The Hunting Party: le prime impressioni

Scritto da Dennis Radaelli e Mattia Schiavone, il 07 Giugno 2014

Ricordate tutte le dichiarazioni di Mike e soci? Cose tipo "The Hunting Party sarà il nostro disco più aggressivo" e altre cose del genere? Bene, sappiate che è tutto vero. The Hunting Party è un distillato di violenza e potenza, con pochissime pause. È un disco sincero, genuino e rabbioso, in cui i Linkin Park hanno veramente messo tutta la loro voglia di riportare il rock in auge. E attenzione, non si parla di "rock" come puro genere musicale, ma piuttosto come attitudine. Quasi tutti i brani hanno un'energia nuova e selvaggia che non potrete non amare. Le influenze maggiori provengono sicuramente dall'hardcore punk anni novanta, ma abbiamo anche riff che potrebbero essere classificati come heavy o addirittura thrash metal.

Molti, ascoltando i primi quattro singoli pubblicati, hanno quasi "accusato" Chester di cantare con il freno a mano tirato e di essere molto meno incisivo del solito. Chiediamo umilmente perdono per la nostra insolenza. Perché se è vero che in un paio di brani la sua prestazione non è ottimale, in questo album Bennington in generale è devastante e inarrestabile e passa da urla selvagge e disturbanti (Keys to the Kingdom, ma non solo) a cantati da brivido (Mark the Graves). Ma il vero capolavoro in The Hunting Party lo fa Rob Bourdon: il batterista è una macchina schiacciasassi che si ferma solo per un paio di canzoni e per il resto del disco pesta come un indemoniato creando una base solida su cui si poggia il lavoro degli altri musicisti. Brad Delson si mette in mostra con un paio di assoli veloci e, anche se il riffing nel complesso non è molto vario, il suo lavoro è decisamente apprezzabile. L’unico appunto che si può fare al chitarrista è la presenza di qualche bridge strumentale che si limita a portare avanti il pezzo, dove un assolo degno di questo nome non avrebbe certo sfigurato. La mente dei Linkin Park Mike Shinoda è più in forma che mai e la sua presenza si sente ovunque, che salga sul piedistallo come rapper (All For Nothing e Wastelands) o che si limiti a cantare.

Qui siamo davvero di fronte a un disco crudo, pesante e pronto a sfondarti le orecchie come non mai. A dimostrazione di ciò è la traccia d'apertura Keys to the Kingdom: la voce distorta di Chester che urla il ritornello senza alcuna base di sottofondo introduce ciò che sarà uno dei brani più potenti mai ascoltato in precedenza dal sestetto californiano. Se inizialmente Mike canta alcune frasi nella prima strofa, la seconda strofa è totalmente dominata da un rapping alquanto potente. Tutto il brano è un misto di caos e violenza, senza concedere alcun momento di pausa all'ascoltatore. Dai toni alti anche All for Nothingil brano parte con un riff anni novanta (che come già saprete ricorda molto gli Helmet), il rapping di Mike è molto orecchiabile nella prima strofa e decisamente più crudo nella seconda, con un ritornello melodico ed energico dominato da un'ottima prestazione di Page Hamilton. Che dire di Guilty All the Same. Il primo singolo estratto è un brano incendiario e molto elaborato: dopo un riff potente e ritmato il rullante di Rob Bourdon costruisce lentamente il pezzo, fino ad arrivare al riff centrale e ad un ritornello potente e coinvolgente. Da segnalare dopo il secondo ritornello la fantastica strofa del God MC Rakim, che per 24 battute sputa rime con un flow secondo a nessuno.

Non c’è neanche un secondo di pausa perché dopo l'intermezzo The Summoning, che in un minuto porta la tensione a livelli altissimi, si scatena la canzone con il titolo più adatto: War. Un velocissimo e adrenalinico pezzo dai sapori decisamente punk/thrash, con le urla di Chester che trasmettono un sentimento puramente rabbioso e un assolo di Brad, che ricorda molto quelli composti di Kirk Hammett (ma a nostro avviso un po' fuori luogo per il sentimento della canzone). War è un missile terra-aria che viaggia a mille al'’ora, probabilmente il pezzo più tirato che i Linkin Park abbiano mai composto, ma a causa delle fortissime influenze punk rock non sarà apprezzato da chiunque tra i fan del sestetto. Ah, tanto per cambiare, anche qui Chester sul ritornello e sul bridge urla come un indemoniato. 

Arriva poi Wastelands, terzo singolo estratto: brano che musicalmente ricorda molto i Rage Against the Machine, con Mike offre una delle sue migliori performance rappate che avessimo mai ascoltato. Il cantato di Chester è invece molto più semplice ed orecchiabile, in leggero sottotono con il resto del pezzo ma piacevole da ascoltare. Dopo aver ascoltato brani movimentati, arriva il turno di un brano più "soft": Until It's Gone. Il secondo singolo estratto può piacere o non piacere: personalmente parlando, si tratta di un brano molto semplice e dal testo banale e ripetitivo, ma musicalmente parlando è assai sostenuta, con le strofe dominate dall'organo e il bridge caratterizzato da un assolo azzeccato. Dopo qualche secondo di transizione, si arriva al quarto singolo estratto: Rebellion. La presenza di Daron si avverte fin da subito: i suoi riff caratteristici, molto veloci e martellanti, si propagano senza sosta per tutta la durata del pezzo, sostenuto inoltre da un grandioso Rob Bourdon che offre uno dei suoi drumming più veloci di sempre. Mike offre un cantato veramente spettacolare, e le urla di Chester nell'intermezzo rappresentano l’apice del brano.

La successiva Mark the Graves è la canzone di gran lunga più elaborata e articolata del lotto. Uno di quei brani che richiedono almeno un centinaio di ascolti per poter capire appieno le variazioni sonore di cui è caratterizzata: se in un primo momento si ascoltano melodie pacate (ma vivacizzate da un'interessante linea di basso) subito dopo si possono ascoltare riff martellanti di chitarra e di batteria, che  monopolizzano l'attenzione dell'ascoltatore. La voce di Chester non è da meno: dolce nelle strofe e sostenuto nel ritornello, nel quale raggiunge picchi molto alti; nel finale regala invece un potente scream. Nel complesso è un ottimo pezzo ma, come già accennato, necessita di numerosi ascolti per essere compreso appieno.

Si arriva al terzo momento di pausa: Drawbar. La delusione maggiore è che la collaborazione con Tom Morello è stata decisamente sprecata, ma non per questo siamo di fronte a un pezzo da buttare via, anzi: si tratta di una strumentale dominata principalmente dal pianoforte, la cui linea strizza l'occhio ad Anniversary of an Uninteresting Event dei Deftones. I suoni sono molto inaspettati, qualcosa di mai sentito dai Linkin Park. Si arriva a ciò che sarà il prossimo singolo estratto dall'album: Final Masquerade. Brano mid-tempo che, strutturalmente parlando, ricorda molto Leave Out All the Rest, ma con un sentimento più pesante. La batteria è sostenuta, la voce di Chester è molto orecchiabile e i riff di chitarra e di basso sono aggressivi ma "al punto giusto". Una nota negativa (ma non eccessiva) è l'assolo di chitarra, assai fuori luogo per un brano del genere. A concludere il disco è la meravigliosa A Line in the Sand, la miglior canzone del disco insieme a Keys to the Kingdom. L'introduzione è cupa ed è caratterizzata da un sintetizzatore lugubre e da un cantato di Mike che fa da ottimo contorno alla melodia. Passata questa sezione, si passa di colpo a un ritmo decisamente sostenuto (che sarà la base del ritornello), dove a giocare un ruolo di primo piano è la batteria (Rob fa un uso massiccio del doppio pedale). La seconda strofa rivede Mike cantare, e stavolta il ritmo lugubre avvertito nell'introduzione si fa più aggressivo, grazie soprattutto alla marcia di batteria. Ritorna il ritornello, con l'aggiunta di una performance sorprendente di Chester, per poi sopraggiungere all'apice del pezzo: strofa rappata veramente interessante e coinvolgente che introduce una sezione strumentale dove un'eccellente Rob Bourdon gioca una notevole ruolo di primo piano. Dopo aver ascoltato nuovamente il ritornello, si arriva alla conclusione del brano, nel quale Mike ritorna a cantare la strofa d'apertura in chiave leggermente distorta. Un pezzo da favola, una delle tracce più complete e coinvolgenti che i Linkin Park abbiano mai composto.

 

Cosa dire di The Hunting Party? È un album che potrebbe far arricciare il naso ai "nuovi arrivati" e ripagare le attese dei fan di vecchia data che da tempo aspettavano qualcosa di pesante. L'album nel suo insieme fila via benissimo, le canzoni già note si inseriscono molto bene tra le altre. C'è da dire che tutte queste impressioni sono frutto di un singolo ascolto (due per alcune tracce) e buona parte delle canzoni hanno sicuramente bisogno di più tempo per essere giudicate al meglio ma siamo certamente sicuri di essere di fronte a un disco dal sentimento sfacciatamente pesante, qualcosa di mai sentito in un disco dei Linkin Park. Aggiungiamo nuovamente una menzione d'onore rivolta a Rob Bourdon: se in 18 anni di carriera si è dimostrato di essere un batterista eccezionale, in The Hunting Party è davvero un animale.

 

L'attesa è davvero agli sgoccioli, e non vediamo l'ora che tutti voi possiate ascoltare il disco il prima possibile.

Recensione a cura di Dennis Radaelli e Mattia Schiavone.

 

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