Nightwish - Imaginaerum

Scritto da Mattia Schiavone, il 23 Luglio 2012

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Sia benedetto il giorno in cui i Nightwish si esibirino all’Hartwall Arena di Helsinki, nel lontano 2005, e Tuomas Holopainen e compagni consegnarono la fatidica lettera di licenziamento alla cantante Tarja Turunen. Sia benedetto quel giorno e siano benedette tutte le incomprensioni e i litigi dei mesi precedenti, la costanza e la testardaggine dei mesi successivi, la voglia di cambiare e riniziare tutto da capo. Sia benedetta la scelta di Anette Olzon, sia benedetto Dark Passion Play e sia benedetto tutto ciò che è accaduto ai Nightwish tra la fine del 2005 e la fine del 2011. Perché tutto questo ha portato alla concezione e alla nascita del capolavoro della band finlandese: Imaginaerum.

E’ il 2007 quando i Nightwish pubblicano Dark Passion Play, album che spacca a metà i fan della band e che viene seguito da un incredibile polverone mediatico. Ma a Tuomas Holopainen tutto questo non interessa. Ciò di cui ha bisogno è chiudersi in sé stesso, mentre nella sua mente un’altra opera prende forma, un’opera molto più ambiziosa delle precedenti. Certo, concepire un album come colonna sonora di un film non deve essere la cosa più semplice da fare, soprattutto per chi ha bisogno di riguadagnare credibilità dopo un album come Dark Passion Play, che, seppur buono, non è stato molto apprezzato all’infuori dei fedelissimi dei Nightwish. Ma basta uno scambio di parole con Stobe Harju, regista del video di The Islander, e il progetto è pronto: quello che ci vuole per esaltare ancora di più la spettacolarità della musica cinematografica di Dark Passion Play è un vero e proprio film, a cui l’album farà da colonna sonora. Le idee si susseguono senza sosta nella mente del tastierista e lentamente, insieme all’argomento che tratterà la pellicola, iniziano a venire fuori le canzoni che costituiranno Imaginaerum, canzoni maestose, teatrali e possenti.

Dunque, cos’ha questo Imaginaerum in più rispetto ai precedenti album dei Nightwish? Ciò che si può subito notare è sicuramente la difficoltà di ascolto e la struttura più articolata delle singole tracce. Si aggiunge poi una rinnovata teatralità: l’orchestra è ormai un componente essenziale della musica dei Nightwish, non un sottofondo su cui si adagiano gli altri strumenti. I muri di tastiere e di orchestrazioni rendono l’opera molto più cinematografica, esagerando in alcuni punti, ma esagerando con maestria e amalgamando il tutto perfettamente. Le influenze provengono infatti dai contesti più disparati, ma tutti gli elementi sono disposti in grande equilibrio. L’ascoltatore rimane spiazzato, spaesato, avvolto da muri di orchestrazioni e riff possenti e la stessa sensazione rimane anche davanti alla ballate, pezzi strutturati e non di facile ascolto, come i cinque ci avevano abituato con Nemo o The Islander. Tuomas Holopainen, regista dell’opera, dirige perfettamente i suoi compagni, ma una delle sorprese migliori è sicuramente Anette Olzon. La cantante svedese, infatti, dopo un inizio difficile, mostra grandi miglioramenti e uno dei punti di forza di Imaginaerum è la versatilità della sua voce, che si adatta a diversi contesti.

L’introduzione al mondo di Imaginaerum viene affidata a Taikatalvi: un carillon scandisce una dolce melodia, che porta l’ascoltatore in un magico villaggio dentro un fiocco di neve, mentre la calda voce di Hietala lo prende per mano accompagnandolo all’interno del primo singolo estratto, Storytime. La chitarra di Emppu Vuorinen, sostenuta dalle sognanti tastiere, ci conduce all’interno di territori musicali ben noti agli amanti dei Nightwish. Ma c’è qualcosa in più rispetto ai precedenti singoli: gli effetti speciali sono moltiplicati, tutto è combinato in modo da stupire l’ascoltatore, soprattutto nella parte centrale, dove si solleva un inserto orchestrale che poco ha a che fare con i vecchi singoli della band. L’album è appena iniziato, ma subito veniamo catapultati in uno degli episodi più teatrali di Imaginaerum: Ghost River è infatti introdotta da un altro incredibile duetto tra chitarra e tastiere. L’atmosfera magica si tinge di grigio, mentre la dolce voce di Anette lascia il posto nel ritornello ad un impetuoso Hietala, che, sostenuto da chitarre e orchestrazioni possenti, investe e travolge l’ascoltatore come un fiume in piena, dove non si può far altro che rigirarsi e annegare come le inquietanti voci dei bambini che sul finale del pezzo riprendono il ritornello.

Il viaggio rallenta e ci troviamo in un luogo oscuro, mentre il pianoforte introduce Slow, Love, Slow, il tipo di canzone che mai ti saresti aspettato dai Nightwish. La sensuale voce di Anette si adagia perfettamente sul sottofondo donato dagli ottoni e dal contrabbasso e ci regala una grandissima performance, mentre sul finale una chitarra distorta appena accennata e l’ingresso delle tastiere riportano l’ottimo episodio sugli standard dei Nightwish. Dopo una canzone inusuale, arriva il classico singolo dei finnici, I Want My Tears Back, che però viene avvalorato da un’altra ottima performance della cantante e dalle uilleann pipes (strumento simile alla cornamusa) di Troy Donockley, già ospite in Dark Passion Play. Dopo una parentesi che potrebbe quasi sembrare spensierata, tornano le atmosfere oscure, con Scaretale, una delle tracce migliori del lotto, un incubo ad occhi aperti che è pura follia. Un inquietante coro di bambini e un’ondata di tastiere, cori e orchestrazioni travolgono l’ascoltatore e si interrompono bruscamente per lasciar spazio ad un impetuoso riff quasi thrash, su cui Anette, in versione strega cattiva delle fiabe, si rende protagonista di una performance quasi allucinata, mentre il Mangiafuoco Hietala ci invita ad assistere allo spettacolo nel suo circo degli orrori. Immagini di streghe, serpenti, maiali e mostri nell’armadio si susseguono in un testo in cui Tuomas inserisce anche un’ autocitazione che poco ha a che fare con il resto (“The pendulum still sways for you”).

Dopo le danze tribali di Arabesque, c’è spazio per Turn Loose The Mermaids, ballata celtica con una parte centrale da spaghetti western a dir poco commovente. Rest Calm mette nuovamente in mostra le abilità compositive del tastierista, che in sette minuti inserisce continui stacchi ed elementi provenienti dai contesti più disparati, concludendo il tutto con una bellissima sezione orchestrale, in cui il ritornello aumenta di intensità e i due cantanti raggiungono incredibili picchi di emozionalità. La seconda ballata, The Crow, The Owl And The Dove, scritta interamente dal bassista, si rivela un’altra traccia di difficile ascolto, soprattutto per quanto riguarda la componente strumentale, mentre Anette canta dolcemente di un corvo, un gufo e una colomba. Si ritorna su standard cari ai fan del symphonic-power con Last Ride Of The Day, un ultimo adrenalinico giro della morte prima del gran finale, la suite Song Of Myself, una vera e propria sinfonia divisa in quattro sezioni e ispirata al mito letterario di Tuomas, Walt Whitman. Cori tragici, orchestrazioni imponenti e liriche strabilianti fanno fluire il pezzo da una prima parte potente e drammatica ad un riff lento e maestoso, su cui si appoggia la tragica voce di Anette, che, dopo una ripresa dei cori iniziali, ci conduce ad un poema sulla Vita, sulla Bellezza, sull’Innocenza, sull’Amore e sull’Immaginazione, recitato da diverse voci e accompagnato dalla base più intensa mai scritta dal compositore. L’ultima traccia, Imaginaerum, è un riassunto orchestrale di tutto l’album, che verrà sicuramente utilizzato durante i titoli di coda nel film.

I Nightwish riniziano il loro percorso artistico e musicale con un album imponente e teatrale, che regala agli amanti del genere un viaggio lungo 75 minuti attraverso atmosfere magiche, oscure e inquietanti. Tuomas mette la firma su una sequenza cinematografica che poco ha a che fare con banali effetti speciali hollywoodiani e unisce elementi e ispirazioni provenienti dai contesti più disparati, dando nuovamente di sé l’immagine di un compositore di qualità. Il resto della band si lascia sapientemente dirigere, non rimanendo una semplice band di supporto, ma dando in ogni singolo traccia il suo contributo. La voce di Anette Olzon si adatta ad ogni sfumatura pensata dal tastierista, il basso nervoso e scalpitante di Marco Hietala, unito alla sua voce sempre più espressiva e graffiante, lo rendono grande protagonista anche in questo album e chitarra e batteria possenti e incisive chiudono l’opera alla perfezione.

Forse per poter comprendere al meglio alcuni episodi, come la corta Arabesque, dovremo aspettare l’uscita del film (che sarà disponibile tra alcuni mesi), ma per ora abbiamo la possibilità di addentrarci in una fiaba magica e fantastica, che rimarrà sempre lì, pronta ad essere letta e vissuta ancora una volta.

Paper is dead without words/Ink idle without a poem
All the world dead without stories/Without love and disarming beauty

Voto: 8

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