso sudore che probabilmente non è nemmeno tuo e l’unica cosa a cui pensi è che devi urlare, urlare e saltare insieme ad altri duecento folli esattamente come te. Sappiamo tutti come andrà a finire: la band, dopo aver sputato sangue per un paio d’ore, chiude con un pezzo del fu Jimi Hendrix e tutti escono felici dal locale, mezzi sbronzi e barcollanti, con addosso quell'elettrizzante odore che è un misto di sudore, fumo e Jack Daniel’s. Ordinaria amministrazione.

Bene, ora potete andare al negozio di dischi più vicino a casa vostra e chiedere una copia dell’omonimo album di debutto dei Black Stone Cherry ad un commesso che probabilmente vi chiederà di ripetere il nome della band con una faccia sconcertata. Poco male, voi ripetete il nome, comprate il disco, tornate a casa, lo mettete nel vostro impianto nuovo di zecca e chiudete gli occhi. Dopo trenta secondi, l’immagine che si formerà nella vostra mente è esattamente quella descritta prima, probabilmente anche perché il primo concerto del quartetto del Kentucky si è svolto veramente in un’atmosfera simile, nella palestra di un liceo davanti a qualche centinaio di scapestrati. Subito dopo penserete che questo sound non vi è nuovo, che vi ricorda qualcosa dei decenni passati, tra Lynyrd Skynyrd, Led Zeppelin e Soundgarden. E poco da fare, avete ragione. Il genere suonato dai Black Stone Cherry non è niente di nuovo: classico southern rock con qualche influenza dagli anni ‘90, né più, né meno. E allora perché vale così tanto la pena ascoltare questo disco, vi starete domandando.

La risposta è semplice: la spontaneità con cui questi ragazzi poco più che ventenni imparano dai grandi maestri del passato e propongono un sound personale e modernizzato è disarmante. Le tredici tracce sono un concentrato di riff devastanti, suoni grezzi e potenza sonora pura, il tutto contornato da una produzione sporca quanto basta. Il leader della band Chris Robertson è dotato di una tecnica invidiabile e di una voce davvero potente, che si adatta perfettamente ad ogni sfumatura del genere suonato dal quartetto. Come se non bastasse, il frontman si occupa anche egregiamente della chitarra solista, con assoli classici, ma mai banali. Ma la vera arma dei Black Stone Cherry, oltre all’entusiasmo e alla partecipazione sempre attiva di Ben Wells (seconda chitarra) e Jon Lawhon (basso), è John Fred Young: il riccioluto batterista si rivela una macchina distruttiva dietro alle pelli, in grado di tritare e macinare continuamente rullante, grancassa e chi più ne ha più ne metta. Oltretutto non si limita ad accompagnare i pezzi, ma per tutta la durata del disco si rende protagonista con accelerazioni vertiginose e improvvisi cambi di tempo. Vederlo suonare dal vivo è già di per sé uno spettacolo assicurato.

L’album mantiene per tutti i 47 minuti una media sorprendentemente alta. Le tracce sono piuttosto simili, ma non c’è mai un momento di pausa o di noia, anzi, con alcuni pezzi si raggiungono vette davvero elevate. Young dimostra subito di che pasta è fatto nell’intro dell’opener Rain Wizard, che prosegue poi su riff cadenzati e potenti e narra della leggenda di un misterioso sciamano. Maybe Someday è invece più veloce, con il batterista ancora protagonista nelle strofe ed un ritornello travolgente e cavalcante, che lascia spazio nel finale ad un assolo in perfetta sintonia con il resto del pezzo. La martellante Shooting Start, introdotta da ottimi effetti stereofonici, è anch’essa costruita su riff veloci e incisivi. Si potrebbe continuare così per molto, ma non voglio rovinarvi nulla, fatta eccezione per il singolone Lonely Train, sicuramente una di quelle canzoni per cui vale la pena seguire band come queste. Ritmi elevatissimi, stacchi improvvisi, riff devastanti stoppati, un assolo veramente azzeccato e una prova da standing-ovation di Robertson, sia per quanto riguarda la parte vocale che per quella chitarristica: in poche parole, un pezzo da favola.

Dopo questo ottimo esordio, datato 2006, la band statunitense ha pubblicato altri due dischi, che, seppur di alto livello, non hanno il sound grezzo e immediato di Black Stone Cherry. Ma si sa, chiunque dopo aver conquistato un minimo di notorietà vuole tenersela stretta. Rimane il fatto che il quartetto è ormai una grande realtà del rock moderno, grazie a tre album che incarnano il genere come pochi lavori ultimamente riescono a fare. E non dimentichiamo una cosa importante: sono ormai cinque anni che i Black Stone Cherry infiammano le arene di tutto il mondo. Quando una band ci sa fare, ci sa fare anche se apre “solamente” un concerto. E persino un palazzetto da 10000 posti può trasformarsi in uno scantinato 20 metri per 20 del Kentucky, se sono certe band a calcare il palco. Andare a vedere questi quattro ragazzi che suonano è una delle cose che ogni buon rocker dovrebbe fare prima di morire.

VOTO: 8

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