Q&A di Mike sul Monster Outbreak Tour

Scritto da Selene Rossi, il 07 Ottobre 2018

Venerdì Mike era in diretta assieme a Luke “The Dingo” Trembath sulla pagina Facebook di Monster Energy per promuovere l’imminente Monster Outbreak Tour. Per l’occasione, ha risposto a diverse domande poste dai fan. Trovate qui le parti più interessanti della diretta.

mike shinoda tour

Mike e The Dingo si conoscono da diverso tempo e quest’ultimo spiega che Mike lo ha personalmente chiamato perché voleva prendere parte al tour. The Dingo spiega di essersi trasferito in America nei primi anni duemila e che il video di In The End, in particolare, lo ha davvero colpito in un momento delicato della sua vita. Da fan dei Linkin Park, quando ha incontrato la band per la prima volta nel 2008 è rimasto stupito da quanto fossero “normali”. “Penso dipenda anche dal contesto. Noi abbiamo sempre fatto musica e suonato, amiamo farlo. Sono cresciuto dipingendo e disegnando, e ho sempre creduto che quello sarebbe stato il mio lavoro. La musica era un hobby, qualcosa che facevo per divertirmi. L’essere riuscito a rendere una cosa che facevo per divertimento il mio vero lavoro lo ha reso non meno serio, ma decisamente più divertente.”

“Quindi volevi essere un artista? Quand’è che hai iniziato a scrivere musica?”

“Ho sempre creduto che l’arte sarebbe stato il mio lavoro. Ho studiato all’Art Center College of Design che ha un programma molto difficile, c’è chi la chiama la “Harvard dell’arte”. Credevo mi sarei dedicato all’illustrazione, probabilmente mi sarebbe piaciuto entrare nel campo dell’animazione o qualcosa di simile. La sera o quando avevo tempo facevo musica, provavamo con i ragazzi, a volte nel weekend facevamo degli show, ma sempre per divertirci. Alla fine la gente veniva a vederci, abbiamo firmato un contratto ecc. Ma l’arte è sempre qualcosa che amo seguire, qualcosa che amo fare. Per la band, io e Joe abbiamo sempre diretto tutto dal punto di vista artistico. Avevamo una visione ben definita e quindi sceglievamo un certo fotografo o illustratore, qualcuno che ci aiutasse a realizzare le cose che immaginavamo”.

“A proposito di Post Traumatic, quel che volevo chiederti è: quand’è che hai capito di essere pronto a tornare?”

“Quando Chester è venuto a mancare, è stato un brutto colpo per tutti noi, da ogni punto di vista. Penso che qualcosa di molto simbolico che può aiutare le persone a capire è che io ho sempre dipinto e fatto musica, per tutta la mia vita. Ho iniziato a disegnare a 3 anni. Sono cose che faccio praticamente sempre. Il fatto che ci sia stato un periodo della mia vita in cui ho avuto paura di farlo e non l’ho fatto, non è cosa da poco. Ci sono state alcune settimane in cui non riuscivo. Ho uno studio a casa mia, ma non ci mettevo piede. Mi sono reso conto, però, che non poteva andare avanti così. Mi sono detto perlomeno di entrare anche solo per qualche minuto. Alla fine l’ho fatto, ho iniziato a strimpellare qualcosa, giusto qualche minuto. Poi il giorno dopo un po’ di più e così via. Alla fine quello strimpellare sono diventate canzoni e quelle canzoni hanno dato vita a Post Traumatic. Ho scritto l’album in 9 mesi e ascoltandolo si riesce a percepire l’evoluzione che va da quel periodo decisamente buio che diventa, pian piano, più fiducioso e che guarda al futuro. Questa è una situazione che nessuno voleva, ma che ci ritroviamo a vivere. Alla fine dell’album ci sono speranza, energia, divertimento”.

A proposito dell’uscita del nuovo singolo Make It Up As I Go, Mike dice di essere molto emozionato e che il video è uno dei suoi preferiti. Aveva un’idea precisa del risultato che voleva nel video. L’artwork dell’album è fatto di immagini stracciate, come un collage fatto di diversi strati e voleva che il video fosse fatto allo stesso modo.

“Per quanto riguarda le collaborazioni – Blackbear, MGK, Grandson. Avresti potuto scegliere chiunque, perché proprio loro?”

“Innanzitutto volevo collaborare con persone con cui ho un rapporto e una certa connessione in quanto l’argomento trattato nell’album è molto personale e volevo persone che mi conoscessero e che riuscissero a comprenderlo. Con Blackbear avevamo già collaborato, ha lavorato con noi per Sorry For Now quindi nelle sessioni di scrittura ha conosciuto Chester. Con MGK siamo amici e ci capiamo, conosceva Chester e conosce me. Grandson è l’eccezione, in realtà. Avevo ascoltato una sua canzone e ho iniziato a seguirlo su Instagram perché mi piaceva. Mi ha scritto all’istante. Abbiamo iniziato a parlare e ho scoperto che vive a 15 minuti da casa mia, quindi gli ho chiesto di pranzare insieme e da lì, nel giro di qualche settimana, la cosa si è evoluta.”

Riguardo Boris e Ms. Oatmeal, Mike spiega: “In ogni intervista, ogni volta che parlavo con i fan, tutti si rapportavano con me pensando a Chester, alla tristezza e questo genere di cose. Chiunque ha affrontato un periodo difficile lo sa, prima o poi ci saranno giorni non del tutto bui. E vuoi avere giorni più belli e divertenti. Il giorno in cui pensavo a cosa volessi per il video di Ghosts stavo bene, era una bella giornata e ho pensato che fosse giusto divertirmi. Sono andato oltre, facendo una cosa così irrisoria che nessuno l’avrebbe mai potuta considerare triste”.

“Come è andata la prima parte del tour?”

“Sono stato in Asia e poi in Europa. È andato davvero, davvero bene. C’è stata una presa di coscienza da parte mia: andrò in tour e lo farò da solo. Ho fatto qualche show completamente solo, che è la cosa più difficile. Sei esposto, se fai un errore ci sei solo tu sul palco. L’ho fatto per un po’, per capire quale sarebbe stato il passo successivo, che è stato prendere con me Dan alla batteria e Matt che suona tastiera, chitarra e canta i cori.”

“Perché hai scelto di partecipare a questo tour [Monster Outbreak Tour] che in generale è per artisti emergenti? Forse è anche un modo per tornare alle origini?”

“Penso che quello che sta facendo Monster con questi show sia molto bello. Con i Linkin Park gli show erano sempre di un certo tipo, di una certa portata, in generale sempre location molto grandi in cui c’è distanza fisica con i fan. Assemblavamo un gran bel set e poi lo suonavamo, sempre uguale, ad ogni show. Una cosa che mi piace di questi show è che sono più intimi e la struttura dell’esibizione è più libera. Per questo tour ho scritto le setlist solo prima degli show ed erano molto diverse le une dalle altre. Spesso mi è capitato di parlare con i fan o di dare uno sguardo ai social prima delle esibizioni ma anche durante, in un certo senso chiacchiero con il pubblico, e queste cose possono cambiare radicalmente il tipo di esibizione e la setlist. Ad esempio ad uno show mi sono reso conto che c’erano molti fan hardcore dei Linkin Park e dopo aver fatto In The End al piano si capiva che volevano di più, così abbiamo fatto Heavy, Burn It Down, Numb. Quattro canzoni fatte a quel modo, che non è una cosa facevo di solito. La volta dopo c’era un pubblico che voleva le canzoni meno conosciute, b sides, rarità, cose che non sono mai state suonate live o che non suonavo da dieci anni. Ho chiesto ‘chi vuole ascoltare questa canzone o quest’altra’ e c’era un tifo pazzesco per ogni canzone che alla fine, invece di sceglierne una, le ho suonate tutte. Ne abbiamo suonate tre o quattro di fila e hanno praticamente buttato giù il locale, è stato fantastico.”

mike shinoda

“Quali sono le tue canzoni preferite di Post Traumatic?”

“Ne ho diverse: Make It Up As I Go, Running From My Shadow… diciamo che sono tutte tra le mie preferite per ragioni diverse, ma al momento queste in particolare”.

“Ci chiedono di Looking For An Answer”

“È una canzone che ho scritto e che ho suonato allo show in onore di Chester all’Hollywood Bowl. L’ho suonata solo lì. I fan mi chiedono sempre a riguardo, ma al momento non ho in programma di pubblicarla”.

“Da quanto tempo avete ricominciato le prove con Dan e Matt?”

“Sono appena arrivati, Dan dall’Israele e Matt da Londra, ricominceremo in questi giorni. Una delle ragioni per cui questo tour è diverso è che ci sono persone che hanno bisogno di provare una cosa mille volte. Io posso chiedere a Dan di imparare una nuova canzone e impiega forse 10-15min. Non abbiamo realmente bisogno di provare, ma siamo qui per concentrarci e suonare qualcosa.”

“Andrai in tour da altre parti dopo il Nord America?”

“Dipende dalla richiesta. Se volete che io venga dovete fare abbastanza rumore. Supportate le canzoni, i singoli, qualunque cosa. Più rumore fate, più possibilità c’è che io venga”.

“Qual è la canzone più difficile da suonare in tour?”

“Dal punto di vista emotivo? Non so, alcune hanno un significato importante, come In The End che è un po’ un momento tributo, di solito parlo anche con i fan. Ma lo show, per intero, non è un tributo, non è triste, è divertente. Ma penso sia quello il momento più difficile.”

“Scrivi canzoni per altri artisti?”

“L’ho fatto e lo farei. Penso che scriverò più spesso con altri artisti. Anche nei Linkin Park, tra me e Chester funzionava così: a volte gli mostravo il testo di una canzone e ci lavoravamo insieme, capitava anche che non gli piacesse, altre volte gli andava bene direttamente. In tutta la nostra carriera, forse è successo per un paio di canzoni che lui scrivesse completamente il testo, una di queste è The Messenger. Di solito collaboravamo, o io scrivevo e lui cantava. Durante il set, quando canto canzoni come Castle Of Glass, che nell’album cantiamo entrambi, ma nella versione demo cantavo solo io, emotivamente per me non è difficile perché ricordo come è nata: la cantavo per intero e poi lui ha cantato alcune parti. Nella mia mente, però, c’è il ricordo di una versione cantata solo da me quindi mi viene naturale cantarla così”.

“C’è una cosa che continuano a chiederci. Come stanno gli altri ragazzi?”

“Stanno bene. Ho pranzato con Brad l’altro giorno e mi sono anche visto con Dave. Mi chiedono sempre se farò cose con la band ma al momento non c’è niente in programma, se ci fosse lo diremmo. Ma i ragazzi stanno bene, è tutto ok”.

Nell’ultima parte della diretta, Mike mostra lo studio dove prova e presenta Dan e Matt.

Matt spiega di aver conosciuto Mike tramite il suo management e di aver già lavorato con altri artisti. Ha suonato diversi strumenti per altre persone, essere multistrumentista è un po’ la sua caratteristica, scherza sul fatto di saper suonare tutto ma niente davvero bene e dice di divertirsi molto a suonare diversi strumenti durante il tour. Mike afferma di ritrovarsi molto nella sua descrizione e di essere simili da questo punto di vista; cercava proprio qualcuno simile a se stesso.

Dan e Mike si sono conosciuti tramite un batterista amico di quest’ultimo a cui si era rivolto in cerca di consiglio. Mike cercava qualcuno che fosse non solo bravo tecnicamente, ma che avesse personalità. Gli è stato consigliato Dan ed è subito rimasto colpito dai suoi video pubblicati sui social media. Dan spiega di essere israeliano, e di essersi svegliato una mattina e di aver trovato un messaggio da parte di Mike su Instagram. Fa parte di un trio chiamato “Tatran” che fa musica strumentale, che Mike dice di apprezzare molto.

La prima volta che hanno provato assieme, considerando le distanze, lo hanno fatto tramite videochiamata. Si scambiavano tra di loro video in cui suonavano. Si sono incontrati per la prima volta il giorno precedente allo show. Mike ammette, sorridendo, “il che è una pazzia e una cosa un po’ stupida da fare. Decisamente rischioso”. I tre vanno d’accordo e Dan e Matt accompagneranno Mike per l’intero tour Nordamericano.

Con un tour dello studio e della strumentazione, si conclude la diretta.

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