Anathema - We're Here Because We're Here

Scritto da Marco Montani, il 12 Settembre 2011

coverVi piacciono le sorprese? Questo disco potrebbe fare per voi. Be’, detto francamente vedere i padri del death/doom metal (genere del quale dividono la, appunto, paternità con Paradise Lost e My Dying Bride) alle prese con un disco fortemente melodico ed a sprazzi prog, caratterizzato da atmosfere decisamente solari mixate ad altre più malinconiche, e con un ruolo centrale del pianoforte, può sembrare sul momento più che altro un’attrazione da circo. Vi assicuro che non è questo il caso.
Il cambiamento era nell’aria, per gli Anathema. Già, è di loro che sto parlando. Il cambiamento era nell’aria per la ditta dei fratelli Cavanagh, dicevo, ma da una band che ritorna sulle scene dopo sette anni di quasi silenzio (se si fa eccezione per il semiacustico Hindsight) ci si poteva aspettare almeno un ammicco al sound che l’ha resa celebre. Invece no. Zero, in pratica. Il disco ha due facce, una luminosa e solare e l’altra cupa, triste e malinconica. Accendete lo stereo, mettetevi seduti comodi in poltrona e...

...immaginate di trovarvi in trincea. La prima guerra mondiale, che doveva in teoria essere una guerra lampo, ma che è sfociata in una, appunto, di trincea, infuria attorno a voi.
In una simile situazione, così estrema, si incontrano, si scontrano e si sintetizzano tutte le emozioni provabili dall’essere umano. L’amore per la patria e l’odio per la guerra, forse da essa intrapresa. L’amore per la famiglia e l’odio per se stessi, lontani da casa. L’odio per il nemico, e la compassione e la solidarietà umana.
Probabilmente, iniziereste a cantare qualcosa sulle note di Auld Lang Syne

Il disco si apre con l’arpeggio di chitarra di Thin Air, presto completato alla perfezione da una incalzante quanto semplice linea di basso. La voce di Vincent Cavanagh fa presto capolino, incerta, quasi evanescente e pronta a nascondersi, ma acquista pian piano convinzione grazie alla progressione batteristica del pezzo, sempre più intenso fino a metà della sua durata, dove subisce uno stop per poi ripartire lentamente e raggiungere l’ardore precedente.
La successiva Summer Night Horizon è opposta e complementare. Il pianoforte iniziale sfocia un delirio di voci, chitarra, basso e batteria, delirio che trova finalmente pace nel ritornello della canzone.
Prima che il pianoforte della splendida Dreaming Light ci inondi le orecchie, potremmo essere giunti a chiederci chi sia l’addetto al mixaggio del disco, o quantomeno a complimentarci con lui senza conoscerne l’identità. In effetti il basso presente, incalzante, formante assieme alla batteria un muro sonoro notevole, non sovrasta mai il lavoro di chitarra e pianoforte, dal quale si stagliano chiare e limpide le linee vocali. Non roba da novellini, in pratica.
Grazie ad una breve ricerca, ci accorgeremmo che l’uomo dietro al mixer (sì, più o meno…) non è altri che Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, e già impegnato in fortunate collaborazioni con gli svedesi Opeth.
Ma Dreaming Light è cominciata, gustiamocela. Come nell’opening track, la voce di Vincent aumenta progressivamente con l’andamento del pezzo. Stavolta, però, la partenza è delicata ma sicura, ed il ritornello un vero e proprio canto liberatorio. Lo stacco strumentale è grandioso. Encomiabile il semplice ma perfetto lavoro del basso di Jamie Cavanagh e della batteria di John Douglas, capaci di formare un connubio che rappresenta il cuore pulsante di ogni pezzo di questo disco.
Risulta ormai evidente il vincente stile di songwriting che caratterizza l’album: le canzoni hanno strutture prevalentemente semplici, senza però mai risultare noiose grazie al sapiente arrangiamento di ognuna di esse.
E siamo appena alla quarta traccia.
Everything è una delle più positive canzoni che si possano ascoltare. “Everything is energy”, canta Vincent, supportato da una voce femminile. Sembra vero per cinque minuti.
I cori della piacevolissima Angel Walk Among Us seguono questo filo conduttore, fino all’esplosione dopo la prima metà del pezzo. La canzone si conclude dolcemente, e si scivola nella più cupa Presence, la traccia più breve del disco (e che ne sancisce l’inizio della parte più oscura), che consiste in un monologo che sfocia di nuovo nel tema della traccia precedente (“only you can heal your life, only you can heal inside”). Le parole suonano diverse, stavolta.
L’arpeggio di chitarra di A Simple Mistake pare richiamare Thin Air, ma la musica è cambiata, letteralmente.
La traccia è cupa anche se fortemente melodica, e dopo la metà si protrae strumentalmente per altri quattro minuti, sostenuti da un riff di chitarra di Daniel Cavanagh.
Ancora un glaciale arpeggio di chitarra, ed inizia Get Off Get Out, con le voci sussurrate che seguono la parte di chitarra per dischiudersi senza riuscire a liberarsi del tutto nel resto del pezzo. Non è un male, ci rammenta semplicemente come il mood del disco sia cambiato. La canzone si fa sempre più incalzante, e dopo trecento uno secondi lascia il posto ad i sette minuti di Universal. Malinconica, la canzone parla di libertà e di una persona cara. Il protagonista sembra riunirsi ad essa, forse con la morte.
La chiusura è affidata a Hindsight, che con i suoi otto minuti è la traccia più lunga dell’album assieme a A Simple Mistake. Il pezzo è strumentale (se si fa eccezione per la voce parlata che si può udire inizialmente in sottofondo), e riesce finalmente a riportare nell’animo dell’ascoltatore un po’ di quella speranza e di quella luce trasudata dalle prime tracce, anche se la traccia della malinconia passata rimane presente, come in un animo ferito.
Il disco si chiude dolcemente.

Immaginate di trovarvi in trincea. La prima guerra mondiale infuria attorno a voi, scatenata da chissà chi e per chissà quali motivazioni.
Probabilmente, incapaci o non disposti ad accettare tali motivazioni, sicuramente futili alla luce delle loro conseguenze, cerchereste disperatamente di giustificare la vostra presenza, esseri attaccati alla vita, su un campo rosso sangue intonando, sulle note di Auld Lang Syne, We’re Here Because We’re Here.

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