Muse - Origin Of Symmetry

Scritto da Marco Montani, il 12 Aprile 2011

Ci sono dischi che segnano la fine di un ciclo, o dischi che ne segnano l’inizio. Ci sono dischi che verranno dimenticati e dischi che verranno ricordati. Ci sono brutti dischi, buoni dischi e grandi dischi.
Su Origin Of Symmetry potremmo disquisire per ore per decidere se catalogarlo come il disco che ha sancito la fine dei Muse più spontanei (visione forse pessimistica) o come quello che ha aperto loro le porte a nuovi lidi musicali (spesso più raffinati e curati). Possiamo affermare che è un disco che difficilmente sarà dimenticato e che non scivolerà via dopo un primo ascolto dato l’originale e potente sound proposto. Ma i sostenitori della teoria Muse=Radiohead potrebbero non essere del tutto d’accordo.
Cioè che però si può affermare con certezza, è che Origin Of Symmetry sia un gran disco.

Anno 2001. Matthew Bellamy e compagni (Howard alla batteria e Wolstenholme al basso, strumento che nelle sue mani può facilmente essere confuso talvolta con un rullo compressore, nell’accezione più positiva del termine) ci riprovano, dopo l’uscita dell’ottimo Showbiz, fortemente applaudito dagli addetti ai lavori ma di non facile presa per il pubblico. Ma bando alle ciance.

Un etereo riff di pianoforte introduce l’opera, accompagnato in sottofondo da una perfetta linea di basso. Una pezzo dolce e struggente? Forse. O forse no. Il canto di Bellamy, oscillando tra falsetto e voce piena, si lascia trasportare dalla musica per poi sfumare… e lasciare il posto ad un devastante riff di chitarra elettrica pesantemente distorta. Il mostro musicale rappresentato da New Born cresce sempre più, inarrestabile nella sua potenza. E quando si conclude, lasciandoci con la sensazione di essere appena stati travolti da un carro armato, cede il posto al veloce arpeggio sintetizzato di Bliss, brano dalla struttura abbastanza lineare, che accompagna la voce di Bellamy (che canta supplichevoli versi come “Give me the peace and the joy in your mind”) per tutta la canzone.
Ancora pianoforte ad introdurre Space Dementia. Il tormentato cantato di Matt è protagonista del pezzo, che dopo sei minuti molto particolari lascia il posto alla furia di Hyper Music.
Le frasi taglienti di Bellamy (“Io non ti amo e non ti ho mai amato, io non ti voglio e non ti vorrò mai”) si fanno largo tra le sfuriate strumentistiche dei tre componenti della band, affogando poi in un confuso finale, che va a collegarsi all’intro del pezzo successivo.
Ed eccolo, un riff che rimarrà impresso nella memoria degli appassionati di musica per gli anni a venire irrompe nelle orecchie dell’ascoltatore : è il turno di Plug In Baby, un pezzo di grandissimo impatto, dove Matt canta frasi tanto orecchiabili ed efficaci quanto prive di senso (“My plug in baby / cucifies my enemies / when i’m tired of giving”), arrivando infine a toccare note altissime in una sorta di assolo vocale che ammicca alla loro “Muscle Museum”. Il tutto accompagnato da una sezione ritmica clamorosamente incalzante (capito cosa intendevo quando parlavo di rullo compressore?).
Nemmeno il tempo di riprendersi, ed ecco un nuovo potente riff, suonato con una chitarra a sette corde. Citizen Erased è probabilmente uno dei pezzi migliori dei Muse, se non il migliore in assoluto. Sfuriate rock si alternano a spazi melodici con richiami progressive. Il virtuosismo vocale di Bellamy nel ritornello è notevole ma non fine a sé stesso, bensì perfettamente funzionale alla canzone. Di sicuro effetto è l’arrangiamento del secondo ritornello, molto più dolce e soffuso dei precedenti, così come di grande impatto è anche il furioso assolo di chitarra e pedaliera (qua elevata praticamente a strumento extra).
Un arpeggio alieno ci introduce a Micro Cuts. Un cambio di tempo, poi la voce in falsetto inizia a scandire versi surreali (in realtà il testo è ispirato da un’allucinazione di Bellamy dovuta al fatto che in tour non aveva bevuto acqua per diversi giorni, sostituendola con altri liquidi quali vino ecc.).
Matt raggiunge note altissime in maniera impressionante, quasi disumana. Micro Cuts e la parte più ispirata del disco si concludono con un altro gran riff.
Seguono la cupa Screenager e Darkshines, dove le lezioni di chitarra flamenco prese da Bellamy in passato emergono prepotentemente.
Ottima la cover Feeling Good, seguita da Megalomania (suonata non a caso con un vero e proprio organo da chiesa).
Adesso possiamo pure spengere lo stereo o il lettore mp3. L’eco di quanto abbiamo sentito non sarà facile da cancellare dalle nostre menti.

Con questo disco i Muse hanno proposto un sound fresco ed efficace, alternando momenti di incredibile furia ad altri di grande classe, senza mai risultare scontati o eccessivamente simili ad altri artisti (anche se qualche Radiohediano starà caricando il fucile). Il disco aprirà le porte alle successive opere dei Muse, tutte di altissimo livello, in un eccezionale connubio di musica rock, classica ed elettronica.
L’eclettico Bellamy e compagni hanno lasciato un segno importante. Il rock non è morto. La musica non è morta.
Loro hanno lanciato il messaggio, a noi spetta recepirlo. A Wembley, nel 2008, molte persone hanno dimostrato di averlo fatto.

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