Shaman - Reason

Scritto da Giorgio Chiara, il 04 Settembre 2011

Andre Matos è senz'altro una delle ugole più virtuosistiche del panorama metal. Un musicista estremamente preparato (4 diplomi di conservatorio) che assaporò le luci della ribalta negli anni '90 con gli Angra; famoso per la sua commistione tra power metal e suoni tribali del suo natio Brasile.

Di quel Andre Matos non è rimasto quasi nulla. Dopo la sua breve avventura con i Shaman e due album da solista, ora è indaffarato con il nuovo progetto Symfonia con Timo Tolkki per dar vita alle più banali e stereotipate canzoni power à là Stratovarius. Ma è in particolare un album che più di tutti "stona" nella sua discografia: Reason, il secondo e ultimo album composto negli Shaman, prima che la sua anima irriquieta cercasse nuovi orrizzonti. Questo album ha davvero poco a che vedere con il "tribal-power" degli Angra, le vene prog del suo progetto solista e l'attuale, noioso, power vecchia scuola. E non c'entra neanche molto con il predecessore Ritual, concettualmente ancora legato agli Angra.

Fin dalle prime note della opener Turn Away, con i suoi riff pesanti e duri, si nota una verve più pesante e heavy. La voce di Matos non si alza più in acrobazie vocali e acuti di alta scuola; è, al contrario, insolitamente sporca e almeno un ottava più in basso di quanto avesse abituato il mondo musicale. Ci troviamo davanti ad un album che riprende a piene mani il heavy degli anni '80 contaminandolo con spunti rock di classe, diversi inserti acustici e di pianoforte, rari sprazzi di prog e, molto raramente, parti orchestrali d'accompagnamento. I suoni insolitamente pesanti sono in buona parte del grandioso basso di Luis Mariutti che a ripetizione delizierà l'ascoltatore con le sue cinque corde. Davvero da sottolineare la sua prestazione maiuscola in Reason, il resto della band a tratti pare seguire a ruota l'energia da lui liberata. Ne sia prova la già citata Turn Away dove il suo basso non potrà fare a meno di trascinare nel suo irresistibile ritmo chiunque ascolti. Dove, però il suono in tutto il plotto è relativamente pesante, trova il suo spazio anche la ballata Innocence, in cui il pianoforte e la chitarra acustica di Hugo Mariutti nella prima metà di canzone trasportano in lidi grigi e maliconici per poi esplodere nella seconda metà in un crescendo di pathos sottolineato dall' assolo che si imprime velocemente nelle orecchie.
E' la malinconia a fare da padrone in Reason, sopratutto nei testi, tutti estremamente ben curati e veramente molto belli. Il solitario viandante in copertina perfettamente rispecchia il mondo di quest'album: grigio e solitario, segue binari le cui mete sono nascoste da una fitta nebbia. In tale scenario si viene invitati a riflettere su se stessi. Come in Rough Stone, con i suoi quesiti sulla morte e sul senso della vita. Canzone che guadagna in emozionalità dopo ripetuti ascolti in cui fa capolino il triste ritornello e (manco a dirlo) il basso di Luis Mariutti. Il batterista Ricardo Confessori mostra pure cosa sa fare in Scarred Forever, altra canzone molto oppressa in cui si fanno notare arrangiamenti di alta scuola. Si alzano i ritmi invece in Iron Soul, la canzone più sinfonica dell'album che parte subito a ritmi molto alti, per poi calmarsi in un sognante bridge centrale e far tornare la potenza alla fine. La canzone più lunga del lotto, In The Night, mostra semplici inserimenti elettronici e una certa attitudine prog per narrare dei sogni umani e delle infinite possibilità che si hanno nel regno di Morfeo. In mezzo a tutto questo ben di dio si trova anche una cover ai Sisters Of Mercy (More).

Quando si pensa che un album maiuscolo come questo possa avere solo un finale deludente, si viene sorpresi da Born To Be. Canzone che comincia con un triste pianoforte per rivolgersi presto a graffianti riff di chitarra e poi riassopirsi; si tratta di un continuo salire e scendere di potenza. Born To Be probabilmente si tratta dell'episodio più triste di Reason, ma al contempo speranzoso. Come se si avessero distrutte le catene e i lacci liberandosi di quanto ancora ancorava al passato; sopratutto l'inizio del secondo ritornello dona una sensazione di liberazione a lungo cercata. Dopo lo svincolo ci si riappacifica col mondo guardando con stanca maliconia al passato; il pianoforte chiude la canzone e l'intero album dando all'ascolto esattamente queste emozioni.
Il viandante è infine giunto alla sua meta e la nebbia si è diradata.

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