ATS recensito da Sputnik music

Scritto da Hackuity, il 07 Settembre 2010

 

Ce lo aspettavamo, in un periodo come questo ognuno vuole dire la sua, con competenza o meno. Il famoso sito Sputnik music ancora non aveva aperto bocca riguardo al disco dei ragazzi, e copre la falla facendolo oggi, con un approfondimento davvero ben steso.

 

A thousand suns non è davvero il ritorno del magico debutto Hybrid theory, come è stato descritto da alcuni, ma nemmeno un remake di quel tappabuchi che fu Minutes to midnight, nel 2007.
Il produttore -meglio, il produttore esecutivo- Rick Rubin non era stato risparmiato dall'album precedente, come non lo era stata la tendenza alla melodia piuttosto che al canto graffiante e le chitarre distorte, che in molti sensi è una rappresentazione più veritiera delle origini della band: mescolare heavy rock e hip hop vecchia scuola nella tradizione dei Rage Against the Machine e dei Public Enemy. Infatti, la posizione politica rivoluzionaria che i Rage Against the Machine perfezionarono oltre due decenni fa è ben replicata in un paio di tracce qua, come in Wretches and kings, in cui un sample di un discorso ci ispira a ribellarci contro il nostro ruolo "in the machine", nel sistema.
In gran parte, A thousand suns altro non è che un ritorno alle origini per i californiani. Burning in the skies vede la voce leader Chester Bennington navigare nelle acque che più gli appartiengono, quelle dell'autocommiserazione, come canta: "I'm swimming in the smoke of bridges I have burned, so don't apologise, I'm losing what I don't deserve". In contrasto, il rapper Mike Shinoda ben presto fa vedere il meglio di se, rappando in When they come for me: "I'm not a robot, I'm not a monkey, I will not dance even if the beat is funky". Non che ci sia argomento in comune, sono solo due facce della stessa medaglia: Chester, il sensibile, l'anima perseguitata, e Mike, il fronte abrasivo per gli stessi sentimenti.
Musicalmente, A thousand suns è quanto di più intricato mai messo assieme dalle release di qualunque altra band, anche del complessivamente superiore Hybrid theory. When they come for me vede la band incorporare tendenze eastern, con un beat di tamburo basso acustico ed una linea vocale fluida, indiana che accompagna il coro rappato. Waiting for the end è un ritorno agli anni '90, che atterra da qualche parte tra lo stile reggae dei 311 ed il gruppo rap Sugar Ray, mentre l'enigmatica Wretches and kings include delle influenze innegabilmente dub.
Il pezzo più intrigante di tutti, comunque, è forse il più franco di tutta la composizione: Robot boy è di gran lunga il più semplice e diretto, ma mi prendo il tempo di descriverlo perchè è quanto di più vicino l'heavy metal possa mai raggiungere al territorio delle boyband. La voce è qualcosa tra gli East 17 e Enrique Iglesias -i primi per la rilassatezza, il secondo perchè il pezzo sfuma in Jornada del muerto, una versione spagnola della stessa melodia-.
Iridescent è un gran duetto che vede Shinoda e Bennington condividere e scambiare frasi, mentre l'arrangiamento relativamente mondano arriva piuttosto vicino ad emulare il sound degli U2 dell'ultimo album. Chitarre e tastiere distorte girano alla larga prima di lasciare spazio ad un coro che sembra la riminiscenza di All these things that I've done dei The Killers: un poco trito e ritrito a questo punto del disco, ma davvero ben eseguito. Il singolo The catalyst richiama l'era di Sing the sorrow degli AFI, con liriche aggressive ed elettronica sinistra, mentre la vicina The messenger è un inflazionato tentativo di emulare una traccia acustica alla Tom Gabel.
Tutto sommato, A thousand suns è una svolta paurosa nel destino di una band che era destinata a finire nel dimenticatoio, dopo aver fatto un errore talmente grosso nell'ultimo disco. Sicuro, hanno sempre mantenuto un certo livello di popolarità, ma in termini musicali erano diventati inesistenti. Ad ogni modo, che Rubin abbia avuto fede in loro, o loro in Rubin, o entrambi, il matrimonio ha finalmente cominciato a tirare le somme e, anche se imperfetto, A thousand suns è un album rock estreamente ben congegnato, da parte di una band la cui -autoindotta- rabbia, per una volta, è ben incanalata.

 

La regola è sempre la stessa: haters going to hate, lovers going to love, neutrals going to...ahem...beh, avete capito.

Fonte: sputnikmusic.com

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