Black Violin - Black Violin

Scritto da Davide Dama, il 08 Ottobre 2010

ImmaginePer la maggioranza dei gruppi e degli artisti che attorno al mondo della musica gravitano, hip hop, rock, metal, ambient sono solo generi musicali, la cui bontà non di rado viene messa in discussione. Eppure esiste ancora qualcuno, di certo appartenente ad una minoranza, per cui tutti questi sono solo ingredienti. La meravigliosa realtà musicale su cui ci vogliamo soffermare oggi appartiene appunto a quest'ultimo scenario, e dietro lo stage name Black Violin si celano nientemeno che due laureati al conservatorio, in viola e violino, con una passione per la musica che parte da Shostakovich e finisce con Nas.

Potete immaginare quanto sia difficile per un duo qualunque sfondare nel mondo della musica prodotta, per non parlare del mainstream. Non potete, però, immaginare quanto lo sia per un duo di musicisti di vero talento che si mettono in testa di fare musica fusion, leggasi di unire in modo uniforme influenze classiche (ma classiche nel vero senso del termine, Bach per intenderci), drum and bass, hip hop. La maggioranza degli artisti che ci prova finisce per abbandonare a testa bassa il proprio esperimento, ma per i Black Violin le cose non vanno così, e dopo tanto sforzo (ed un pizzico di fortuna nell'aver incontrato Mike Shinoda ed aver fatto un tour coi Fort Minor) il 2008 si rivela l'anno del riscatto, con la pubblicazione dell'omonimo, stupefacente lavoro Black Violin.

16 tracce complicatissime da recensire, non fosse altro per il fatto che le sonorità del disco spaziano nel vero senso della parola dal componimento classico al rap impegnato, e lo fanno, cosa per niente scontata, con una classe ed un'eleganza di assoluto rispetto. E proprio per non perdere tempo, il viaggio inizia con Brandeburg, i cui primi 30 secondi fanno sospettare di aver comprato un CD di Mozart, solo per lasciare spazio a sampling e scratch che manco Hahn dei tempi di Hybrid theory. Il tutto, manco a dirlo, farcito dai virtuosismi agli archi dei due, che davvero non sfigurano davanti a tanta elettronica. Col passare dei minuti, comunque, non è difficile riconoscere i mood che seguono l'evoluzione del disco: ci sono tracce pesanti, quasi drum and base, come Jammin', Sleepin' e I'm a ryder, pezzi di evidente stampo jazz come Get down, No words, e la meravigliosa closing track Gypsy, come anche le ballate Don't wanna lose you, All for u, Chance, Inspiration e Missing u. Ora, il rischio di un disco del genere è ben evidente a chi ne capisce, ed è quello di risultare solo un grande esercizio di stile, mancando di quelle tracce trascinanti di cui tutti i dischi necessitano. Eppure i Black Violin sembrano aver pensato anche a questo, e farciscono in punti strategici l'omonimo disco di tracce sinfoniche, che riempiono le orecchie di musica grandiosa, e che davvero meriterebbero di essere suonate live da quell'orchestra cui sono ispirate, come fece Serj Tankian con Elect the dead. Ed allora ecco comparire la grandiosa Dirty orchestra nella prima parte del disco, la jazz rap My story (con tanti ringraziamenti ad Outkast e The Roots), e quasi in chiusura due veri e propri diamanti che valgono il prezzo del CD, leggasi i paradigmi fusion Fanfare e Good music, sicuramente tra gli esperimenti meglio riusciti nel panorama del genere.

Dicono i discografici che se il tuo disco riesce a farsi riascoltare per intero più di una volta, ed a distanza di tempo, c'è qualcosa di estremamente buono nel lavoro che fai. E nonostante la particolarità della musica dei Black Violin (ascoltare per credere, non c'è recensione che tenga), i due riescono proprio in questo intento; un disco che si lascia riascoltare molto volentieri, che riempie i momenti vuoti e soprattutto la mente di gran bella musica. Un vero peccato che i due ancora non abbiano intenzione di registrare un secondo album in studio, ma poveri, sono in tour praticamente da due anni ininterrotti.

Voto 9

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