Muse - The 2nd Law

Scritto da Marco Montani, il 05 Ottobre 2012

coverDopo cinque dischi di alto/altissimo livello, ci si poteva aspettare il tonfo. “Ah, sono umani allora!”, avremmo sospirato, quasi sollevati. Le “preview” Survival, Unsustainable e Madness avevano fatto storcere il naso a molti, con l’ombra della dubstep che aleggiava sul disco, intimorendo i “razzisti”.
E’ bene dirlo subito. E’ ingiusto affermare che The 2nd Law sia il peggior disco dei Muse. Di certo non è il migliore, ma è altrettanto certamente un prodotto di qualità.

Il disco parte col botto, con uno dei pezzi migliori. Supremacy è particolare, ammiccante ai Led Zeppelin di Kashmir e spaccona quanto basta, ma di inconfondibile matrice Muse, con le strofe ben sostenute dalla batteria di Dom. Era stata scritta per far parte della colonna sonora del nuovo film su James Bond, ma le è stata preferita Skyfall di Adele. Peccato. Comunque, nota positiva: finalmente vediamo i Muse mettersi a giocare con il tempo della canzone: ne è prima avvisaglia la cassa fuori sincrono con la chitarra nel secondo riff. Il tipico suono della sei corde (anzi, sette in questo caso) di Matt, presente fin da Showbiz, fa capolino nella seconda strofa, in una veste più dolce, ricalcando la linea vocale, per poi sfociare nel bridge che precede il secondo “ritornello” e l’esplosivo finale.
Si procede poi con Madness. Dolce e suadente, con un Bellamy in una nuova veste. Il pezzo cresce, la base si arricchisce fino alla coda del brano, bellissima ed emotivamente molto carica. Ecco, gli assoli di chitarra che ricalcano le note del cantato magari Matt può lasciarli ai Green Day. Grazie.
Panic Station è uno dei pezzi più sorprendenti del disco. Appena si realizza di non stare ascoltando una cover di Another One Bites The Dust dei Queen (band che ha sicuramente influenzato gli ultimi lavori dei Muse), ci si trova catapultati in un delirio funk. Sì, funk, puramente funk, e nel quale i nostri si trovano sorprendentemente a proprio agio, divertendosi, sfornando un ottimo pezzo e non rischiando di perdere la propria identità di band.
Gli archi di Prelude introducono Survival, che di dimostra un pezzo tutt’altro che scontato (a differenza del suo testo) nonostante il suo utilizzo per una manifestazione sportiva (i giochi olimpici di Londra 2012). Bellamy nasconde (neanche troppo bene) i Queen dietro ogni nota, riproponendo una versione pomposa di United States of Eurasia, inserendo però una chitarra pesante (dal suono praticamente metal in certi frangenti) e alcuni ottimi fraseggi alla Brian May.

Follow Me segna il ritorno dell’arpeggiatore automatico, e sorprende per l’utilizzo di elettronica pesante come sfondo per il ritornello. Brano forse un po’ scontato, molto ammiccante al pop, ma comunque, a suo modo, carico.
Ci troviamo poi immersi nella magnifica Animals, forse il brano migliore del disco, che non avrebbe sicuramente sfigurato (anzi) in uno qualsiasi degli altri lavori della band. I Muse suonano (era ora) su un tempo dispari. Il brano è avvolgente, melodico, maestoso a suo modo. I fraseggi di chitarra di Bellamy sono meravigliosi, azzeccatissimi, così come tutta la base. Notevole anche lo stacco finale.
Dalle stelle alle stalle, Explorers è invece un brano praticamente inutile. Un autoplagio, in pratica, con Invincible che riecheggia per quasi tutto il brano. Evitabile.
In Big Freeze, Matthew Bellamy decide di travestirsi contemporaneamente da Bono Vox e da The Edge, riprendendo i classici stili del cantante e del chitarrista degli U2. Piacevole, ma forse è un peccato vedere un musicista con una tale personalità intrappolato in una veste non sua, seppur per propria scelta.

Il martellante basso con cui Chris porta avanti Big Freeze pare volerci dire qualcosa, ed ecco che con Save Me entra in scena Wolstenholme nelle vesti di… cantante.
Il pezzo scorre su un’ottima base costituita dalle chitarre con delay di Bellamy, e si rivela piacevole, senza però convincere appieno, complice forse una lunghezza eccessiva, così come la piattezza della linea vocale.
Al bassista dei Muse è affidato nuovamente il microfono in Liquid State, il brano più aggressivo del disco, con più o meno gli stessi risultati. La band non osa mai in questo pezzo, complice l’assenza di una vera e propria parte di chitarra, sostituita da un basso pesantemente distorto. Il timbro di Chirs comunque è piacevole e interessante, in entrambe le canzoni.

Dopo Exogenesis in The Resistance, la band decide nuovamente di sperimetare con un brano in più parti, stavolta due, praticamente strumentali: Unsustainable e Isolated System.
La prima unisce dubstep e quella che i profani definirebbero musica classica (no, non lo è), con ottimi risultati. L’intensità è sempre crescente, con i due stili musicali che prima si evitano e poi si fondono, dunque risulta un po’ deludente un ritorno alla parte "elettronica" (che poi elettronica non è: pare che sia stata suonata con strumenti analogici!) nel finale. La voce di una giornalista è presente per buona parte del brano.
La seconda parte, Isolated System, è invece molto più dolce, quasi ambient. Scorre via dolcemente, risultando comunque interessante ed azzeccata.

Come già detto The 2nd Law non è un capolavoro, ma ci troviamo comunque di fronte ad un disco di buon livello. Bellamy e soci hanno dimostrato di sapersi continuamente rinnovare, sfornando sei dischi senza mai compiere un passo falso e dimostrando di essere una delle migliori band dell’ultimo decennio e, ad avviso del recensore, forse, di tutti i tempi.

Voto: 7

 

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