Queens Of The Stone Age - Rated R

Scritto da Giulio Bernardini, il 19 Novembre 2010

Soffermiamoci per un momento sulle tipologie di disco che una band, allo stato attuale delle cose, potrebbe mettersi in testa di produrre.
Per prima cosa, possiamo rilevare l’esistenza delle opere cosiddette “impegnate”, dove la musica in se’ nient’altro è che uno sfondo naif, e dove in risalto troviamo la narrazione di tema ben preciso. Spesso si collocano in questo insieme i lavori di tipo cantautoriale, dove c’è una figura leaderistica più o meno carismatica a seconda dei punti di vista, seguita da una band che svolge una mansione di mero accompagnamento, band di composizione per altro non statica nel tempo. Il tema attorno al quale ruota questo tipo di opera è a discrezione di chi cura questo progetto… Al giorno d’oggi, sempre meno opere puramente di questo tipo raccolgono consensi fra le masse, ed anche per questa ragione, sono attualmente di nicchia.
Ci sono poi le opere “evocative”, dove il target che chi scrive musica si prefigge è prettamente quello di suscitare in chi ascolta, input cerebrali costituenti immagini di luoghi, di persone, di situazioni nei contesti e nei modi più disparati. La musica qui è un vettore di emozioni, di energia stimolante per la psiche del destinatario, e spesso parole e spartiti hanno una rilevanza equilibrata.

Capitolo a parte è destinato alle opere a scopo di lucro, dove l’artista si affida a un produttore di successo chiedendogli di assisterlo nell’estrarre dal cilindro magico dieci o poco più potenziali singoli da infilare nella tracklist. Questa categoria, comunque, esula dagli scopi di questa disamina.
La regola della musica Rock di oggi, nel senso più largo del termine, è una miscela, più o meno vincente a seconda dei casi, di tutte e tre le componenti. Cioè male che vada, un’artista di moderato successo vorrebbe produrre un disco impegnato e il più intimo e “suo” possibile, che sia capace di raccontare qualcosa, e che sia pure evocativo in senso largo, ovvero un disco in cui ciò che viene raccontato dovrebbe poter “scuotere” la coscienza di chi si impegna ad ascoltare l’opera. Da qui nasce l’esigenza di produrre dischi che parlino sempre di più di temi generalisticamente catastrofici, di fine del mondo alla Roland Emmerich, di deragliamento della società, raccontando tutto ciò però in modo garbato, fine, per mezzo di metafore più o meno azzeccate, e senza mai ricorrere ad accuse esplicite e ben definite. Sempre meno diffusi sono quei lavori che si concentrano sulle emozioni terrene e sulle vicende quotidiane delle persone, dei loro sentimenti più elementari, delle loro voglie e vizi più bassi. Oggi essere artisti impegnati con lo scopo di vendere milioni di dischi è quasi un’imposizione in questo ambito. Stare al riparo da eventuali critiche radical-chic delle quali sarebbe buona norma fregarsene, strizzando l’occhio verso lidi di protesta/inchiesta, senza però smettere di guardare alla dovuta misura, per far si che l’opera sia comunque “diffusa” in termini di vendite. Una doppia ipocrisia.
Nell’era moderna di iTunes però, c’è ancora chi è in grado di distinguersi da una massa di artisti che vorrebbero distinguersi a loro volta, ormai da non si sa più che cosa, riuscendo ad essere intimi e non ipocriti allo stesso momento, scrivendo una musica evocativa e “privata” senza dover andare a parare verso la narrazione di temi abusati e stra-abusati, “dicendo” le cose come stanno agli occhi di chi suona e urla al microfono, senza fronzoli di sorta, proponendo un po’ di sano e genuino rock “vecchio stampo” del quale, nel 2010, oggi si sente un disperato bisogno. Un rock “terra-terra” ma non becero, che porti alla ribalta lo stesso carisma e la stessa onda d’urto di un Appetite For Destruction, di un Nevermind, di un Cowboys From Hell a caso. Tutte opere guida, manifesti del rock dello scorso secolo ma non DI UN secolo fa. Perché oggi questa musica è quasi scomparsa dalla faccia della terra, se non con rare eccezioni?

Eppure, anche negli anni 2000 c’è chi, seppur a fatica, ancora si azzarda a produrre rock “con la pancia” e anche con un briciolo di testa. Una oramai esule vena del rock d’oltre oceano, guarda caso costituita da persone che vengono proprio da una tradizione vecchia almeno di 20 anni, ma della quale oggi se ne sente davvero la necessità: si parla, per esempio, di Josh Homme, e dei suoi Queens Of The Stone Age, e nello specifico della loro opera prima: Rated R.

Collocandosi perfettamente a cavallo come mood fra il duro e puro stoner rock dei Kyuss (band d’esordio del frontman), e la corrispettiva rivisitazione radio friendly del disco successivo a Rated R, Songs For The Deaf, questo lavoro trionfa principalmente per due aspetti: la sua semplicità, lineare e disarmante, e la sua efficacia. Il perfetto equilibrio fra carica emotiva da stunt man pronto al salto del baratro orrido del Grand Canyon, e pornografico americanismo sudista, con un marcato retrogusto fra l’acido e l’amaro, in grado di lasciare nell’ascoltatore un miscuglio di sensazioni tipico di chi si sveglia la mattina alle 10:00 e deve mestamente affrontare il violento post-sbornia del venerdì sera.

Questo disco è marcatamente americano. Un prodotto arido come l’asfalto del Texas nella strada verso il confine messicano, forte come il più vecchio e malandato surrogato di whiskey del Tennessee, accecante come le luci di Las Vegas nel cuore della notte più brava. Un disco che odora di olio lubrificante, di polvere da sparo, piccante come il tabasco e desolante come il deserto del Nevada. Talvolta volutamente pacchiano, conservatore e patriottista. Descrive la mentalità e lo scenario di una fetta di America di confine, borderline. Qui sta il potere evocativo di un disco del genere. Se i Mars Volta sono la metà messicana di quella parte d’America, i Queens Of The Stone Age sono l’altra metà, che vive e convive in una terra forse di nessuno.

Il disco è un autentico viaggio itinerante in quella realtà, che si apre con l’irruenza e la foga di un folle inseguimento automobilistico post-rapina anni ‘70: “Feel Good Hit Of The Summer” è un fuorigiri, è un burnout fatto di arrangiamenti e riff di complicazione livello scuola elementare ma teatralizzati in modo tale da risultare al cardiopalma. Il leader Homme sussurra tossiche liriche ripetute nelle strofe, in un crescendo di voci e percussioni che sfocia nel devastante chorus centrale. Un brano fuori controllo, dirompente, la miglior apertura che si dovrebbe a un disco del genere. Segue all’opener la perla del disco: The Lost Art Of Keeping A Secret ha quel refrain cantautoriale che si decantava ad inizio discussione, presentando una linea vocale decisamente azzeccata ed accattivante, sostenuta da un groove di percussioni in progressione, dove anche le chitarre, sempre graffianti e robotiche negli arrangiamenti, lubrificano il meccanismo del pezzo. Le due mid-tempo successive, Leg Of Lamb e specialmente Auto-Pilot, mettono in risalto una componente particolare della musica proposta nel disco: un’infuso mistico di country e stoner rock senza una denominazione particolare, uno scontro fra realtà così distanti in una miscela scossa da frequenti cambi di tempo, soluzione che troveremo a più riprese nei fururi singoli di maggior successo della band. Nella successiva Better Living Through Chemistry le doti compositive di Homme e del gruppo vengono fuori in tutta la loro magnificenza e originalità, in un brano letteralmente spaccato a metà: un’onirico e sognante inizio dal ritmo tribalistico e contenuto, caratterizzato da coretti di sottofondo e la sensuale voce di Homme, seguito da un brusco risveglio in cui disperati e disordinati passaggi di chitarra distorta turbano l’equilibrio mentale dell’ascoltatore, scuotendolo dal torpore iniziale. Una traccia decisamente oscura e dall’ambientazione misteriosa: una corsa nel deserto a fari spenti nella notte, con la sola luce della luna.
Nella successiva Monsters In The Parasol il ritmo e lo stile si riportano decisamente sui livelli di apertura disco, con l’imponente rilevanza del trittico percussivo batteria, basso e chitarra palettata, assieme alle dolenti note vocali di Homme, a tenere sempre alta la concentrazione di acidità nella musica, anche nei chorus. Segue ad un folle intermezzo, la per così dire rilfessiva In The Fade, dove un caldo raggio di emozione si fa spazio a fatica fra l’aria viziata e intrisa di fumo e vapori d’alcool, quasi fosse un breve ma intenso momento di lucidità. Alla voce questa volta Mark Lanegan, che non è certo l’unico ospite di questo disco, voce ruvida e graffiante che apparirà anche in altri lavori successivi della band. Musicalmente un capolavoro, raccoglie tratti di composizione più studiata e ragionata, senza mai perdere di vista il contesto del disco.

La successiva Tension Head riporta il tiro del disco su livelli da ritiro della patente di guida: questa volta alla voce Nick Oliveri, il bassista “storico” della band, che scatena una furia ceca di urla dietro al microfono, introdotto da un imponente riff di chitarra di stampo quasi Panteriano. Il disco è chiuso con onore delle armi dall'originalissima "I Think I Lost My Headache", che raccoglie in una sostanza semi-coagulata tutti i principali elementi potenzialmente espressi nei migliori passaggi del disco, condita dalla malsana voce di Homme che chiude così, con l'ultimo tocco di classe, un disco che getterà le basi per tutta la futura opera dei Queens Of The Stone Age.

Un disco rivoluzionario nel suo genere, in grado di unire fronti musicali solo sulla carta contrapposti, in una fase, gli albori del 2000, di rapida ed inesorabile decadenza del grunge come genere-religione, uno degli ultimi sussulti di stato brado compositivo del rock moderno. La consacrazione di un genio semi-riconosciuto.

Voto: 9

Commenti

Torna in cima alla pagina

Cerca nel sito...