Alter Bridge - AB III

Scritto da Mattia Schiavone, il 15 Ottobre 2010

IMMAGINEIn un panorama in cui buona parte degli artisti sono tanto devoti al Dio-Denaro, fortunatamente c’è ancora qualcuno che scrive musica che sia vera musica e che allo stesso tempo non sia dedicata ad una nicchia di pochi eletti. I misconosciuti Alter Bridge nascono nel 2004, dalle ceneri dei Creed. Mark Tremonti, Scott Philips e Brian Marshall, orfani del cantante Scott Stapp, decidono di dedicarsi a qualcosa meno assoggettato alle logiche di mercato e che faccia esprimere al meglio le loro passioni musicali. I tre scovano un tenore versatile e carismatico, Myles Kennedy (ex Mayfield Four), cantante con un’estensione vocale di quattro ottave. Dopo l’eccellente esordio del 2004, One Day Remains, tre anni dopo i quattro ragazzi sfornano Blackbird, uno dei migliori album del decennio, che li porta ad un discreto e meritato successo.

Ora, mentre scivoliamo verso la fine del 2010, sei anni dopo quell’ottimo esordio, il compito dei Bridge non è semplice come sembra. Confermare tutto ciò che di positivo c’è stato, senza però cadere nel ripetitivo, nella noia non è affatto un compito semplice, soprattutto dopo un album come Blackbird. Incredibilmente i quattro, ancora una volta, tirano fuori ottimo lavoro, senza dubbio superiore all’album di esordio sotto tutti i punti di vista. Il confronto con Blackbird è forse più complicato da intraprendere.
Innanzitutto, rispetto all’album precedente, vediamo un’influenza sempre maggiore di Kennedy, il quale, praticamente assente nel 2004, sta ormai prendendo le redini della band, portando il sound verso lidi sempre più oscuri e tristi. Ciò non esclude il solito, egregio lavoro di Tremonti, che, sebbene abbia ridotto gli assoli, si presenta in versione schiacciasassi per praticamente tutta la durata dell’album con riff tra i più violenti mai scritti. Ovvio che non mancano le parti melodiche che sempre hanno caratterizzato i lavori dei Bridge, ma purtroppo (o qualcun altro direbbe per fortuna) sono presenti in minor misura, senza ballate a-là Watch Over You. Insomma, il sound di fondo è quello caratteristo della band, ma buona parte degli elementi musicali vengono riveduti, le sensazioni oscure amplificate, Kennedy alla voce sale sempre più in alto, gettando forse un’immeritata ombra sull’egregio lavoro alla rullante batteria di Philips e al basso di Marshall, onnipresenti anche loro.

Venendo alle canzoni, l’album è un dialogo tra un’uomo in mezzo alla tempesta, senza più speranza, distrutto, che si trascina avanti e che deve sopportare diverse perdite e una persona che prova a rassicurarlo, tendendogli una mano (sensazioni di Blackbird amplificate, avevamo detto) .
L’introduzione è affidata ad un Kennedy come non l’avevamo mai sentito, che per il primo minuto di Slip To The Void sussurra frasi angosciose e ammonitorie (“You should never come this way, to test the hands of Fate, you don’t belong here”). Tremonti si fa strada con uno dei sui classici riff quasi funerari e il cantante riattacca, quasi urlando, dando a tutto il pezzo un ritmo sostenuto. Isolation, primo singolo estratto, è la canzone più veloce nell’album, potente e struggente, in pieno stile Alter Bridge. Con Ghost Of Days Gone By, ci trasferiamo verso lidi più calmi, arrivano i primi segni di rassegnazione (“Yesterday is gone. Do you ever cry for the ghost of days gone by?”). La canzone esplode però nel bridge, con urla e un riff estrapolato da un altro contesto. Con All Hope is Gone torna l’atmosfera angosciosa. E’ un brano lento, sostenuto da riff triste e oscuro, in cui Kennedy, accompagnato dalla voce del chitarrista urla di non farcela più. Arriviamo dunque a Still Remains, ovvero gli Alter Bridge nella loro componente più metal. Il “Tremontone” se ne esce con un riff che deflagrerà gli impianti stereo di tutti gli assidui ascoltatori della band e che sostiene tutto un brano tiratissimo. In tour farà impazzire. Passando per Make It Right, brano senza troppe pretese, si arriva a Wonderful Life. Dopo In Loving Memory e il loro capolavoro Blackbird, i quattro decidono anche questa volta di scrivere una canzone in memoria di qualcuno. Wonderful Life, sembra proprio un incrocio tra la dolcezza di In Loving Memory e la mastodontica title-track del secondo album. Arpeggio dolce e testo triste e toccante, che oltre a disperare per la perdita di qualcuno, ricorda i bei momenti avuti insieme. Insomma, una ballata sostenuta come solo i Bridge sanno fare.

La traccia successiva, I Know It Hurts, è una delle prime chiamate ad alzarsi, potente e rassicuratrice. Si ritorna subito in atmosfere dark e negative con Show Me A Sign, un tipico brano del quartetto che esplode nel ritornello. Fallout è un brano diverso, sempre oscuro, ma più sostenuto, che ricorda poco di quanto fatto fino ad ora dalla band. Passando per Breath Again, forse la canzone più anonima dell’album, si arriva alla più oscura e negativa, oltre che una delle più potenti, Coeur D’Alene. Riff potente e funerario, in pieno stile Tremonti, che sostiene le strofe e si apre nel ritornello. Un tipico assolo conclude il brano. L’ultimo urlo di salvezza, la mano protesa per aiutare è Life Must Go On, una ballata dolce e speranzosa. Una voce che urla “Ti sei perso, ma è tutto a posto. Le tragedie succedono, ma la vita continua.” Il gran finale viene affidato a Words Darker Than Their Wings, il prototipo di canzone dei Bridge. Intro affidata ad un arpeggio opprimente, è un dialogo tra Kennedy e Tremonti sulla fiducia. Il finale ricorda un po’ troppo quello di Blackbird (che è comunque 2 spanne sopra), ma non è questo a danneggiare la chitarra che sembra condurre un corteo funebre, su cui si appoggiano le urla disperate di Kennedy, che ci conducono verso la fine dell’ascolto.

Gli Alter Bridge fanno un altro grosso passo avanti verso la notorietà con un album a tratti potente e a tratti dolce, toccante, con atmosfere sempre più oscure. I fan possono stare tranquilli, non ci saranno brutte sorprese dal loro sound, almeno per un po’ di tempo. Unica piccola pecca è forse la durata un po’ troppo elevata, che ad un orecchio poco abituato potrebbe far giudicare l’album leggermente pesante e monotono. Ma si sa, i capolavori come Blackbird riescono solo una volta.

Voto: 8

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