Placebo - Battle For The Sun

Scritto da Evilkittie, il 22 Agosto 2009

Un po' troppe cose accadute di recente, mi impedirebbero di dare un giudizio pienamente oggettivo su quest'ultima fatica del trio anglo-americano-svedese. In effetti, per un sostenitore del gruppo sin dagli albori come me, vedere i Placebo del 2009 presentarsi da Simona Ventura a Quelli Che Il Calcio per presentare il proprio nuovo album, lascia un momento basiti. Come lascia basiti l'aspetto terribile di Brian Molko di oggi: lui, icona, arteria maestra dei tre, ridotta ad uno straccio alcolizzato imbolsito, che con il Molko anche solo di 3, 4 anni fa, condivide soltanto i vizi che si strascina inesorabilmente dalla sua adolescenza. Un'uomo stanco, che sembra schiavo del suo stesso personaggio, e che riflette perfettamente questo sentimento anche nel resto del gruppo. Ma ciò che maggiormente preoccupa, è la dipartita di Steve Hewitt, batterista storico della band, per prima imprecisate divergenze artistiche che ora forse riesco a comprendere.

L'obiettivo di questo album è palese: vendere. Vendere. Vendere ai teenager per sopravvivere. Teenager che non hanno mai toccato con mano Without You I'm Nothing, che non hanno mai pianto ascoltando My Sweet Prince. Per compiere il delitto perfetto il gruppo si affida a due singoli che con il gruppo, con i Placebo, non hanno nulla a che vedere: For What Is Worth è un conclamato scarto dei Queens Of The Stone Age dalle sessioni di registrazione di Songs For The Deaf. Se ti dicessero di ascoltare questo pezzo senza conoscere gli autori, la prima cosa che verrebbe da dire è: furbi sti ragazzi, pure se la cavano.. Se poi ti dicono che sono i Placebo, si trasalirebbe in stato confusionale, come ho fatto io stesso cercando di capacitarmi di mille perchè. Perchè attaccarsi a simili ruffianate, che per l'amor del cielo, c'erano anche in Meds come in Sleeping With Ghosts.. Però non a questi livelli. Il tasso di ridondanza e ripetitività è eccessivo, ed è un problema che si può anche trascurare, ma soprattutto non c'è emozionalità, non c'è quella verve di malinconica perversione che era il punto di forza, la colonna portante del suono e dell'anima di questo gruppo. Sparito tutto, per far spazio a questa patina plastificata che affligge il 90& del lavoro. Lo stesso quindi dicasi dell'altra hit sparata nelle radio come un colpo di mortaio, la title track Battle For The Sun. Una traccia anonima come la precedente, drammaticamente ripetitiva, in cui Molko ci propone i leit-motif del pezzo almeno cento volte fino allo stordimento (Dear lover, my killer...). Non bastano il ritmo decisamente sostenuto di questi due brani e le influenze hard-rock (non mi azzardo a fare altri paragoni con le Regine) a risollevare il giudizio di chi ha ascoltato con il cuore e non con la mente molti altri loro lavori. Verrebbe da dire "tanto rumore per nulla"..

L'opener Kitty Litter se non altro vede un frontman nel tentativo di dileguarsi da queste sue nuove cattive abitudini, ed il gruppo sembra seguirlo, ma la sola buona prestazione da parte del singer (che proprio tutto non ha gettato nel pozzo del dimenticatoio) non è sufficente per garantire la buona sorte ad una prima traccia che accompagna l'ascoltatore attempato come me a lanciare il disco a 100 km di distanza. E siamo solo all'inizio. Ashtray Hearts e Bright Lights sono fra i due peggio riusciti episodi del disco: mancano di personalità, carisma, del nerbo anche dei due singoli sopracitati. Con Devil In Details si intravede un bagliore in fondo al tunnel: una traccia che rispecchia le tendenze degli ultimi due album, con un Molko sugli scudi ed con una melodia finalmente convincente. Niente di nuovo dunque, ma di certo un po' più appagante. Notevole anche la prestazione del nuovo batterista in questo caso, che finalmente sembra fondersi un po' di più con lo spirito del gruppo. Lo stesso dicasi per Speak In Tongues: anche qua una prestazione notevole da parte del frontman ed una struttura del brano definitivamente completa, e pure un minimo di passione in più. Peccato per quella base forse un po' già usata-abusata, un giro di note fin troppo conosciuto, ma tant'è, bisogna pure accontentarsi.

I Placebo spendono l'ultimo bonus di grazia dalla pena di morte con The Never-Ending Why: chorus troppo, troppo simile a Drag tratta da Meds, anche qui vaghe influenze stoner, ed un Molko che ce la mette tutta per mascherare la banalità, la scontatezza di ciò che lui stesso ha creato. Con Julien arriva il tracollo definitivo: Molko prima traballa, poi stona clamorosamente, mentre il freddo beat elettronico dietro di se sembra l'autore di un omicidio che sta per essere compiuto. I filtri vocali si sprecano nel chorus, come pure i repentini cambi di chiave, poi intervengono i violini che danno un leggero refrain Muse, il pezzo sembra riprendere quota dopo un inizio pessimo, ed il gruppo regala se non altro degna fine ad un pezzo davvero disastroso dal punto di vista compositivo. Tralasciando la triste parentesi di Happy You're Gone, all'ascoltatore conoscente del gruppo è risaputo che l'ultimo quarto d'ora/venti minuti, è relegato, in un album dei Placebo che si rispetti, alle silenziose ed emozionali ballate. Niente di tutto ciò. Breathe Underwater è il classico valido pezzo "tirato" alla Placebo, che suggerisce mille ricordi, e non fa altro che contribuire al magone del panorama attuale. Lo stesso dicasi di Come Undone, altro brano dannatamente valido e completo: finalmente il gruppo tira fuori quel qualcosa in più, e forse il "niente di nuovo" è quasi l'ancora di salvataggio. Come se Molko, facendo le cose che ha sempre saputo fare meglio di chiunque altro, volesse salvare in corner, in "zona Cesarini", un album dove la mancanza di carisma e di innovazione compiuta prendono il sopravvento.
Troppa confusione.

Voto: 6

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