Deftones - White Pony

Scritto da Mattia Schiavone, il 23 Luglio 2012

cover

Capita troppo spesso che un disco venga sottovalutato o snobbato solo perché reo di provenire da un panorama musicale semplice, rivolto ad ascoltatori che non pretendono troppo e che si accontentano di pezzi coinvolgenti e di facile ascolto. Ma può anche capitare a volte che una band proveniente da tale panorama decida di evolversi verso sound sconosciuti, ricercati e riesca a tirare fuori uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.
Quante volte si è parlato del cosiddetto nu metal? Tante, anzi troppe. Troppe per un movimento che ha accolto le band e gli album più disparati, durando nel complesso solo una decade. La formula per scalare la classifica dopo l’esplosione del crossover con i Rage Against The Machine era molto semplice e diverse sono state le band che si sono immediatamente lanciate sul genere, lasciando il segno fino ai primi anni 2000: i Korn, i Limp Bizkit e i Deftones, appunto. I cinque di Sacramento esordiscono nel 1995 con Adrenaline, disco rivolto soprattutto al lavoro dei primi Korn e continuano due anni dopo con il più personale Around The Fur, che li porta ad un discreto e meritato successo. 

Nel 2000 il mondo del nu metal viene sconvolto. Mentre i maestri del genere iniziano a perdere qualche colpo, i Linkin Park esplodono come una bomba ad orologeria con il loro Hybrid Theory e i Deftones pubblicano l’album più maturo, ragionato e raffinato che il crossover abbia mai partorito, dando un’essenziale svolta al loro sound. Le influenze di White Pony sono infatti le più disparate; gli elementi che caratterizzavano i primi due dischi e quella rabbia istintiva che trasformava i lavori precedenti in una serie di pugni nello stomaco, vengono riveduti perfezionati ed accostati ad altre influenze, che vanno dalla new wave, alla psichedelica. La facilità con cui il tutto viene miscelato è quasi disarmante: i pezzi sono intrisi di una notevole potenza, ma gli angoli vengono arrotondati e il sound è meno grezzo e più ricercato. Camillo “Chino” Moreno si rende protagonista di una prova stratosferica e la sua voce è quello che meglio rappresenta il tutto, passando da scream squarciagola ad un cantato melodico in cui tocca vertici di emozionalità mai più raggiunti, neanche in futuro. La chitarra fredda e ruggente di Stephen Carpenter è sempre presente, ma anche in questo caso, le melodie sono più studiate e meno immediate e vengono sostenute in ogni pezzo dal basso di Chi Cheng e dal sempre ottimo Abe Cunningham alla batteria.

L’album si apre con il riff di Feticeira, ottimo brano di apertura, che ci fa comprendere come suonerà l’intero lavoro e continua in una delle perle del disco, Digital Bath, una cavalcata new wave in cui è comunque presente la chitarra ruggente e in cui Chino dà il meglio di sé nel ritornello da antologia. Sulla potente Elite, traccia più heavy dell’album, il cantato assume invece, una forma quasi animalesca e vengono richiamati alcuni elementi tipici degli album precedenti della band. Sono presenti contesti musicali ben conosciuti anche in Korea, mentre si cambia decisamente territorio con Knife Party, altro faro del lavoro, che si erge soprattutto grazie ad un azzeccatissimo assolo vocale dell’ospite Rodleen Getsic. Ancora altre influenze sono presenti in Rx Queen e in Teenager, in cui i tappeti del tastierista Frank Delgado si fanno particolarmente sentire. Ma non è finita qui, perché le ultime tre canzoni sono probabilmente le migliori di White Pony. Passenger, che vanta la presenza di Maynard J. Keenan, è il pezzo da novanta, con le due voci che si intrecciano in un’incredibile alchimia e riff gelidi e improvvisi cambi di tempo che martellano l’orecchio dell’ascoltatore, mentre il singolo Change rappresenta l’essenza del quintetto di Sacramento. Ma quale modo migliore per chiudere l’album se non l’angosciante e psichedelica Pink Maggit? A rendersi protagonista è ancora una volta Chino, che sussurra frasi tormentose mentre viene accompagnato da un agghiacciante arpeggio distorto. La tensione accumulata nella prima parte del pezzo esplode a metà, insieme alla strepitante chitarra di Carpenter, che ci porta al termine dell’ascolto.

Mai il nu metal aveva portato ad un risultato tanto grandioso. White Pony è l’album migliore dei Deftones e dalla corrente musicale in questione, ma, nonostante questo, se ne distacca. Vari elementi vengono incorporati fino ad ottenere un lavoro raffinato e ricercato, che pone le sue radici nel sound grezzo della fine degli anni ’90 e che allo stesso tempo guarda avanti, contaminando il tutto. Inutile dirlo, ma neanche gli stessi Deftones in futuro sono riusciti a mettere la firma su un altro lavoro a livello del cavallo bianco. Il resto è storia: i Linkin Park, dopo aver dato un ultimo colpo di coda, hanno capito che l’onda del nu metal stava passando e anche loro hanno cambiato direzione musicale, lasciando i grandi maestri degli anni ’90 senza eredi. E’ strano pensare che la punta di diamante del nu metal sia stata concepita proprio mentre il genere ha iniziato a perdere colpi.

Voto: 9

 

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