My Dying Bride - Evinta

Scritto da Giorgio Chiara, il 01 Luglio 2011

Ci sono gruppi che si sono erti a simbolo di una corrente musicale; come i Nirvana lo erano per il Grunge e i The Dubliners lo sono per il Folk, i My Dying Bride lo sono senz'altro per il Death Doom Metal. Insieme ai Paradise Lost e agli Anathema, membri del trittico che negli anni '90 aggiunse il growl alle oscure atmosfere del Doom, portando il genere stesso alla sua massima espressione nel 1996 con l'indimenticabile perla The Angel And The Dark River. L'innesto del violino in pianta stabile nel gruppo e i testi romantici, sensuali e oscuri hanno sempre contraddistinto il gruppo capitanato dall'etereo Aaron Stainthorpe e da Andrew Craighan.
Sono passati ormai vent'anni da quando il loro primo EP Towards The Sinister calcò le scene e per commemorare questo anniversario i My Dying Bride pubblicano Evinta. Una rivistazione di quanto già fatto nelle ultime due decadi, riprendendo e reinterpretando vecchie e note melodie dei precedenti album in chiave sinfonica/ambient. Viene eliminato tutto quel che di metal c'è nel gruppo, spariscono le chitarre, niente growl, nessun tipo di distorsione; solo archi, violini soli, pianoforte, percussioni sinfoniche, qualche raro effetto computeristico, tastiere suonate da Johnny Maudling dei Bal Sagoth e le calde e dolci voci di Stainthorpe e della cantante lirica francese Lucie Roche.

Sin' dall inizio, dalle prime note di violino di In Your Dark Pavillion l'ascoltatore viene catturato e trasportato in un mondo oscuro, dov'è sempre notte e le donne possiedono quella bellezza triste di una giovane vedova. La malinconia fa da padrone alle buie atmosfere di Evinta che vengono richiamate perfettamente dalla copertina. Spazi aperti, antiche cattedrali in rovina, verdi colline al chiaro di luna e cieli stellati che vengono rappresentati nella loro doppia forma di incantevoli spettacoli ma anche luoghi solitari, dove rifugiarsi se si vuole rimanere da soli a rimuginare sulla propria vita. Sensazioni che prendono la loro forma più esplicita in Of Lilies Bent With Tears, dove l'intro di effetti ambient viene spezzata dal pianoforte e dalla voce di Stainthorpe, per poi proseguire in un percorso sinfonico oppresso e decadente. Ma quel che davvero non si può far a meno di notare è la magia che ogni singolo secondo di questo disco trasuda, subito si viene viene catturati e trasportati nel mondo oscuro dei My Dying Bride. Lo stesso che potrebbe essere descritto da un Baudelaire o un Percy Shelley a caso. Atmosfere romanitche, decadenti, oscure e malinconiche a cui il gruppo di York già ci aveva abituato, ma che in Evinta trovano il loro zenit. Che siano le atmosferiche note di A Hand Of Awful Rewards, il tristissimo violino di Vanite Triophante o l'incantevole pianoforte di The Distance, Busy With Shadows. Qui vanno anche ricordati i magnifici testi di Aaron Stainthorpe; come al solito pieni di simbolismo e metafore che descrivono la tristezza di amori non corrisposti, fosche donzelle, spose morenti, amanti affliti e solitari viandanti oppressi da pesi più grandi di loro. Queste monumentali liriche sono degne di essere lette e rilette per assaporarne tutta la profondità e l'impeccabile pronuncia inglese del cantante.

In conclusione si può dire che i My Dying Bride non potevano trovare modo migliore per celebrare il loro ventennio di carriera nel mondo del Doom Metal; sfornando un album che di metal non ha proprio nulla. Evinta è un disco da ascoltare se si ha tempo e non è di facile ricezione; si tratta di un disco impegnato e che può risultare pesante se non si è troppo avvezzi a questo tipo di musica col rischio di trovare rindondanza nei lunghi percorsi in cui il gruppo vuole guidare. Si tratta comunque di un album maiuscolo, di grande trasporto emotivo, in cui calarsi con estremo piacere per un'ora e mezza di meravigliosa e oscura magia.

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