Mike è tornato e si racconta su Noisey!

Scritto da Michael e Somewhere I Belong, il 27 Giugno 2015

Che Michael Kenji Shinoda fosse uno dei membri più importanti all'interno dei Linkin Park è ormai noto.
Nato nel sobborgo losangelino di Agoura Hills, il giovane nippo-americano ha sviluppato una predisposizione artistica incontenibile in un singolo progetto. Nemmeno la sua magnifica creatura che prende il nome di Linkin Park è sufficiente a soddisfare la sua sete artistica, tantomeno i vari traguardi e successi raggiunti nella sua carriera.

Incontrò la musica negli anni novanta quando riuscì ad assistere ad un concerto degli Anthrax e dei Public Enemy, che lo spinsero a seguire lezioni di pianoforte.
Da quel momento in poi esplorò tutto il mondo della musica spaziando dal jazz alla musica classica e dal rap al rock. Proprio questi ultimi due generi lo spinsero verso la creazione del gruppo che tutti noi conosciamo.

Nel 2005, due anni dopo l'uscita del mastodontico Meteora e dell'ambizioso progetto di Collision Course, Shinoda diede sfogo alla sua creatività iniziando a creare opere d'arte e a lavorare alle tracce del suo progetto solista, Fort Minor.
Nello stesso anno pubblicò l'album The Rising Tied il quale ha visto la partecipazione di artisti come Styles of Beyond, Black Thought, John Legend e Holly Brook.
10 anni dopo Mike è tornato e racconta sé stesso in una breve ma intensa intervista su Noisey trattando diverse tematiche, sia personali che artistiche.

Ecco la traduzione delle parti più interessanti dell'articolo.

*parlando del suo approccio col mondo dell'Hip Hop*

Sono cresciuto principalmente con i NWA e Ice-T. Ricordo che metà dei ragazzi della nostra scuola veniva dal centro città e noi eravamo in cima alla San Fernando Valley, quindi metà dei miei amici erano del centro e portavano cassette di roba che avevano registrato dai loro stereo o dalla radio. Era tipo KDAY (stazione radiofonica di Los Angeles che trasmetteva per lo più musica underground) e ci passavamo pezzi di Ice T, King T e NWA. C'erano loro e anche roba che non veniva da Los Angeles, come 2 Live Crew e qualcosa da New York, ma penso che il sound di Los Angeles era quello in cui tutti eravamo più coinvolti. E mi hanno introdotto a quel sound ai tempi, lo ascoltavamo tutti.

*parlando delle tematiche trattate in Kenji*

La famiglia di mio padre è per metà giapponese e per metà americana, nata e cresciuta in California e internata durante la Seconda Guerra Mondiale dopo i fatti di Pearl Harbor. Sono stati messi nei campi in Arizona. Neanche gli statunitensi conoscono davvero questa storia, di come prendevano le persone fuori dalle loro case. L'ippodromo Santa Anita era come un campo di concentramento per gli statunitensi di origine giapponese. Li misero nelle stalle dei cavalli in mezzo agli escrementi e al fieno, fino a quando i campi non furono pronti. E quando i campi furono pronti furono spostati lì, chiusi con filo spinato e sorvegliati da torri. Le armi erano puntate verso l'interno piuttosto che verso l'esterno.
E i bambini crescevano in quei posti, mio padre aveva tre anni quando successe. È cresciuto letteralmente guardandosi intorno pensando "Questa è la realtà". Uscirono dal campo. Tornarono alla loro casa e la trovarono distrutta. Tutto in pratica era rotto e rovistato. Se eri uno statunitense di origini giapponesi non potevi comprare nemmeno un pezzo di proprietà, e anche dopo sono stati sempre discriminati.
Nelle loro scuole, a lavoro, era assurdo. E siamo cresciuti tutti capendo questa realtà.
Quando ero bambino gli altri sapevano che non ero del tutto statunitense, ma non sapevano quale fosse la mia origine. Molte persone pensavano che fossi ispanico. Alcuni pensavano fossi asiatico, ma non sapevano di preciso cosa... Ricordo che una volta avevo un amico che davanti a casa mia faceva commenti strani sul mio giardiniere e io ho detto tipo "non è il mio fottuto giardiniere, è mio padre, coglione". E si creavano sempre situazioni del genere.

*parlando del periodo della scuola*

La cosa migliore che abbia mai imparato alla scuola di arte è stata resistere e imparare dalla critica perché dovevamo farlo. Puoi spendere 40 ore in un dipinto, lo porti, loro lo mettono su un tavolo e la prima cosa che succede è che iniziano a dire cose del tipo "Beh non mi piace, la composizione è scadente, il tuo soggetto è debole e le pennellate.. Potevi fare di meglio." E l'intera classe si scagliava sul tuo lavoro.

*parlando del nu metal*

C'era gente che usava questo termine con tono denigratorio e intendevano tracciare un confine ben definito; volevano riuscire a pronunciare il tuo nome e il loro gruppo musicale che preferivano di meno nella stessa frase. Per questo motivo a quei tempo odiavamo quella parola. E abbiamo sempre detto che noi non portavamo la bandiera di alcun tipo di genere, non ne facevamo parte. Forse ripensandoci siamo stati un po' troppo aggressivi riguardo alla nostra posizione, ma ai tempi sembrava appropriato.

*parlando della sua carriera rap*

Mi sono sempre sentito come se fossi entrato nel mondo del rap dalla porta di servizio. Quando ero un bambino ho sempre voluto diventare un rapper e dopo che il gruppo stava prendendo forma ero tipo "figo, è così divertente rappare sopra questi mash up di canzoni rock, hip hop ed elettroniche"; dopo il mix e quando tutto era messo insieme, tendeva più al rock e la gente pensava inizialmente che quei dischi erano principalmente rock. Ma se si ascolta con attenzione, tutti gli altri elementi sono presenti. Non erano così all'avanguardia come altri nostri album.
Pensavo che le persone che si tiravano fuori dai gruppi e facevano un progetto solista venissero private di attenzione; e il mio ego era tanto nel provare a fare qualcosa del genere. Così ho chiamato questo progetto Fort Minor perché mi piaceva questa filosofia.

Quale futuro attende Mike Shinoda e cosa dobbiamo attenderci dal ritorno dei Fort Minor?

Mentre aspettiamo qualche novità, non resta che scoprirlo insieme riascoltandoci i vecchi lavori e la nuova Welcome.

Fonte: Noisey.com

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