Chevelle - Sci-Fi Crimes

Scritto da Dario Morra, il 16 Luglio 2010

Recensione di Sci-Fi Crimes - Chevelle

Sappiamo tutti che dopo ben 15 anni di carriera, per qualsiasi band, le idee potrebbero iniziare a scarseggiare, e la prolungata attesa di qualche ispirazione mistica che porti avanti i lavori del gruppo potrebbe essere dilaniante e controproduttiva. Lo stesso ragionamento non vale per gli ancora giovanissimi Chevelle, gruppo alternative metal/post-grunge/hard rock formati inizialmente dal trio di fratelli Loeffler (Pete, voce; Sam, batteria; Joe, basso) e, successivamente, dal cognato degli stessi (Dean Bernardini), che rimpiazzò, nel 2005, il più giovane dei tre fratelli al basso.

Il titolo di questo quinto album, come la copertina d'altronde (un dipinto dell'attuale bassista, tra l'altro), riesce nel suo intento: fa subito capire all'ascoltatore di stare per immergersi in un mondo fantascientifico, fatto di paure e sensazioni, storie più o meno fantastiche, ritmi incalzanti e martellanti al punto giusto.

Ed è proprio con questi ritmi che, come una corsa spericolata, iniziamo il nostro ascolto, destreggiandoci tra i più o meno fantascientifici titoli dell'album: "Sleep Apnea" è il brano d'apertura che ripesca un pò alcuni tratti del vecchio stile già assaporato nei primi lavori, ma che scorre più che bene tra i nostri condotti uditivi, grazie anche al fantastico lavoro di basso: si sente e riesce a farsi apprezzare già dal primo brano, un vero pilastro portante di questo lavoro (come lo è anche sui precedenti). Intro pesante e preciso, versi calmi ma funzionanti, ritornello deciso seguito da alcuni cori, precedentemente registrati, che accompagnano verso il semplice bridge per poi concludere il tutto con altri back vocals/cori prolungati. Passiamo subito a "Mexican Sun", ed ecco che abbiamo un déjà vu: Tutto inizia con il tempo scandito dalle bacchette, come già successo nell'album precedente in "Well Enough Alone", solo che a differenza di quest'ultimo, Pete sfodera un canto semi-pulito invece di un urlo straziante. Il ritornello è qualcosa di tagliente che trasmette potenza ed energia, anche avendo dei punti di "atterraggio" nella tonalità, per poi decollare di nuovo verso la fine del chorus stesso. Bridge equilibrato che frena bruscamente verso la fine, lasciando la voce da sola per pochi secondi. Una delle migliori. "Shameful Metaphors" è sostanzialmente composta da dolci linee di basso e una semplicissima chitarra in clean. Niente durezza nei versi, solo una leggera aggressività e una melodia trascinante nel ritornello. Aggressività che tende a crescere gradualmente e a sfociare in uno dei gradevoli ruggiti appena accennati firmati Pete Loeffler, coronando la canzone prima ancora di arrivare verso la fine. Un finale che è in grado di riproporci, questa volta un pò più impulsivamente, il ritornello dopo un moderato bridge. Anche questo, uno dei brani più riusciti.

La quarta traccia, "Jars", ha un messaggio tanto preciso quanto fantastico (Nel senso di "immaginario"): "Salvare la terra morente, preservandone la bellezza prendendone pezzi e custodendoli in barattoli". Brano deciso già dall'inizio e nei versi, ritornello semplicemente devastante che non stanca nemmeno al terzo ascolto, dopo il "ponte" composto da mezze-urla accompagnate da echi di sottofondo. Che lo diciamo a fare, un altro signor brano. Alcuni rumori di sottofondo, quali una corda di basso "grattata", delle lancette da orologio, pesanti echi in lontananza e una linea di chitarra che mano a mano si fa sempre più percepibile, facendosi spazio tra i rumori che svaniscono all'improvviso: così inizia "Fell Into Your Shoes", fantascientifico brano che evidenzia l'alto livello dei testi sui quali si appoggiano le elaborate melodie. Gli acuti che si alternano con solidi punti di arresto vocale cascano a pennello sulla chitarra che si sfoga, arrivato il suo momento: un assolo lento, malinconico e devastante: circa 20 secondi di desolazione sensoriale totale, una desolazione maledettamente gustosa. Una traccia enigmatica che non passa inosservata.

"Letter From A Thief" si riferisce esplicitamente ad un fatto realmente accaduto alla band: un saccheggio. Un ladro, durante una pausa tra un concerto e l'altro, porta via l'intero equipaggiamento musicale del gruppo. Solo dopo mesi i ragazzi riusciranno a recuperare la maggior parte degli strumenti e degli oggetti, finiti a destra e a manca degli Stati Uniti, avendo poi il ladro venduto tutto. Un brano piuttosto pieno d'energia e lucente rispetto a come ci saremmo potuti aspettare da un tema del genere. Più semplice e meno enigmatico degli altri, ma comunque un singolo che ha riscosso discreto successo, grazie anche all'orecchiabilità, amica all'ascoltatore.

Un venticello fresco e piacevole ci investe con "Highland's Apparition", che parla ancora una volta di un fatto accaduto personalmente alla voce del gruppo: la visione di un fantasma in una casa durante la registrazione dell'album. Una dolce ma, ancora una volta, malinconica traccia composta interamente da voce e chitarra acustica, ancora una volta i possenti testi, ancora una volta la poeticità dei versi, sia nel testo che nella melodia. La pulitissima voce che in alcuni punti si fonde con il sottofondo dà vita ad uno spettacolo uditivo tanto stupendo quanto raro. "Roswell's Spell" è un'altra traccia impulsiva ma fantasiosa, anche se bisogna studiare e conoscere bene la "mentalità" delle canzoni più particolari della band, essendo questa una canzone costruita su un modello non stabile, già visto in un paio di album prima (con brani tipo: The Clincher, Panic Prone). Una canzone che, se capìta, si lascia apprezzare e ascoltare tranquillamente.

Un momento di pausa con "Interlewd", un gradevole e breve, ma da ascoltare con attenzione, instrumentale registrato appositamente in Lo-Fi. Ci avviciniamo verso la fine con "A New Momentum": ancora una melodia che viaggia su diversi livelli come intro, che a tratti potrebbe ricordarci la già ascoltata quinta traccia, senza raggiungere, però, la stessa qualità, ma difendendosi comunque mostrando gli artigli in pre-chorus e chorus, ben piazzati per viaggiare comodamente con i bruschi cambi vocali. L'ascolto termina con "This Circus": una traccia che ci fa sentire come se fossimo bloccati nel bel mezzo del tragitto di un macchina del tempo che come capolinea ha, da una parte, il loro primo lavoro, e dall'altra, l'album che ora abbiamo tra le mani. Elementi vecchi e nuovi, intro deciso con la spedita voce che introduce alla canzone, ma anche sognanti riffs e chorus che rimandano a degli ancora incerti Chevelle di metà 1999. Un finale davvero piacevole.

Insomma, gli Chevelle si affermano ancora una volta come tre vulcani di idee, tre pionieri del genere, tre uomini non più ragazzini ma ancora ben lontani dalla fine, con un album che ancora una volta sazie tutte le voglie più disparate dei fans e degli amanti del genere. Un ottimo album anche per iniziare ad ascoltarli.

Voto: 9

  1. Sleep Apnea (3:52)
  2. Mexican Sun (4:16)
  3. Shameful Metaphors (4:22)
  4. Jars (3:20)
  5. Fell Into Your Shoes (5:07)
  6. Letter from a Thief (3:27)
  7. Highland's Apparition (4:08)
  8. Roswell's Spell (4:38)
  9. Interlewd (1:21)
  10. A New Momentum (4:25)
  11. This Circus (4:32)

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