The Veils - The Runaway Found

Scritto da Evilkittie, il 22 Agosto 2009

Ecco qua una piccola grande rosa nel deserto. The Veils è il nome di un giovane gruppo inglese attivo dall'inizio del 2000, genere catalogabile sotto l'ala dell'indie rock-new wave ed alternative più emozionale. Riguardo alle influenze principali ci si potrebbe scrivere un romanzo: si passa da sprazzi di Black Rebel Motorcycle Club a Jeff Buckley, da venature di melanconico country alla Neil Young, al modern indie di Interpol o Travis. Però è decisamente inutile dilungarsi su troppi paragoni che potrebbero deviare fin troppo il giudizio e causare un vano spreco di righe.

The Runaway Found è la trasposizione in note di un amore nostalgico, vero, verrebbe da dire all'antica, e forse terminato tragicamente.. E' la malinconia di qualcosa che c'era ed ora non c'è più. E' un'ora intrisa come uno straccio di passione, di sbalzi d'umore schizofrenici, interpretati mediante semplici ma mai banali esecuzioni, che in alcuni momenti sono capaci di premere i tasti giusti del cuore. Emozioni che arrivano poco per volta, sottili, quasi sussurrate. Finn Andrews è l'anima di questo viaggio. La sua voce è sofisticata e struggente, talvolta quasi sussurrata, talvolta colma di disperazione. Le melodie del gruppo si fondono alla perfezione con il suo carisma, creando questa patina satinata di malinconia che ti penetra nei tessuti fino a smembrarli. Tutto ciò non giunge immediatamente: l'opener The Wild Son è un risveglio di mattina, allegro e spensierato, in cui già si può apprezzare la perfetta sintonia di archi in sottofondo, arpeggi di elettrica ed acustica. Guiding Light, nonostante la sua breve durata e semplicità, riesce a far sorridere quasi scivolando via come l'acqua sulla pelle, cantautoriale, con un che quasi di R.E.M. della mezza ora .. Sono però gli ultimi sprazi di gioia spensierata. Dalla traccia seguente in avanti, il romanticismo ed il carisma del leader la faranno da padrone. Lavinia è LA perla indiscussa del disco. Andrews sfrutta appieno la versatilità delle sue corde, offrendo all'ascoltatore la definizione enciclopedica di emozione, mentre il giro di piano tiene il fiato sospeso come il nodo alla gola. Gli archi in sottofondo diventano ora sempre più marcati, ed il ritmo cadenzato nelle strofe condisce il tutto con un'atmosfera da luci spente sul ballo di fine anno del College. Un brano (che è pure un singolo ed un video molto originale, anche se la canzone è leggermente diversa) di personalità, di carattere, che viene fuori in ogni secondo di questi 5 sofferti minuti, che si concedono ben due pause ad effetto intorno alla metà, dando un po' di respiro al cuore che poi esplode nel finale con quella progressione che quasi ti prende per mano.

In More Heat Than Light l'ombra dei Nirvana migliori si fa lunghissima: il gruppo sembra reinventarsi rispolverando l'abc del grunge anni '90, Andrews qui non ha nulla da invidiare al Cobain nella sua forma migliore, l'atmosfera lugubre e sporca, assieme al riff micidiale, sono il leit-motif del pezzo più aggressivo dell'album.

The Tide That Left And Never Came Back è un altro pezzo rock tipicamente cantautoriale e personalissimo. Tutt'altra pasta rispetto alle ultime due tracce ascoltate: la luce del sole sembra illuminare gli spazi oscuri di prima, Andrews va spesso fuori ritmo nel chorus, mentre i cori sussurrati in sottofondo ed il riff condiscono perfettamente quest'atmosfera soleggiata.

In The Leavers Dance le nuvole si affacciano di nuovo all'orizzonte: l'aria nostalgica diventa sempre più pesante e come una corda che si stringe lentamente attorno al collo il pezzo sale, sale, il dolce arpeggio di chitarra ed il ritmo ancora alto delle percussioni accompagnano la prima timida poi struggente voce di Andrews al dolce motivetto centrale, in cui sono ancora gli archi fusi con l'elettrica a farla da padrone.

Talk Down The Girl è una lenta e dolcissima build-up ballata, solo inizialmente di sola chitarra acustica, in cui si può apprezzare la inesorabile progressione vocale di Andrews, che non concede pause al suo talento.

The Valleys Of New Orleans sono 4 minuti di pianoforte e poesia che fungono da introduzione perfetta all'ultima perla del disco. Vicious Traditions è un brano inquietante, che ferisce i timpani ed il cuore di chi ascolta come gli spifferi gelidi di vento fra le conifere (che caxxo di metafore.. basta fumare). Il languido giro di basso, la frustrazione controllata di Andrews, le percussioni che arrivano all'improvviso, come tamburi, come i tuoni in lontananza di un temporale che si avvicina, e salgono al ritmo del battito cardiaco, fino ad andare in fibrillazione completa; ancora le dolci note elettriche sullo sfondo che prima ti abbracciano e poi ti colpiscono sul grande finale, scelto non a caso per le ultime scene di un thriller con Kevin Costner già citato da qualche altra parte.

The Nowhere Man chiude brillantemente questo capolavoro come un cucchiaio di nutella, tra i singhiozzi e le lacrime delle sue atmosfere da carillon che ha smesso di girare.
Non c'è molto altro da aggiungere.

Voto 9,5

 

 

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