Portishead - Dummy

Scritto da Giorgio Chiara, il 23 Luglio 2012

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Ci sono dei dischi che hanno segnato profondamente la musica dopo di loro, fino ad ergersi a simbolo di un determinato periodo e di una corrente musicale. Negli anni '90 nei territori oltremanica, più precisamente nella città di Bristol, sorse uno dei movimenti più interessanti e fiorenti di quegli anni, che ancora oggi porta alla luce alcuni dei migliori album dell'anno: il trip hop. Nato in opposizione al dilagare della techno negli ambienti della musica elettronica e nelle discoteche, il trip hop è un genere che ha saputo affermarsi sia artisticamente che commercialmente grazie ad album come Mezzanine dei Massive Attack, Maxinquaye di Tricky e Bloom dei Crustation. C'è però un album che più di ogni altro ha in se l'essenza del trip hop, fissandolo in una formula precisa quanto sfuggevole: Dummy, album d'esordio dei Portishead.

Formati da Geoff Barrow, Adrian Utley e Beth Gibbons, i Portishead sono senza ombra di dubbio, insieme ai Massive Attack, il gruppo simbolo del loro genere; e questo con a malapena tre album all'attivo inframezzati da una pausa lunga più di dieci anni fra il secondo e il terzo. Dummy, come detto, è la sintesi del trip hop ma contemporaneamente anche l'album che più di ogni altro ne supera i confini. Le influenze nell'album sono molteplici. Si passa da musica lounge a raffinati tocchi orchestrali, dal jazz degli anni '70 a ritmi hip hop rallentati e da atmosfere dark wave fino al soul. Un peso specifico di materiale che spaventerebbe qualsiasi musicista col compito di barcamenarsi in una composizione che racchiude in se così tanti elementi. Nel 1994 non spaventò il trio di Bristol portando così ad un album che non è esagerato definire uno dei più influenti degli ultimi vent'anni.

Le caratteristiche del trip hop ci sono tutte ma nonostante questo non c'è niente che sappia di già sentito. Gli scratch provenienti dalla scena hip hop americana, l'uso massiccio di sampler e tastiere, i ritmi rallentati, rilassanti e quantomai cool, bassi cupi e organi hammond erano già stati ampiamente usati da altri gruppi del Bristol sound, ma mai in questa maniera, mai così. Non è solo la forte vena orchestrale a caratterizzare Dummy diversamente dal resto degli album dello stesso genere e nemmeno le numerose, già citate, disparate influenze. Forse è la meravigliosa voce soprano di Beth Gibbons, in grado di spaziare su tanti registri senza perdere niente della sua efficacia. Ora romantica, ora straziante, ora calda e ora spettrale, il cantato della Gibbons trascina l'ascoltatore in un vortice da cui è veramente difficile uscire. Forse sono i ritmi irresistibili e di gran classe che ipnotizzano l'ascoltatore non lasciandogli scampo, dimostrando una ricerca prolungata e intensa che i Portishead hanno portato avanti durante la composizione del loro album. Ogni singolo suono è studiato fin nei minimi dettagli per dar vita alle atmosfere dark e spettrali di Dummy. Strumenti veri e suoni campionati si uniscono e si completano in una meravigliosa danza ipnotica.

Ne sia esempio Sour Times dove la chitarra e il basso ritmano ossessivamente in sfondo alla straziante voce di Beth Gibbons. Sour Times forse è la canzone che si deve ascoltare per prima onde farsi una prima idea di ciò che aspetta all'ascolto dell'album. Oscurità, ritmi cadenzati e atmosfere intrinsecamente cool che ricordano paesaggi cittadini di vecchi film noir degli anni '40. È per questo che Dummy è ormai un classico e lo era già cinque minuti dopo essere stato pubblicato perchè unione fra antico e moderno. Antico perchè si concede ripetute citazioni a sonorità del passato dei vecchi film gialli e noir; moderno perchè usa tutte le tecnologie disponibili al suo tempo per raggiungere il suo obbiettivo. Questo discorso è esemplificato in Strangers dove brevi inserti jazzistici inframezzano dei pesanti beat industriali. Da una parte sembra di ritrovarsi in vecchi locali americani del periodo della proibizione, dall'altra ci si ritrova in fabbriche in cui grosse macchine battono il ritmo, fino ad arrivare al finale dove le due parti si uniscono formando una fusione antitetica. Brani che come pochi riescono ad incantare l'ascoltatore lasciandolo attaccato all'ascolto senza provocare noia nonostante la sua ripetitività. Non sarà difficile che vi ritroviate a battere il piede per terra o a scuotere la testa al ritmo dei beat di Dummy. Biscuit e Numb allo stesso modo regalano folate gelide sulla schiena dello spettatore grazie alle tastiere oscure mentre la Gibbons si cimenta in modulazioni di voce che ricordano Sade e beat e scratch di scuola hip hop creano strutture ossessive in cui perdersi.

C'è però anche spazio per episodi più soft e dolci. It Colud Be Sweet è una dolce danza da lounge di un grande e lussuoso albergo dove l'influenza di Sade torna di nuovo in primo piano; mentre It's A Fire mischia eccellentemene organo hammond e l'ampio utilizzo di archi; dando una sensazione di dolci ricordi di tempi passati. A metà album fa capolino la ormai arcinota Roads. Una ballata senza tempo e dal piglio immediato. Semplicissimi accordi di tastiera introducono un ritmo incalzante e la meravigliosa e straziante voce della Gibbons (so che rischio di diventare ripetitivo, ma cosa ci posso fare se ogni volta che muove le sue corde vocali assicura pelle d'oca e magia?). L'utilizzo dell'orchestra non fa altro che rendere ancora più magica Roads. Anche chi non è avvezzo a questo tipo di sonorità non potrà che essere incantato da un brano così intenso, così denso di emozioni e così magico nella sua dolce malinconia. 

Ci troviamo davanti ad un disco praticamente perfetto, senza abbassamenti di qualità o cadute di stile di qualsivoglia genere. La sua intrinseca lentezza si unisce alla perfezione con un' eleganza che raramente si trova nel panorama musicale, men che meno negli ambienti della musica elettronica, specialmente al di fuori del trip hop. Pezzi spettrali come Mysterons coabitano senza problemi con canzoni dove troviamo chitarre distorte decisamente blues come in Glory Box e forse il fatto che queste due canzoni si trovino proprio in apertura e in chiusura di Dummy è l'esempio più chiaro dell'enorme quantità di influenze fra le più disparate che convivono nello stesso album in una salsa fresca e nuova. Da Mysterons a Glory Box si compie un viaggio di quasi cinquanta minuti attraverso città industriali come Bristol passando attraverso le oscure tastiere di Wandering Star o ai lugubri ambienti di Pedestal. 

Con il loro album d'esordio i Portishead batterono subito un colpo, posizionandosi nell'olimpo della musica elettronica insieme a pochi altri eletti. Ancora oggi Dummy non può che essere ammirato per la sua completezza e per le atmosfere che riesce a creare.

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