Amends: la nostra recensione

Scritto da Mattia Schiavone, il 28 Giugno 2020

 Amends

Il cerchio si chiude. Dopo tre anni dall’annuncio di una reunion dei Grey Daze (fatto dallo stesso Chester) e dalla tragica scomparsa del cantante, viene finalmente pubblicato “Amends”, nuovo album della band di Bennington precedente ai Linkin Park. Il batterista Sean Dowdell ha saggiamente atteso diverso tempo prima di mettere mano al materiale, lasciando che il dolore si trasformasse lentamente in una ferma volontà nel realizzare il giusto tributo all’amico, compagno di band e socio in affari. Insieme al vecchio bassista Mace Beyers e al nuovo chitarrista Cristin Davis (anche lui amico di Chester ai tempi del liceo), Dowdell ha messo a punto un progetto di primo livello, coadiuvato da diversi musicisti che negli anni hanno conosciuto e lavorato con il cantante in diverse occasioni, andando a riarrangiare e riregistrare alcuni dei migliori brani dei due album in studio dei Grey Daze, “Wake Me” e “No Sun Today”.

“Amends” nasce quindi dalla lavorazione strumentale di vecchi pezzi, uniti a tracce vocali registrate da Chester negli anni ’90. Il risultato finale può dirsi riuscito sotto ogni punto di vista: se infatti tra i maggiori punti deboli delle versioni originali poteva contarsi una produzione e dei suoni di livello non ottimale, le canzoni vengono in questo modo permeate di una nuova identità e, pur mantenendo suoni sporchi e puramente anni ’90, il lavoro di restaurazione è considerevole, così come riesce ogni volta a sorprendere la capacità vocale di Bennington. In un comparto strumentale più che riuscito, la voce di Chester si erge con prepotenza, ricordando ancora a tutti (come se ce ne fosse bisogno) di appartenere di diritto alla cerchia dei migliori cantanti della storia del rock recente. Una voce ancora acerba (Bennington all’epoca aveva meno di 20 anni), ma già potente, graffiante, sofferente e catartica. Una voce che riesce a rappresentare bene i traumi che, già a quell’età, avevano inabissato la vita di un ragazzo innocente dall’anima fragile, capace di espiare il proprio dolore solo attraverso un microfono e le sue miracolate corde vocali. 

Grey Daze

I brani si muovono tra grunge, alternative rock e venature pop, riuscendo in questo modo a mantenere sempre alta l’attenzione e il coinvolgimento emotivo, anche grazie ai testi personali, con i quali riusciamo a tornare alle esperienze dell’adolescenza del cantante, inquadrando quindi la sua crescita come artista e come uomo. Testi crudi e maturi (soprattutto considerata l’età dell’autore), si susseguono in pezzi incisivi ed emozionanti, resi migliori anche dalla presenza degli ospiti. Da questo punto di vista si fanno notare in primo piano “She Shines” e “B12”, a cui hanno partecipato i chitarristi dei Korn. Le chitarre abrasive e ribassate, insieme ad una performance vocale sofferta sono gli ingredienti della prima, mentre in “B12” Chester sfodera delle strofe quasi rap e un ritornello melodico, evidenziando fin da subito la propria incredibile versatilità. Tra gli ospiti illustri troviamo anche Jaime, figlio di Bennington, che ha partecipato ai cori dell’emozionante “Soul Song”, oltre a Page Hamilton (nella cruda “Sickness”) e alla cantante LP, presente nella conclusiva “Shouting Out”, forse il pezzo più debole del lotto. Le vette più alte vengono invece raggiunte con “The Syndrome”, che alterna strofe melodiche e dark ad uno stacco quasi metal,  “Just Like Heroin”, che culmina in uno scream da pelle d’oca e “Morei Sky”.

“If I had a second chance I'd make amends only to find myself losing in the end”

Questi versi, ripetuti nella bellissima “Morei Sky”, oltre a dare il titolo all’album, rimangono impressi per la loro potenza comunicativa e, ancora dopo tre anni, lasciano quasi scossi nell’affrontare la realtà. Forse Chester Bennington non ha avuto la fortuna di una seconda possibilità. Questa possibilità, tuttavia, è stato capace di donarla a milioni di persone.

 

Commenti

Torna in cima alla pagina

Cerca nel sito...