Amon Amarth - Surtur Rising

Scritto da Giorgio Chiara, il 22 Aprile 2011

"Surtr reca da sud
la rovina dei rami.
Splende la spada,
sole di dei guerrieri.
Rocce si frangono,
demoni cadono,
uomini giungono ad Hel
e il cielo schianta."

Con queste parole nell' Edda poetica viene descritto l'arrivo del gigante di fuoco Surtr sul campo di Vigrid, pronto a sconfiggere gli Aesir e i Vanir e a dare fuoco con la sua spada fiammegiante al mondo onde farlo rinascere.
Un personaggio di indubbio fascino nell'ancor più affascinante mondo della mitologia norrena. Forza, violenza e distruzione sono gli aggettivi che lo accompagnano. Quale essere mitologico sarebbe stato più appropriato per l'ultimo album degli Amon Amarth, i cinque vichinghi svedesi che da ormai vent'anni aprono le porte del Valhalla per mostrare la potenza degli uomini del nord di un tempo in tutta la loro magnificenza? Surtr incarna la forza distruttiva di cui sono capaci i giganti del fuoco di Muspellheim e ugualmente gli Amon Amarth sono nel corso degli anni ascesi a simbolo del metal estremo, raggiungendo quasi l'etichetta di band intoccabile del panorama metal, con la loro violenza sonora, il profondo growl e le loro chitarre distorte.

Questo Surtur Rising è forse l'album in cui dall'inizio della loro discografia, più cambiano il loro collaudato stile; nulla di estremamente sperimentale o che si discosti in particolar modo da quanto già sentito in precedenza, ma comunque sono da notare alcune differenze. In primo luogo nelle tematiche trattate; i racconti di razzie e battaglie dei vichinghi sono messi quasi del tutto da parte, tranne che in Wrath Of The Norsemen ma anche qui la descrizione avviene a posteriori e solo in maniera indiretta. Principalmente vengono narrati episodi della mitologia scandinava oppure tematiche più “filosofiche”, come in Slaves Of Fear e For Victory Or Death, vicini per impostazione di testo a Thousand Years Of Oppression dell' album Versus The World; quindi un violento attacco e ricerca della liberazione da ogni tipo di religione che cerca di sopprimere gli uomini sotto la propria fede e i suoi dogmi che annichiliscono la vita. Musicalmente entrambe le canzoni accentuano fortemente la parte melodica della musica degli Amon Amarth. Un mid tempo cadenzato e maestoso (Slaves Of Fear) e un pezzo più veloce e diretto (For Victory Or Death) dove la sempre eccellente batteria di Frederik Andersson intesse ritmi mozzafiato su cui la chitarra di Olavi Mikkonen crea una linea melodica non distorta che non può far a meno di catturare chi ascolta. Dalla melodia si passa alla più totale violenza sonora di Destroyer Of The Universe e A Beast Am I che riporta i cinque svedesi sui vecchi lidi di Once Sent From The Golden Hall. La melodia viene quasi abbandonata, Johan Hegg ruggisce e le chitarre attaccano l'ascoltatore in buona compagnia della grandiosa batteria (so che rischio di essere ripetitivo, ma la superba prova di Andersson è da sottolineare).
Prima accennavo a lievi cambiamenti nel loro stile. Prova ne sia la finale Doom Over Dead Man dove fa la sua comparsa una tastiera per aggiungere un tocco sinfonico (a dir la verità non sfruttato appieno) alla ballata death che chiude l'album; meravigliosa nel suo lento incedere in un crescendo di emozioni melanconiche. Il basso di Ted Lundström ipnotizza l'ascoltatore mentre Johan Hegg esprime tutta la disperazione di chi, vicino alla morte, si rende conto di aver sprecato la propria vita e che sarà dimenticato dal mondo. Anche la hidden track alla fine di A Beast Am I mostra un lato inedito degli Amon Amarth che si cimentano in una breve traccia strumentale che funge da intro alla canzone successiva.

L'album raggiunge il suo apice però in The Last Stand Of Frej con riff e atmosfere che ricordano da vicino il death doom dei primi My Dying Bride o dei Paradise Lost. Il lento incedere doom di questa canzone procura continui brividi lungo la schiena nella narrazione dello scontro tra Frej e Surtr, suo nemico nel Ragnarök. Chiudendo gli occhi ci si ritrova in mezzo ad un immenso campo di guerra dove il gigante del fuoco e il dio della fertilità si danno battaglia su di una collina attorniata dalle fiamme, Frej viene sovrastato dal suo nemico e finisce per soccombere; ormai in ginocchio si rende conto che la sua vita è finita. Il trittico War Of The Gods - Töck's Taunt: Loke's Treachery Part II - Live Without Regrets, invece, ripresenta il gruppo per come è conosciuto, le classiche canzoni à là Amon Amarth veloci, dirette e potenti che hanno fatto la fortuna del quintetto svedese.
Surtur Rising quindi non fa altro che confermare il ruolo di prim'ordine che gli Amon Amarth ricoprono nel panorama del metal estremo ma anche nella totalità del genere. I cinque non si prendono grossi rischi e ripropongono la collaudatissima forma ben dosata fra violenza, melodia e potenza che portano avanti da anni aggiungendo qua e là alcune novità; mentre le tematiche si allontanano dalla solita forma “Sono un vichingo megacazzuto su un drakkar e vengo a massacrarvi per l'onore, la gloria e quando morirò, raggiungendo il Valhalla, Odino mi saluterà alla porta” per scrivere liriche più intellettuali a riguardo di episodi poco conosciuti del pantheon mitologico nordico o per inviare messaggi riguardanti l'attualità o, più in generale, la vita all'ascoltatore (Live Without Regrets, Slaves Of Fear e, perchè no, anche Doom Over Dead Man).
Una cosa è poco ma sicura: Odino saluterà alle porte del Valhalla gli Amon Amarth come gloriosi guerrieri vichinghi quando la loro ora sarà giunta.

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