System of a Down - System of a Down

Scritto da Davide Dama, il 15 Agosto 2010

ImmagineAnche chi non mastica molto di storia della musica sa che la seconda metà degli anni '90 è stata caratterizzata dalla prepotente ascesa di quel nu metal che, rappresentato da gruppi come Korn, Limp Bizkit, Deftones, Linkin Park, ha avuto per molto tempo la pretesa di unificare diverse famiglie di rap, metal ed alternative. Pretesa che, pergiunta, è riuscito a sostenere con un successo di pubblico clamoroso, artefice però della sua stessa commercializzazione: i gruppi meno seri, di fatto, finiscono per copiare se stessi all'infinito. Stando alle parole del frontman indiscusso Serj Tankian, i System of a Down sono stati (e tutti speriamo torneranno ad essere) un gruppo che avrebbe fatto volentieri a meno di esordire in un periodo musicale tanto confuso, e che ha avuto l'unica sfortuna di essere etichettato a seconda della moda del momento, nonostante nella produzione del gruppo alternative metal per eccellenza di nu ci sia davvero, ma davvero poco.

Nemmeno American recordings, temeraria etichetta del loro album d'esordio, si sarebbe mai aspettata un tasso di novità così elevato. I quattro ragazzi di origine armena, nelle liriche e nell'atteggiamento fuori dal palco sempre molto legati alla propria terra ed alla giustizia sociale, si differenziano da tutto il resto della scena sin da subito, dalle prime tracce di quell'album loro omonimo che sarebbe diventato senza troppe difficoltà uno dei crocevia del percorso musicale di chi davvero ne vuole capire qualcosa.

Tutto comincia nel più aspettato dei modi, con gli arpeggi ed i riff di Suite-pee: basta un minuto, però, perchè l'ottima interpretazione di Tankian dia un'inchiodata alla canzone su un ritmo più lento, per poi accelerare di nuovo a tavoletta, verso un epilogo visionario e fuori controllo. E senza nemmeno capire cosa stia succedendo, l'ascoltatore si chiede cosa abbia davvero nel lettore CD: System of a Down è un viaggio, un'esperienza in continuo evolversi, in cui ogni traccia, saggiamente caratterizzata dai tecnicismi di Shavo, Daron e John, è solo un tassello di quel complesso stile che i quattro inaugurano con questo lavoro, fatto di melodie tradizionali ed hardcore, rifinito dalla spaventosa duttilità della voce di Serj, che spazia senza problemi dalle urla al pianto. E l'impressione di non aver mai sentito nulla del genere non fa che consolidarsi col tempo: ecco fare la loro comparsa Know, Sugar, tra le più dure polemiche che il sanguinoso governo a stelle e strisce abbia mai ricevuto dal campo musicale, la ritmatissima Suggestion e Spider, che per un attimo leva il piede dall'acceleratore per fare spazio alla malinconia ed alle rare incursioni di Serj. Pochi minuti per riprendere il fiato prima della schizzata DDevil, che torna al sound preferito dai quattro, quello velocissimo e pieno di energia che avrebbe fatto la loro fortuna.

La settima traccia, Soil, oltre a riproporre la potenza musicale che fa da sfondo all'album, si segnala per il grandissimo merito di essere l'antipasto di quel capolavoro che è la canzone seguente, War, vero e proprio paradigma dell'innovativo stile dei quattro: ritmo alle stelle, urla, brusche frenate, sussurri, denuncia martellante. Insomma, nonostante le poche tracce l'album già a questo punto avrebbe la possibilità di chiudere in trionfo, firmando un successo clamoroso. Ed invece succede di nuovo.
Il secondo stop and go del flusso del disco è la nona traccia, la lenta ed a tratti trascinata Mind, che inaugura quel circo di stranezze in cui l'album si trasforma da qui alla fine. E proprio di circo si tratta, perchè l'intro ovattata, i riff di basso e chitarra ed il saggio uso dei fiati di Peephole convincono l'ascoltatore di essere seduto sugli spalti di un circo dell'Europa dell'est, immerso in un dolce incubo fin troppo ben caratterizzato dalla voce di quel Tankian che sembra non smettere mai di stupire: CUBErt e Darts riprendono in mano il sound violento ed accogliente della prima parte dell'album, ma amplificando al massimo quella serie di note e stranezze che fanno parte della voce di Serj: una parola urlata, una farsettata, una ruggita, una sussurrata. Un trionfo musicale che quasi sembra mettere da parte gli enormi meriti degli strumentisti, che invece hanno dalla loro il saper dipingere un mondo che l'ascoltatore si dispiace sul serio si debba concludere con PLUCK, che comincia con note nu ed un'atmosfera da Deftones, ma si riprende ben presto per salutare il fortunato di turno nel migliore dei modi, quello dei System of a Down, fatto di ruggiti alla rivoluzione, alla giustizia ed all'amore.

Sembra impossibile dire cosa non vada dell'album d'esordio dei ragazzi armeni. Un vero e proprio spettacolo di novità, di tecnica e fantasia: un vero inno alla controcultura (non quella di Fabri Fibra). Una vera e propria miniera d'oro che American recordings si lascia sbocciare tra le mani senza alcuna fatica, in attesa dell'altrettanto trionfale secondo disco, che sarebbe arrivato tre anni dopo. Ma questa è un'altra storia, ahivoi con lo stesso finale.

Voto 9

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