Massive Attack - Heligoland

Scritto da Giorgio Chiara, il 10 Settembre 2010

Immagine

Helgoland; o Heligoland, in inglese. Una piccola isola tedesca grande neanche due chilometri quadrati in mezzo al Mare del Nord. Isolata dal resto del mondo. Un tempo luogo di culto per diversi popoli. Successivamente un’ importantissima isola contesa tra varie superpotenze. Completamente distrutta dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale. Ora poco più che un’ attrazione per turisti. Detta così, in poche semplici frasi, sembrerebbe un’isola come tante altre; ma a differenza di molte altre macchie di terra anonime in mezzo al mare, Helgoland ha sempre avuto un certo fascino; forse per via delle sue scogliere rosso fiammante o magari per il suo essere così piccolo e lontano dalla terraferma. Qualunque sia la ragione della sua forza attrattiva, il motivo per cui gli antichi Germani la chiamarono “Terra sacra” c’è e si percepisce.
Non è difficile nemmeno capire perché i Massive Attack abbiano chiamato così il loro ultimo disco. Helgoland rispecchia un po’ la loro musica: se viene descritta a parole o ascoltandolo superficialmente può sembrare semplice, addirittura noiosa. Nulla di più falso, ma per capirlo questa musica va ascoltata con la mente sgombra da pregiudizi di sorta e libera di lasciarsi catturare dai suoi percorsi che portano l’ascoltatore verso lidi magici, spirituali e mistici.

La prima cosa che però colpisce all’ ascoltatore di vecchia data è la maggior componente elettronica rispetto ai precedenti lavori del gruppo di Bristol. Ebbene si, la grande innovazione dei Massive Attack fu quella di usare in massa (e mi si scusi il gioco di parole) strumenti acustici nella musica elettronica; in Heligoland, però, entrano con maggior preponderanza canzoni del tutto, o almeno in larghissima parte, elettroniche; per buona pace di chitarre, xilofoni e pianoforti. Ne sia esempio la terza traccia Splitting The Atom. La profonda voce, alternata ad una più acuta, è l’unico elemento “naturale” della canzone; il resto è caratterizzato da drum machine, sinistri sottofondi computeristici e tastiere anni ’70 in stile Mulatu Astatke, musicista che spesso viene citato in questo disco. Ma non è l’unico episodio così caratterizzato. La psichedelica Psyche e la successiva Flat Of The Blade sono quanto di più minimale il duo inglese abbia mai composto. Fra loop elettronici di grande effetto e suoni indefiniti si crea un’atmosfera quasi angosciante.
Ecco… l’atmosfera. L’atmosfera è sempre stato l’elemento più importante e marcato nei Massive Attack, il loro grande cavallo di battaglia. Fa piacere che il lieve cambiamento del sound non ha intaccato per niente le atmosfere create fin’ora. Il mood cool e very English dei precedenti lavori e la fortissima venatura ambient rimane anche in Heligoland. Sembra di stare in un locale chic di Parigi, fumoso e buio dove la gente si scambia segreti e confessioni.

I pezzi più convincenti però sono ancora una volta i brani “acustici”. Rush Minute, per esempio, nelle sue ripetute note di basso, il pianoforte a tratti addirittura veloce e le percussioni che intessono percorsi di sicuro appiglio insieme alla batteria. E dire che il brano comincia nel peggiore dei modi: un tappeto di grancassa e charleston quasi insopportabile, ma non appena fanno la loro comparsa il pianoforte, la chitarra e la batteria cambia i propri groove, si trasforma in un pezzo di cui è impossibile non innamorarsi. Anche la opener Pray For Rain non può lasciare indifferenti. Tamburi quasi tribali si uniscono ad un suonatore di bicchieri, ad una voce caldissima e ad una notevolissima serie di arpeggi e accordi di pianoforte. Quindi c’è sì un lieve distacco (momentaneo?) dai precedenti lavori sotto il punto di vista esecutivo; ma gli episodi migliori rimangono quelli più all’antica, suonati prevalentemente con strumenti veri. Pur essendo di ottima fattura e dal grande trasporto, i brani di natura più elettronica sono un pelino sotto alle controparti acustico-elettroniche.
Momento di culmine dell’album è Paradise Circus, uno dei brani più veloci della scaletta, ovviamente per quanto possa esserlo un lavoro di matrice downtempo come questo. Un vasto arazzo di componenti tra i più disparati. Tutto combacia perfettamente con il resto e riesce a trasportare, ad aprire un libro, trascinare verso un altro mondo trascendente e occulto. Che siano elementi quasi sinfonici, un’angelica voce femminile, un tetro pianoforte che ricorda Ryuichi Sakamoto, una base elettronica, cori a malapena accennati, uno xilofono che ritma con cura e quant’altro si possa trovare in questo brano in cui ad ogni ascolto si nota qualcosa di nuovo; tutto, assolutamente tutto, si unisce in cinque minuti di assoluta estasi musicale.

In conclusione, Heligoland conferma la figura di spicco che i Massive Attack ricoprono nel panorama della musica elettronica. La solita, fortissima componente ambient regala al disco un mood sognante e atmosfere che in pochi sono capaci di creare. Il leggero spostamento verso sonorità più prettamente elettroniche potrebbe far storcere un po’ il naso ai fan più puristi del gruppo di Bristol, ma la portata generale del lavoro non può che accendere una fiamma in chi ascolta. Un album, come al solito, ben studiato e ricercato fin nei minimi particolari, ogni suono è curato in ogni dettaglio per regalare quasi un’ ora di riflessioni e viaggi all’interno e all’esterno di noi stessi.

Tutto l’album è pervaso da un’aura esoterica e magica; quasi mistica. Proprio come l’isola da cui prende il nome. Ma c’è anche la sua controparte più oscura: una certa sensazione di claustrofobia permea tutti i brani, come se si fosse intrappolati (appunto) su una piccola isola; senza dimenticare un mood nostalgico, quasi a ricordare i tempi dorati che furono. Chiudete gli occhi e fatevi trasportare. Benvenuti nella “Terra Sacra”. Benvenuti a Helgoland.

Commenti

Torna in cima alla pagina

Cerca nel sito...