Burn It Down: le recensioni di LPIT

Scritto da Lo staff di LPIT, il 16 Aprile 2012

Oggi, dopo un anno e mezzo, i Linkin Park hanno rotto il silenzio, pubblicando il primo singolo estratto da Living Things, quinto album in studio della band, che vedrà luce il 26 Giugno 2012.
Ma, come si può notare, anche una sola canzone può bastare per alimentare commenti, critiche (positive e negative) e discussioni. Ovviamente Linkin Park Italia non può essere da meno e vi offre non uno, non due, ma ben tre commenti, su cui discutere e ragionare.

Dunque, parola ai nostri recensori: Giulio Bernardini (Evilkittie), Davide Dama (Hackuity) e Giorgio Chiara (Eru).

 

Risulta piuttosto difficile analizzare con la giusta dose di obiettività questo nuovo singolo dei Linkin Park, estrapolato dal suo futuro contesto.
Partendo però da quanto abbiamo tutti potuto sentire in questi 3 minuti e 54 secondi, possiamo affermare con una certa sicurezza di come i Linkin Park, ancora una volta, potrebbero pure riuscire a sorprenderci: cosa che potrebbe pure sembrare difficile dopo un disco come A Thousand Suns che, al di là dei meriti che gli vengono attribuiti, per la sua pesante dose di innovazione è reo di aver approfondito ulteriormente quella lacerazione che affligge il variegato background di persone che da più di dieci anni seguono questa band. Eppure, i sei californiani, nonostante questa continua diatriba fra pro e contro nuovo corso, sembrano intenzionati a proseguire per la loro strada, e a mio avviso, fanno benissimo.

Burn It Down, titolo di questo nuovo singolo, si presenta come una traccia semplice ed immediata, apparentemente senza pretese particolari. Ritmicamente lineare, con pochissime (o nessuna) variazioni di tempo: una marcetta condita in background dall’ormai ricorrente tappeto di synth e chitarre campionate, arricchito da interessanti arrangiamenti alla tastiera di chiara derivazione electro-pop. Ci sono quindi alcuni elementi ereditati dal concept album di poco tempo fa. Certamente, questa scelta stilistica non mancherà di scatenare le solite annose polemiche sui “puristi” dello strumento musicale: a loro, ricordiamo che la musica si può creare in tanti modi, ma il fine ultimo di essa non è lo strumento, bensì il messaggio che questa forma di arte si deve proporre di trasmettere.

Chiusa questa più che mai doverosa parentesi, questo costante allontanamento dagli strumenti “fisici” verso una forma più di “accompagnamento” in background che altro, porta ad una conseguenza non sempre da leggere in chiave positiva, per altro già riscontrabile nel passato recente della band. I membri “musicisti” del gruppo, assieme alle loro individualità e al loro talento, risultano progressivamente sempre più offuscati dal duo alternato Bennington-Shinoda, duo che si dimostra essere il protagonista indiscusso della scena, anche in questo brano.
La performance di Chester in Burn It Down è l’ennesima dimostrazione della sua classe cristallina al microfono, e può traghettare da sola questo brano alla sufficienza piena. Bennington svolge il suo dovere in maniera pressochè perfetta: emozionale e pulito nelle strofe e, nella giusta misura, più deciso e ruvido nel chorus. E’ proprio la sua impronta vocale nel pezzo che rende la colonna portante del brano di sicuro successo, perlomeno mnemonico. Brani come questi, che lo vedono in azione in primissimo piano, dimostrano come Chester sia vero il valore aggiunto di questa band, valore che risalta su tutto specie quando il “resto” presenta qualche punto debole. E questo, è uno di quei casi. La sua ottima prova vocale in qualche modo controbilancia in positivo una base, uno sfondo del pezzo che, musicalmente, non regala nulla di speciale, ed anzi, volendo eccedere in pignoleria, presenta al suo interno un paio di pecche forse non proprio digeribili. Tralasciando la parte introduttiva piuttosto “scarna”, che manca di mordente e non trascina a dovere l’ascoltatore verso l’attacco iniziale, una certa sensazione di “brano confezionato” permea la canzone dall’inizio alla fine: è come se i Linkin Park, nel loro complesso, abbiano scelto, per questo singolo, di limitarsi a fare il “compitino”, senza sforzarsi più di tanto individualmente.

Una combinazione di cose in merito non collimano fra loro, e ciò va ad inficiare sul coinvolgimento emotivo che il brano poteva, almeno potenzialmente, dare in più: questa perdita può essere in parte dovuta alla ripetitività del ritmo, o alla cadenza fin troppo “piatta” delle parti cantate, o alla prova di Mike stessa, non così coinvolgente e che “compare” quasi all’improvviso dopo il secondo chorus forse non con i tempi giusti. Certo, il motivetto centrale è sicuramente ad effetto e molto orecchiabile, ma il “contorno” avrebbe meritato un po’ più di colore, un po’ più di varietà. E’ vero che si tratta pur sempre di un singolo, ma difficilmente potrà reggere il confronto con altri singoli rilasciati dalla band, anche non andando per forza a fare improbabili paragoni coi tanto osannati “mostri sacri” del passato. Concludendo, questa Burn It Down è una canzone più che godibile, ma che porta un carattere più da “ottimo brano di seconda fascia”, che da “punta”, come invece ci si aspetterebbe che sia da un singolo di lancio di un album atteso come il prossimo Living Things.

-Giulio Bernardini

 

I fan di vecchia data dei Linkin Park sono gente dal cuore forte, abituata ormai da anni a quella strana sensazione che provi quando scendi dalle stilistiche montagne russe di casa Shinoda e soci: stai ancora cercando di capire se lo stomaco e l'intestino siano ancora nell'ordine giusto, realizzi che ti è piaciuto e ti rimetti in coda per un altro giro. E poi un altro. Un altro ancora. Fin quando arriva il 16 aprile, ti trovi nelle orecchie Burn it down e devi decidere se le ennesime nuove regole del gioco le vuoi accettare.

Ora. Burn it down non è un brutto pezzo, se mai esiste un concetto assoluto di bruttezza: ai Linkin Park abbiamo sentito fare di quelle cose talmente diverse tra loro che manco ci stupiamo di sentire un pezzo dalle vibrazioni profondamente radiofoniche come questo, a metà strada tra Blackbirds e New divide. Senza falsa ipocrisia, ci sta anche che una gigantesca ed efficientissima macchina da soldi come i Linkin Park sforni un singolo molto listen friendly a due mesi da un nuovo album, soprattutto ora che, dopo quella magnificenza di A thousand suns, non devono dimostrare più nulla a nessuno, che siano critici hipster o metallari incattiviti. Quello che più colpisce, piuttosto, è la struttura piatta e senza scosse che si nasconde dietro la cassa di Rob, che come una locomotiva si trascina dietro un pezzo molto, forse troppo melodico che piacerà tanto, ma proprio tanto, a chi i Linkin Park li conosce solo da poco, nella veste di riformatori del confine tra chitarra distorta e synth.

Non che sia un pezzo da buttare, questo no: il rap di Mike appare bello convinto seppur non aggressivo, il cantato di Chester è davvero chiaro e brillante, e nonostante a Burn it down si possano trovare tanti difetti, non si può non riconoscergli quella capacità oggi rara di farti muovere il piedino senza che manco te ne accorga. Questo voleva essere e questo è: lo spregiudicato assaggio di un esercizio di stile per chi i Linkin Park più profondi li sentirà solo tra due mesi con Living things, la cui dichiarata elettronica noir, a questo punto per fortuna, non può essere ben rappresentata da un pezzo volutamente riuscito a metà come Burn it down: così non fosse, non avremmo tra le mani un disco brutto, ma un disco sottotono. Il che è forse peggio.

Mamma, ho finito i compiti, ora posso andare a suonare? [cit. Mike]

-Davide Dama

 

Da quanto tempo aspettavamo Burn It Down? Generalmente si dice "Da un'eternità"; qui il caso è diverso. Per The Catalyst, apripista di A Thousand Suns, l'hype che era venuto a crearsi era enorme perchè da mesi si sapeva dell' imminente uscita del singolo. Questa volta è andato tutto diversamente: da pochissimo sappiamo del nuovo album, Living Things, e da ancor meno sappiamo dell'uscita di Burn It Down. Alcuni giochi qua e la per scoprire le news riguardanti la nuova fatica dei Linkin Park e, nel giro di poco, l'uscita del nuovo singolo e l'annuncio ufficiale dell'album.

Oggi, 16 aprile 2012, è stata mostrata al mondo Burn It Down. Una lieve e semplicissima introduzione di tastiere apre il brano che ricorda un po' The Catalyst, un po' Iridiscent e un po' qualche vecchio gioco per la prima playstation. Il leitmotiv del brano è un costante muro sonoro di tastiere, chitarra e basso (non sono sicuro, ma probabilmente sintetizzate) su cui Bennington e Shinoda, in successione, dipingono le loro melodie e il rap. Strofa dolce, per quanto abbia i ritmi serrati dell'ottima batteria di Bourdon, e ritornello più aggressivo. Il classico bridge dopo il secondo ritornello a cui siamo abituati da Hybrid Theory, viene affidato al rap che è tornato con rime e versi fortemente scandite; per poi intrecciarsi con il ritornello nel finale di canzone, trasportando verso la fine di 3:51 minuti di canzone.

Una canzone estremamente radiofonica, classico singolo con cui attirare l'attenzione. Ma manca di un qualcosa che la faccia ricordare. Decisamente buono il ritornello che si stampa velocemente in testa e anche il rap di Mike colpisce in senso positivo. Le strofe sono ciò che meno convince in tutta la canzone, abbastanza vuote e molto riempitive, senza una vera verve ispirativa. Decisamente meglio il finale dove il duetto fra Mike e Chester fa esplodere la canzone. Strumentalmente non c'è nulla di particolare, tutto molto semplice. È l'insieme della canzone che fa scendere un po' di livello un brano i cui singoli elementi, quale più quale meno, sono tutti di decente livello. Manca un qualcosa che catturi veramente l'ascoltatore, dopo la canzone ci si sente esattamente come prima e non si hanno particolari ricordi di Burn It Down. Gradevole ma nulla più. Altra pecca è una certa mancanza di originalità, canzoni simili se ne sentono parecchie.

Quindi un brano semplice, efficace ad un primo ascolto, ma che si perde dopo ripetuti ascolti. Probabilmente mi attaccherò l'antipatia di alcuni, ma, ad oggi, non sono soddisfatto del lavoro dei Linkin Park; aspettando Living Things per intero.

Va bene come singolo iniziale molto radiofonico per catturare l'attenzione, ma spero in qualcosa di meglio per il resto dell'album. Di molto meglio.

-Giorgio Chiara

Commenti

Torna in cima alla pagina

Cerca nel sito...