Pink Floyd - The Wall

Scritto da Gazza, il 18 Novembre 2010

Un consiglio. Se avete intenzione di ascoltare e comprendere a fondo il significato della più grande rock opera mai concepita, in ogni sua sfumatura, armatevi di tempo, pazienza e tanta, tanta passione. Perché The Wall, undicesimo album di una delle band più leggendarie e influenti della storia della musica, non è solo una raccolta di canzoni, non è solo la solita storiella di protesta di un’ora e mezza. Analizzando le cause che hanno portato l’ormai egemone Roger Waters a scrivere quest’opera e i significati che intendeva darle si scopre che dietro al Muro c’è di più. Molto di più.

1977. Dopo lo stratosferico successo di The Dark Side Of The Moon e Wish You Were Here, Waters decide di prendere le redini della band e la porta a comporre Animals, primo lavoro con forti tinte di protesta che tanto caratterizzeranno The Wall e il successivo The Final Cut, da considerarsi prima album solista di Waters. E’ iniziato da qualche anno un periodo difficile per il bassista, la vita della rockstar non fa decisamente per lui, tanto che durante un live arriverà a sputare in faccia ad un fan un po’ troppo accanito per i suoi gusti. Tutto questo va ad aggiungersi ai traumi infantili. La perdita del padre nella famosa battaglia di Anzio, un madre iperprotettiva, una lunga serie di mattoni che vanno a incastonarsi in un Muro in cui Waters si isola sono le cause scatenanti di questa crisi. Il successo è la goccia che fa traboccare il vaso.
L’episodio dello sputo diventò la base per un nuovo concept, basato sul distacco tra gli artisti e le masse di giovani fan accaniti. Così mentre David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason sono impegnati su lavori solisti, il bassista scrive un demo di circa novanta minuti, che intitola Bricks In The Wall. I quattro dopo un lavoro di due anni arrivano ad un’opera musicalmente eccellente, completa, con un concept profondo e sentito. La scrittura della storia viene affidata a Waters e al co-produttore Bob Ezrin; i due partono dal lavoro autobiografico del bassista, e ampliandolo e modificandolo arrivano alla fantomatica figura centrale dell’album: Pink.

Pink è un ragazzino disturbato, orfano di padre (morto nella Seconda Guerra Mondiale), vittima di una scuola disumanizzante e di una madre iperprotettiva, che crescendo diventa una rockstar. I suoi problemi aumentano e come tanti mattoni vanno a formare un muro entro cui egli si isola, lontano da tutto e da tutti. Attraverso flashback e prolessi ci vengono indicate tutte le cause scatenanti di questi disturbi e dopo il divorzio dalla moglie (evidenziato nella straziante Don’t Leave Me Now) Pink capisce che nonostante tutti i suoi sforzi non riuscirà a valicare il muro, costruito da se stesso. Salvato da un overdose dai suoi produttori per il solo scopo di metterlo nuovamente sul palco, dove è esaltato e desiderato da intere masse di giovani, che perdono la propria identità e vengono sfruttati dagli artisti, il cui seguito acritico potrebbe addirittura far rivivere gli incubi del nazismo.

La solitudine e la crisi del protagonista si fanno però sempre sentire maggiormente e Pink capisce che l’unico modo per liberarsi da questo peso immane è riavvolgere la propria esistenza ed analizzarla. Avviene così un processo (The Trail), in cui Pink rivede tutte le sue colpe e capisce che la soluzione è solo una: buttare giù il muro e mettersi nudo davanti ai proprio simili. L’ultima traccia, la ballata Outside The Wall, è una sorta di morale della storia, in cui Waters spiega che quando qualche pazzo decide di rinchiudersi dentro un muro ci sarà sempre qualcuno ad aspettarlo fuori, finchè non barcollerà.
L’album si conclude con la stessa melodia con cui si apre e durante il finale si possono udire le parole "Isn't this where...", che si collegano alle prime tre parole dell’album ”…We came in?”, rendendo di fatto l’opera, una storia circolare.

I temi che percorrono l’album sono quindi fortemente attuali e universali. Non siamo davanti ad una semplice storiella, è una vera e propria confessione, una denuncia che si dirama in diverse direzioni, non risparmiando nessuno. Il sistema politico e militare (che verrò ampliamente criticato in The Final Cut), il sistema scolastico, che hanno portato il piccolo Pink sull’orlo del baratro. E le rockstar e gli artisti famosi, che fanno leva sulla popolarità. Waters immagina che la massificazione giovanile, la perdita di identità delle masse di adolescenti vengano favorite e sfruttate dai leader, a loro vantaggio.

Musicalmente ci troviamo davanti a qualcosa di mai compiuto dai Floyd. Gli elementi musicali vengono estrapolati da diversi generi e contesti e vengono perfettamente amalgamati, dando origine ad un sound, mai sentito, ma che cattura subito l’attenzione di milioni di persone, estasiate dalla perfezione con cui vengono accostati tutti gli elementi.
Bisogna anche dire che moltissimi fan di vecchia data, irrimediabilmente attaccati ad un rock più psichedelico, considerano The Wall il fallimento dei Pink Floyd, il loro punto di non ritorno.

L’album è caratterizzato in buona parte dalla batteria rullante di Mason, protagonista indiscussa di diversi brani, come In The Flesh. Onnipresente è il tappeto di synth e tastiere offertoci dal compianto Richard Wright, su cui si innesta la sublime “Black Strat” dello “zio Dave”, capace come nessuno di trasmettere emozioni pizzicando quelle sei corde (citerei in questo caso il secondo assolo di Comfortably Numb, considerato da molti come il migliore mai scritto).
Le due voci, calda e rassicurante quella di Gilmour, rabbiosa, triste e disperata quella di Waters, si inseriscono perfettamente nell’atmosfera creata dagli strumenti ed amplificano le sensazioni che ogni canzone vuole comunicare. Si passa dunque da violenti sbotti di rabbia (Another Brick In The Wall Part II, One Of My Turns, In The Flesh)a pezzi strazianti (Goodbye Blue Sky, Nobody Home), a ballate semplici, ma immediate e perfette (Comfortably Numb, Mother).

Tre anni dopo l’anno di uscita dell’album, i quattro decideranno di attuare una trasposizione cinematografica diretta da Alan Parker e affideranno il ruolo di Pink a Bob Geldof, leader degli allora semisconosciuti Boomtown Rats. Il film traccia i temi dell’album evidenziando i terribili e angosciosi momenti di solitudine di Pink che arriva a ferirsi, a distruggere completamente il suo appartamento, a piangere amaramente rintanato in un angolo, prima di abbattere il muro.

Non c’è molto da aggiungere. The Wall influenzerà moltissimi artisti e sarà idolatrato e innalzato da migliaia di fan. Lo sfogo e la denuncia di Waters non verranno però accolti. I rapporti all’interno della band si incrineranno sempre di più, fino a quando il bassista, dopo aver cacciato Wright e aver ridotto a semplici musicisti Gilmour e Mason, verrà a sua volta eliminato, segnando per sempre i suoi rapporti con il chitarrista.
E’ strano pensare come la più grande cosa mai fatta da una persona abbia segnato la fine del suo percorso all’interno della band più discussa, ricercata e invidiata che la storia della musica abbia mai avuto.

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