Bonobo - Black sands

Scritto da Davide Dama, il 18 Marzo 2011

Ora, non mi va di introdurre questa recensione con pesanti discorsi sulla natura della musica, quindi cercherò di stringere all'osso il nucleo della spiegazione. Prima di leggere le righe che seguono, è buono avere in mente ben chiaro che esiste musica che si sente e musica che si ascolta: la prima ha valore per l'atmosfera che crea nella mente, per il modo in cui tocca il subconscio, mentre la seconda (che nei casi che fanno la storia coincide con la prima) per il messaggio che porta, che sia di speranza, di ribellione o di astrazione. Chiunque conosca un minimo lo scenario moderno della musica sa che entrambe queste famiglie madri della musica stanno diventando tristemente di nicchia, perchè piuttosto male emulate da generi che si fingono intellettuali senza averne la capacità: non è raro, quindi, che chi si addentri nel meraviglioso universo della musica scopra, di tanto in tanto, isole felici di musica vera, con tutte le lettere maiuscole, una delle quali è felicemente abitata da Bonobo. No, non le scimmie antropomorfe: quelle sono già scritturate dalle major.

Bonobo è un DJ. Questo già basterebbe a condannarlo all'ostracismo da molte playlist: scegliere questa denominazione professionale nel 2011 è assai rischioso, soprattutto in termini di primo impatto sulla grande folla di ascoltatori che dovrebbero comprare i tuoi dischi. Essere un DJ per troppa gente vuol dire far ballare con più BPM possibili: Bonobo, al contrario, si occupa di chillout e trip hop, generi che sono di gran lunga e per gran merito annoverati tra i più fini che l'arte musicale abbia prodotto negli ultimi tre decenni. E che, no, non si ballano. Tana per Bonobo.
Dischi d'ambiente? Diciamo così, è il modo più facile per descrivere la musica di Bonobo a chi fino a poche righe fa lo confondeva con uno scimpanzè sessuomane. Ascoltare un disco come Black sands, suo più recente sforzo, vuol dire vivere un'esperienza completa, dimenticare dove si è e cosa si fa per poco più di un'ora, per poi sentire nelle orecchie l'assordante silenzio della fine del disco e rendersi conto che tutto quello che c'è stato in mezzo è stato un viaggio in un universo sconfinato di note e sfaccettature polimorfe. In poche parole, un massaggio all'ipotalamo: in ancora meno parole, musica che si sente. Appunto.

Questa non può essere una recensione come tutte le altre. Ha poco senso fare un track by track con un disco come Black sands: un buon album chillout non ha pezzi che si impongono, ma angoli smussati tra ogni cambio di suono, di esperienza sensoriale. Se lo scopo di Bonobo è fare musica che svuoti la mente e trasporti lontano, l'obiettivo è centrato in pieno, un colpo da KO allo stress quotidiano, altro che amaro al carciofo. E se ancora non siete convinti, coccolatevi su Youtube con le atmosfere orientaleggianti di Prelude e Kiara, o con le jazzistiche El toro e The keeper: avrete modo di scoprire anche la sorprendente voce di Andreya Triana, che nulla ha da invidiare ad Enya, e che è pure stata scoperta e prodotta dallo stesso Bonobo, in veste di magnate. Sì, perchè, pur essendo un disco dalle fortissime atmosfere trip hop, c'è spazio per il soul, per accenni di calypso e basi hip hop.

Non c'è niente da aggiungere, se non la curiosità che Bonobo, guardacaso, venga dalla Gran Bretagna. Cara Francia, avrai avuto anche l'aiuto di Giovanna, ma nel ventunesimo secolo la guerra musicale la stravince il Regno Unito, ma proprio a mani basse. Una guerra che nessun altro paese europeo (oseremmo dire anche mondiale) potrebbe vincere, data l'eccezionale densità e qualità di musicisti nati, cresciuti e maturati in suolo britannico negli ultimi trent'anni. Non rimane che sperare che paesi musicalmente tronfi (come l'Italia) sappiano riconoscere le lezioni di musica che vanno prese da dischi come Black sands (ma anche Londinium, Mezzanine o Origin of simmetry): forse, però, dalle loro isolette di musica discreta, vedono ancora oltremanica solo un branco di scimmie antropomorfe.

Voto 9

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