Dredg - Leitmotif

Scritto da Giorgio Chiara, il 23 Luglio 2012

cover

L' 11 settembre 2001 successe un brutto fattaccio che non credo proprio di dover citare. Quello stesso giorno, l'11 settembre, però sono successi anche altri avvenimenti: nel 9 d.C. I Germani guidati da Arminio finirono di massacrare tre legioni dell'esercito romano nella selva di Teutoburgo, nel 1297 ribelli scozzesi guidati da William Wallace e Andrew De Moray schiantarono le forze inglesi a Stirling Bridge, nel 1609 il primo uomo mise piede sull'isola di Manhattan, nel 1926 fallisce un attentato a Benito Mussolini, nel 1961 viene fondato il WWF e nella stessa identica data del 2001 si formarono i My Chemical Romance (sigh!) e l'Interscope ripubblicò Leitmotif dei Dredg, antecedentemente pubblicato nel 1998.

Trattasi del primo full-length del quartetto californiano che dopo un serie di EP molto vicini al hardcore punk, virò verso un rock progressivo e sperimentale che molto deve al post-rock di certi gruppi degli anni '90. Un album che è un viaggio, un viaggio fra i cieli del mondo; a metà fra reale e onirico dove si vedono pinguini nel deserto, ricerche a spiriti di antiche religioni orientali e balli fra venti. Il basso di Drew Roulette e la chitarra di Mark Engles intessono tele di terrena follia, ora soffici e candidi come in Traversing Through the Arctic Cold We Search For The Spirit of Yuta, ora graffianti e duri con riff che richiamano apertamente il nu metal in Yatahee e quasi il hardcore punk in Penguins In The Desert; mentre la batteria di Dino Campanella crea ritmi mozzafiato con frequenti cambi di ritmo e passaggi veramente complicati. A coronare il tutto la voce di Gavin Hayes, che alterna cantato pulito a scream. Qua e la si ode anche un pianoforte. Un continuo alternarsi tra esplosioni nude e crude e pezzi più sognanti e calmi senza il minimo senso di discontinuità in questo conept album incomprensibile se preso a pezzetti ma magnifico arazzo se ascoltato tutto d'un fiato. I cinque brani cantati sono ogni volta intervallati da pezzi strumentali che rappresentano gli spostamenti di questo viaggio di quasi un' ora intorno al mondo del regno di Morfeo, dei sogni. 

Notevole come il gruppo che da li a poco avrebbe dato vita a El Cielo, mostra una tale maturità stilistica già al primo album completo, con idee fresche ed entusiasmanti e una forte dose di sperimentalità. Ne sia esempio la Intermission sul finire di Traversing Through the Arctic Cold We Search For The Spirit of Yuta dove suoni puramente elettronici che sembrano quelli di un megacomputer in cortocircuito trasportano in scenari fantasiosi e incomprensibili. Il pezzo forte di tutto Leitmotif è però Lechium. Una canzone di grande spessore che fa pensare a viaggi solitari, ma non per questo noiosi, attraverso territori di magnifica desolazione alla ricerca di spiriti fuori dal tempo e dal contingente. Il basso scandisce un ritmo di grande appiglio mentre Gavin Hayes si cimenta in canti che ricordano quelli arabi di alcune tribù di beduini del deserto; ma sempre su un piano diverso, trascendente. Canti ripresi frequentemente durante tutto l'album.

Dove però i Dredg veramente trionfano è il trasporto emotivo che ogni minuto di Leitmotif regala. In un continuo di differenti sensazioni, gusti e colori. Dalla rabbia, alla disperazione, al sogno, alla pace interiore, alla pazzia, alla nostalgia fino a raggiungere la comprensione che uno stato costante non è il migliore per vivere. Vivere è la summa di tutte le emozioni sopra elencate, si deve accettarle tutte e farle proprie. La vita non è niente di fisso, è un continuo susseguirsi di situazioni contrastanti. Un viaggio per l'appunto. Il viaggio rappresentato da Leitmotif.

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